Carmen a Venezia: via il folclore spagnolo e largo alla modernità di Bieito.

Recensione di Salvatore Margarone e Federico Scatamburlo

Carmen è un’opéra-comique in quattro quadri di Georges Bizet, su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. Tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée (1845), ne apporta delle modifiche salienti tra cui l’introduzione dei personaggi di Escamillo e Micaela e il carattere di Don José, nel romanzo descritto come un bandito rozzo e brutale. Al libretto collaborò lo stesso Bizet che scrisse anche le parole della celebre habanera L’amour est un oiseau rebelle. La sua prima rappresentazione avvenne all’Opéra-Comique di Parigi il 3 marzo 1875. Inizialmente l’opera non ebbe grande successo così che Bizet, morto tre mesi dopo la prima rappresentazione, non poté vederne la fortuna.

Tra gli spettacoli del passato recente, la Carmen ideata da Calixto Bieito è senza dubbio uno degli spettacoli meglio riusciti degli ultimi anni.

Ripresa in questi giorni al Teatro La Fenice di Venezia, con le scene di Alfons Flores che non lasciano spazio al folclore spagnolo riducendo al minimalismo un palcoscenico fatto di desolazione, sceglie di ricordare la corrida solamente con una grande sagoma di un toro sul palco e mette i contrabbandieri a bordo di vecchie Mercedes ammaccate. I costumi, di Mercè Paloma, spogliano la folla dai soliti abiti spagnoleggianti  e ricrea figure che rimarcano ancor di più il periodo franchista, ove è collocata la storia in questo caso, e mette in risalto le personificazioni principali del racconto: polizia e corruzione da una parte, e la libertà femminile di Carmen dall’altra, sfociando infine in miseria e cruda violenza.

La Spagna è rievocata da una bandiera a centro palco che svetta con i suoi colori giallo e rosso, quegli stessi colori che verranno ricordati dalla terra e dal sangue per l’intera opera.

Se poi a tutto questo si aggiunge un gioco di luci perfettamente adatto ad uno spettacolo del genere create da Alberto Rodriguez Vega, ecco che la magia prende corpo.

Ma non basta solo questo affinché uno spettacolo così teatrale sia perfetto, serve anche un ottimo direttore d’orchestra che sappia ricamare musicalmente una trama perfettamente intrecciata, e così è stato: Myung-Whun Chung dirige questa Carmen con eccellente polso, raccontando con la musica esattamente quello che accade in scena, senza mai uscire da uno schema ben predefinito e chiaro, riuscendo a calibrare volumi orchestrali importanti senza mai nulla togliere alla musica stessa. La sua bacchetta traccia sin dall’Overture iniziale un chiaro gesto sicuro fatto di ottimo fraseggio e gusto musicale, anche se qualche taglio qua e la è stato fatto sulla partitura originale e riducendo al minimo i dialoghi interni all’opera.

Ottimo il cast scelto per questa messa in scena: una splendida Veronica Simeoni dipinge una Carmen sfacciata ma non squallida, sicura di sé e ribelle al punto giusto, evita i manierismi e gioca con la sua voce pensando molto al personaggio che interpreta. Bella la sua Habanera, molto discorsiva e senza i mille accenti che sentiamo continuamente nelle esecuzioni.

Il “suo” Don José (nella realtà marito della Simeoni), è Roberto Aronica: dallo squillo facile e dal bel fraseggio è in piena sintonia con la “sua” Carmen e tutto il resto della compagine vocale; qualche defaillance c’è stata, ma passa in secondo piano in confronto ai momenti eccellenti in scena.

Buona la performance di Escamillo interpretato dal giovane Vito Priante: cantante raffinato (fin troppo per quest’opera), la parte non gli calza a pennello, ma la sua grazia vocale e la sua sensibilità lo salvano sempre.

Ekaterina Bakanova è Micaela: non si risparmia sul palcoscenico, sempre attenta al dettaglio sia vocale che nei gesti, incarna la giovane donna della storia ed incanta con la sua voce cristallina.

Ottimo anche il resto del cast: Laura Verrecchia (Mercedes), Claudia Pavone (Frasquita), Armando Noguera e Loïc Félix (rispettivamente Dancaire e Remendado), Matteo Ferrara (Zuniga), Francesco Salvadori (Moralès), Cesare Baroni (Lillas Pastia).

Impeccabile come sempre l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia, come il Coro, diretto da Claudio Marino Moretti,  che ha un ruolo importantissimo in quest’opéra-comique, oltre ai Piccoli Cantori Veneziani diretti dal maestro  Diana D’Alessio.

Peccato solo che in questa realizzazione non ci sia stato spazio per il balletto, tipico del grand-opera.

Recite da tutto esaurito per il Teatro per uno dei titoli più famosi del repertorio operistico.

(La recensione si riferisce alla recita del 31 marzo 2017)

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