Dona Flor di van Westerhout Ammalia Bari (2012)

Di Patrizia Di Franco, L’Idea Magazine, 2012

‘Dona Flor’ di van Westerhout ammalia Bari

“Una vita senza musica è come un corpo senz’anima” (Marco Tullio Cicerone) .
“La musica è la miglior medicina dell’anima” (Platone) .
“Senza musica la vita sarebbe un errore” (Friedrich Nietzche).

“La musica è l’alimento dell’amore” scrisse William Shakespeare: il nobile sentimento declinato nelle sue infinite sfaccettature e nuance, è l’essenza dell’opera “Doña Flor” di Niccolò van Westerhout, una perla del suo immenso talento allestita in forma semiscenica, ad hoc per gli spettatori melomani dello Showville cine-teatro di Bari. Prima esecuzione nel capoluogo pugliese nel cinema multisala (8 sale) e centro congressi Showille (in attività dal 23 dicembre 2010), nella sala numero due, la più bella e grande, con 678 comode poltrone color rosso vermiglio, dotata di tecnologia 3D Real-D; per di più la sala n. 2 possiede uno schermo 4K che consente una risoluzione di 4096 x 2160 pixel, ben quattro volte superiore a quella del 2K del digital cinema e delle immagini in HD.

L’opera in un solo atto, libretto di Arturo Colautti (poeta, giornalista, scrittore), considerata tra i capolavori del teatro lirico italiano di fine Ottocento, è stata magistralmente eseguita dalla prestigiosa Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, diretta per l’occasione dal valente maestro di fama internazionale, Filippo Maria Bressan, con la partecipazione dell’ottimo coro “Florilegion Vox”, diretto da Sabino Manzo.

Lo spettacolo ha inaugurato la quarta rassegna del cartellone dell’Orchestra Sinfonica, denominata “Tesori musicali di Puglia”. L’esecuzione, in forma di concerto, di Doña Flor, è stata affidata al talento dei tre interpreti: il soprano Nila Masala, la protagonista femminile nel ruolo di “Doña Flor”, consorte di Don Carlo Olivarez, Marchese del Pilar, ambasciatore di Spagna nel Senato Veneto, personaggio di cui ha vestito i panni il baritono Gabriele Ribis, e il tenore Leonardo Gramegna nella parte di Alvise Malipiero, patrizio veneto.

A cura di Gabriele Ribis anche la mise en espace, con le suggestive immagini (vedute di Venezia, metà Seicento; fotogrammi delle scene culminanti e pregnanti dell’opera) di Davide Amadei proiettate sullo schermo (in alto, e alle spalle dell’organico orchestrale e dei cantanti).

L’opera di Niccolò van Westerhout, artista pugliese, di origini fiamminghe ma italiano da ben cinque generazioni, fu eseguita per la prima volta nel teatro di Mola di Bari in data 18 Aprile 1896 ( l’opera era stata commissionata dal Comune di Mola e Niccolò, per fedeltà e amore, diede la priorità alla sua città). Doña Flor riscosse un successo considerevole, con ben sette repliche nel teatro Piccini di Bari nei giorni successivi alla prima esecuzione nella città natia di Niccolò. Il suo lavoro venne poi inscenato con tre repliche nel Regio Teatro San Carlo di Napoli.

Nel 2010, recuperati gli spartiti originali ed effettuata la revisione per organico completo e da camera da sei esperti, New York ospitò l’esordio fortunato (performance della Taconic Opera, diretta da Vito Clemente, con Mary Petro, soprano, Costantinos Yannoudes, baritono, John Rodger e Hansu Kim, tenori), della Doña Flor (naturalmente in italiano, sottotitoli in inglese). Fu rappresentata in forma scenica (bellissimi gli abiti), con quattro repliche ed un grandissimo successo dalla Opera Prima Enterprise (Presidente Leonardo Campanile) che ne detiene i diritti di divulgazione nel Mondo. La Regione Puglia ha avuto un ruolo importantissimo nel far esordire Doña Flor a New York, grazie ai fondi destinati alle Associazioni pugliesi nel Mondo.

Dopo 116 anni, l’11 e 12 maggio “Dona Flor” con la sua malia è tornata a Bari. Il dramma lirico di van Westerhout enfatizza il pathos della musica e viceversa, la sinfonia non abbandona mai la trama dell’azione. Tre i cantanti, un coro (di gondolieri) fuori campo, l’Orchestra della Provincia (direttore artistico Angelo Cavallaro ) sapientemente non copre il bel canto, ma armonizza, ben calibrata, e con precisione certosina, l’opera in toto. Flashback e parallelismi balzano all’udito

e alla mente: Bizet con il pathos spagnolo della sua Carmen, Mascagni per l’intensità e la miscellanea timbrica dell’orchestra, Puccini per il vigore e l’impronta interpretativa, per la potente

e raffinata vocalità del soprano. La passione raggiunge il plateau, passione amorosa che si dipana, si dirama ed espande a macchia d’olio in un’ampia gamma di sentimenti, emozioni, insicurezze, modalità comportamentali: sospetto, dubbi, gelosia, invidia, possessività, ossessione, tradimento, dolore, rabbia, odio, inganno, incredulità, vendetta, disdegno e disprezzo, avversione, violenza, eros e thanatos. Un’escalation di sonorità ed emozioni, per mezzo dei tue temi principali dell’Amore e della Vendetta, non disgiunti dalla Giga , della Seguidilla spagnola, della Habanera (danza popolare di origine spagnola dal ritmo lento, non rigido), precisione degli stilemi e rigore lirico, si sposano a uno stile concitato, che per Monteverdi altro non è che la resa musicale di particolari stati d’animo, feelings che van Westerhout descrive in maniera straordinaria e che i tre cantanti con l’orchestra ben evidenziano e rimarcano nei passaggi più significativi.

Dicotomico ma perfettamente armonico, solo in apparenza un ossimoro, il”contrasto” tra la delicatezza, il soave lirismo, dell’aria “Salve Regina”(scena I), e la veemenza, l’irruenza, il coacervo di emozioni negative (ma, ahinoi, comunemente umane), elevate alla massima potenza, del Duetto d’Amore, e dei momenti di poco precedenti all’epilogo. La partitura rivela un’apprezzabile ricchezza di colori che vanno dalla melodia d’amore al cantabile di maniera, dal canto popolare al coro esterno dei gondolieri, dalla serenata fuori campo al recitativo. La tensione lirica, l’espansione struggente del “melos” si unisce alle venature angosciose, alle inquietudini malinconiche, alla ricerca costante del bel suono, della musica più idonea, in un tessuto armonico di eccelsa qualità che ricrea un fondamentale sostegno all’intensificarsi del canto. Temperie espressiva, ricerca raffinata del timbro in funzione emotiva e visiva, risultati espressivi connotati da uno slancio drammatico, tensione dinamica e appassionata di grande rilevanza e impatto, la densità brulicante della scrittura musicale, si amalgamano alla struggente poesia ed intensità della musica, delle arie, del bel canto. Un registro acuto, gran temperamento, notevole incisività interpretativa unita all’estensione vocale di potenza e alla bellezza di colore hanno contraddistinto l’esibizione del soprano Nila Masala.

Brillante la performance di Leonardo Gramegna (vincitore del Concorso Chiara Fontana di Bari per voci pucciniane): risonante ed estesa voce, ma duttile e versatile con buona dizione, lucentezza di smalto e ampiezza di volume, encomiabile recitazione.

Carismatico Gabriele Ribis, ottima presenza (e padronanza) scenica, efficace accentuazione drammatica, voce potente, caratterizzazione eccellente del personaggio Olivarez: cinico, senza alcun scrupolo, manipolatore, ingannevole, rancoroso e vendicativo. Scoperta la liaison tra la fedifraga moglie Doña Flor e Alvise Malipiero, l’ambasciatore Olivarez mette in pratica un piano diabolico ordito alle spalle dell’ignaro Alvise (la vittima sacrificale), e nella cui rete cadrà ingenuamente la donna contesa (…morale: mai dar retta e fidarsi ciecamente senza aver prima verificato di persona!). Rimpianti, recriminazioni e reciproche accuse “Tu mi scemasti il nome” (Olivarez), “Voi mi rapiste il riso” (la consorte amareggiata), in un gioco di sguardi rabbiosi e di sfida, introducono l’elemento clou che scatenerà l’ira cieca di Doña Flor; con lucida crudeltà, suo marito, pronunciando il nome della presunta amante di Alvise (“della illustre Foscarina, d’ogni vezzo maestra e d’ogni cor regina, è il novo amor”) le insinuerà nella mente un tarlo che la consumerà e la porterà a unirsi a lui nella tragica punizione, l’estrema vendetta. Intanto. dal Gran Canale si ode un’altra strofa della serenata di Alvise per la sua bella. La freddezza e la riluttanza,

il sarcasmo caustico di Doña Flor sorprenderanno l’appassionato e innamorato Alvise, che cercherà di fare rinsavire e persuadere l’amata, di convincerla della propria fedeltà e sincerità. Un attimo fuggente sottolinea il ritorno di fiamma e la riappacificazione: “Io t’amo! Io t’amo”: la donna socchiude le ciglia, si lascia baciar sulla bocca lunghissimamente.

Nella penultima scena (IV) , Olivarez alla vista dei due amanti abbracciati, dopo un gesto di furore, nascosto e con voce soffocata, mormora: “La Foscarina!”. “Doña Flor si passa una mano sugli occhi, come se uscisse da un sogno: ella ricorda ad un tratto l’accusa del marito. Alvise Malipiero, volgendo il capo, scruta d’intorno. Olivarez, ghignando, si maschera, dietro i lembi della portiera”.

Fuori di sé dopo aver strappato dal collo di Malipiero il medaglione “incriminato” (che a detta di Olivarez custodisce l’immagine della Foscarina, pertanto è la prova del tradimento), accecata dalla gelosia e dalla brama di vendetta, la padrona di casa congeda il suo amante, in maniera brusca e con livore, lo saluta gelidamente e intimandogli di scavalcare il verone. L’inconsapevole Alvise scenderà dalla scaletta (posta sul davanzale e per mezzo della quale era solito entrare nella stanza della sua anima gemella, per vivere segretamente i loro incontri amorosi) , per l’ultima volta…Olivarez aveva poco prima, con tono glaciale, proposto: “Ecco un miglior consiglio. Fate tagliar la scala…alla discesa ei piomba…Ed è maldestro al nuoto…Un tonfo, e buon riposo!” , per mano di un suo complice (“quella di un mio leale Valletto”).

Nella quinta scena, dopo il tonfo e la scomparsa in mare di Alvise, si svela l’arcano, vi è la rivelazione tragica, la confessione del marito tradito. “Perché ridete?” chiede con tono fiero e appagata per essersi vendicata del tradimento e del torto subito. “Rido di voi, anima dura…”. Le rivela quindi l’inganno atroce dell’effige nel medaglione, in cauda venenum: “Era la copia d’una Vergine lieta Del Murillo…Per qualche vil moneta l’ottenni da un giudeo e a lui la regalai…Non gli portò fortuna!”. La donna, dapprima sconvolta, pietrificata, si scioglie poi in un pianto disperato, singhiozzando, mentre Olivarez si gode la scena, e gongola, avendo, come si suol dire, preso due piccioni con una fava: in un colpo solo si è vendicato dei due amanti, e si è liberato del rivale, ha punito entrambi per l’onta subita e ha placato la sete di vendetta per la reputazione intaccata e l’orgoglio maschile ferito. “Assassino! Assassino”, le urla la consorte, fulminandolo con lo sguardo, mentre lui si crogiola nel compiacimento, con sonoro ghigno mefistofelico. Distrutta dal dolore, lei “cade priva di sensi sui gradini: Olivarez le si avvicina per esaminarla”. La risata potente dell’ambasciatore sigla la fine della tragedia: “cala rapidamente la tela”.

Unica nota stonata: pubblico esiguo per la premiere, ma va detto, ad onor del vero, e va rimarcato, che si è trattato di un pubblico molto caloroso ed entusiasta, pochi ma buoni…(viva la qualità, in tutto!), gli spettatori hanno applaudito tantissimo e più volte hanno sollecitato, accontentati, il rientro sulla scena dei cantanti.

Il giorno seguente replica, matinée per le scuole: ad assistere alla composizione di van Westerhout, erano in oltre 350, tra alunni e corpo docente dell’istituto l’Istituto Comprensivo “Massari – Galilei” di Bari (formato da due plessi, dedicati alla scuola secondaria di primo grado in cui è presente una sezione ad indirizzo musicale, e da un plesso di scuola primaria) .

Musica: ci hai insegnato a vedere con l’orecchio e a udire con il cuore” (Kahlil Gibran) .

Gibran aggiunse: “I sentimenti sono la musica della nostra anima, tocca a noi trarne dolci armonie o confusi suoni”. Ebbene, per l’ennesima volta, Niccolò ci ha deliziato con la sua Musica, e abbiamo goduto delle sue dolci armonie.

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