Vasco da Gama di Meyerbeer a Berlino. Recensione di Natalia Di Bartolo

Berlino, 18 ottobre 2015

Al di là di tutto ciò che si potrebbe scrivere ed è stato scritto da esperti più o meno soddisfatti dal punto di vista filologico, trattando di Vasco da Gama di Giacomo Meyerbeer (1791-1864), messo in scena dal Deutsche Oper Berlin in questa Stagione 2015/16, la prima cosa che andrebbe sottolineata è l’intraprendenza di chi decida di mettere in atto tali imprese di rivalutazione e ripresa di capolavori desueti e vi partecipi.

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Il Grand Opéra di Meyerbeer, che, col titolo di “L’Africaine” conobbe e ancora conosce alterne fortune, con rappresentazioni più meno veridiche ed efficaci, è comunque un’opera molto impegnativa, dalla tessitura musicale impervia e dalla messa in scena assai laboriosa ed anche rischiosa. Rischiosa per ben due motivi: uno musicale e vocale e l’altro scenico. Se infatti, dal punto di vista musicale e vocale si è alle prese con un’opera corale e fatta soprattutto di concertati improbi e di duetti vocalmente estenuanti, dall’altra, mettere in scena un mondo prevalentemente marinaresco ed esotico secondo i canoni consueti dell’Opéra Francais diventa oggi sempre più difficile e sopratutto sempre meno credibile.

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Ben venga, allora, una volta tanto, una intelligente regia “moderna”, quella di Sonja Nemirova, che ha supportato l’ottima prestazione dell’orchestra del DOB, diretta da Enrique Mazzola, reduce dal successo della Dinorah dello stesso Meyerbeer in forma di concerto alla Berliner Philharmonie, e degli interpreti, tutti di spicco e tutti straordinari, ma pure messi inevitabilmente alla prova da un Meyerbeer che richiede comunque non solo rispetto della tradizione ed eleganza, ma anche potenza e proiezione.

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Nei panni del protagonista, l’inquieto navigatore Vasco da GamaRoberto Alagna, che ha avuto modo di dispiegare il proprio meraviglioso canto francese. Limpido e senza alcun intoppo, allo stesso tempo potente e raffinato, il grande tenore si è come sempre messo in gioco per il “ripescaggio” di una versione dell’opera che può considerarsi storica, poiché in questa forma e con questo titolo, che lo ha reso protagonista a tutti gli effetti, era andata in scena solo una volta, nel 2013 a Chemniz, ed ha visto affidata a lui la nuova rappresentazione berlinese.

Alagna non è insolito a queste imprese di revival di grandi opere dimenticate o sottovalutate. Come aveva portato al successo l’inarrivabile Lancelot di “Le Roi Arthus” di Chausson pochi mesi fa all’Opéra Bastille a Parigi, alla stessa maniera, a Berlino ha fatto rivivere un Vasco da Gama impetuoso, sentito e studiato con approfondita cura, nell’anima e nel corpo.

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Il tenore siculo-francese non si risparmia mai e in questa parte ha dato come sempre tutto se stesso, certamente consapevole, anche a priori, che si sarebbe trattato di un lavoro assai ponderoso da studiare, affrontare e sostenere. Lodevole, quindi, la sua azione di riportare in auge opere desuete e lodevole l’immane lavoro di preparazione che ha saputo compiere, sia singolarmente che in sintonia perfetta con gli altri interpreti, porgendo al pubblico una interpretazione del capolavoro francese, che, superando un’infreddatura di stagione che lo aveva colpito alla prima del 4 ottobre, di recita in recita è andata crescendo, fino a suscitare unanimi, sentiti consensi.

vasco7Il suo“Pays merveilleux!…O paradis”, uno dei brani per tenore più celebri dell’Opera di tutti i tempi, soggetto a diverse variazioni rispetto alla versione che si è abituati ad ascoltare e da queste esaltato in bellezza, è sgorgato prima dal cuore che dalle labbra, con eleganza e sicurezza, ma anche con quel sentimento che lo ha portato alla fine del brano a porgere registicamente, ma in maniera sentita e partecipe, i fiori rossi che teneva in mano al pubblico che lo applaudiva senza riserve.

Del resto, Roberto Alagna era ben accompagnato, perché si ritrovava al fianco, quale Selika, la ben affiatata Sophie Koch, appena uscita insieme a lui dai gineprai musicali di Chausson come Genièvre e dunque ben avvezza a parti di spicco come questa al fianco del celebre tenore. Tuttavia, il canto della nota interprete si è dimostrato a tratti forzato, soprattutto in certe parti acute che non si accordano particolarmente alla sua vocalità; ma il tutto è stato sempre superato con abilità e stile.

Altrettanto efficae la Ines di Nino Machaidze, che ha prestato il proprio strumento ad un personaggio che necessita di forza, oltre che di finezze e, che, come per gli altri, subisce spesso i “maltrattamenti” della partitra.

Il Maestro Enrique Mazzola ha saputo reggere davvero una gran macchina, d’orchestra, di personaggi svariati, tra cui il ben delineato Nelusco di Markus Brück, tutti efficaci, e di Coro del DOB, ben diretto da William Spaulding: ha sfoggiato polso fermo e grande duttilità.

12039289_1033960446644542_1460774988502099462_nIl Grand Opéra è terreno minato: basta poco per snaturarlo, sia musicalmente che drammaturgicamente. E, a questo proposito, è bene ribadire, come prima accennato, che la messa in scena dell’esperiente Nemirova, supportata dalla sontuosa e soltanto apparentemente minimalistica scenografia di Jens Kilian, nonostante qualche incongruenza geografica nelle mappe e nonostante i costumi piuttosto sciatti, che rappresentavano il punto debole dell’insieme, ha saputo una volta tanto “svecchiare” un capolavoro, che spesso soffre di paccottiglie esotiche, di sartie e vele debordanti, di schiavi e indigeni che impugnano scimitarre e flabelli in cortei interminabili e confusionari.

Il portoghese Vasco da Gama in un vascello tedesco contemporaeo, barchetta di carta delle emozioni e del potere, fluttuante come un giocattolo nel mare dell’ambizione e dei sentimenti, si è dimostrato dunque davvero se stesso, in linea perfetta con la regia, in un tripudio finale di fiori colorati; il tutto ha funzionato come un orologio, anche con le coreografie di Bharti Rahmdoni, dopo prove estenuanti e interminabili, ma con un risultato davvero lodevole e fuori dal comune.

Un successo, questo Vasco da Gama berlinese, apprezzato dal pubblico nonostante le ben 5 ore di durata complessiva: Sentite ovazioni agli interpreti ed a tutti gli artefici.

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Gran bel teatro d’Opera, dunque, al DOB in questa Stagione 2015/16, e omaggio ad un Meyerbeer sempre geniale e più che mai meritevole di rivivere a così alti livelli.

© Natalia Di Bartolo

PHOTO DEUTSCHE OPER BERLIN © Bettina Stroß, PAGINA FACEBOOK M° ROBERTO ALAGNA, AA.VV.

 

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