Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, La Scuola Russa Tra Romanticismo E Innovazione.

Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione.

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

sergej-vasilevic-rachmaninovUna monografia che diventerà sicuramente un prezioso libro di riferimento e consultazione per gli studenti di musica, e di piacevole lettura per gli appassionati, Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione è in realtà molto di più, offrendo al  lettore che ama scoprire i lati nascosti dei grandi personaggi storici o culturali ‘chicche’  piacevolmente sorprendenti su questo pianista-compositore che molto spesso è conosciuto, erroneamente, per la sua ombrosità. Salvatore Margarone riesce difatti a presentare un ritratto poliedrico di questo genio musicale che non può non affascinare il lettore. Lo fa senza perdere il riferimento storico musicale, necessario strumento d’informazione per i lettori del settore, e riesce a presentare interi capitoli che parlano delle creazioni musicali di Rachmninov con un linguaggio di compromesso, cioè mirato ad istruire senza però mai diventare troppo didattico o tecnico da emarginare il lettore comune, che di preparazione musicale e di conoscenza delle varie tecniche compositive ne sa poco o niente. È questo un pregio che ben pochi dimostrano in questo settore di pubblicazione, dove molto spesso il linguaggio accademico riesce a confondere anche i lettori esperti  e diventa un mattone difficile da digerire.

Rachmaninov con la figlia.

L’opera di Margarone comprende vari capitoli sulla vita e le disavventure di Rachmaninov, dalla nascita agli esordi a soli sedici anni nel 1888 fino ai grandi successi e alla morte nel 1943. In questi, l’autore intercala un ottimo capitolo sul sinfonismo in Russia tra il 1850 e il 1914 che permette di capire l’inserimento di questo compositore nella società musicale russa di quei tempi. È proprio in questi capitoli sulla sua vita che Margarone eccelle nel presentarci il “vero” Rachmaninov, genio a volte incompreso, disciplinato, romantico, preoccupato delle critiche alle sue opere al punto di non voler più comporre, assorbito alla fine dalle sue attività di pianista che faranno ridurre, per necessità, quelle di compositore; un uomo, quindi, molto più complesso e simpatico di quello che la stampa ha dipinto nel passato.

Rachmaninov

I capitoli sulle sue composizioni sono vari, ben distribuiti, istruttivi, e chiaramente esaustivi, anche se relativamente brevi. C’è anche un capitolo a titolo Rachmaninov e Skrjabin: due talenti a confronto, un’interessante storia delle loro somiglianze e differenze sia di personalità sia delle loro composizioni musicali, che di diritto apparterrebbe nella sezione sulla vita, con un piacevole aneddoto finale che mostra il perchè molto spesso Rachmaninov era considerato ombroso, e un capitolo sul nazionalismo in musica che parla delle varie scuole nazionali musicali in Russia, Norvegia, Finlandia, Cecoslovacchia, Spagna, Ungheria, Inghilterra e Italia, complementare a quello sul sinfonismo, che permette di comprendere in quale substrato musicale il genio di Rachmaninov germogliò. L’elenco delle sue opere completa l’opera.

Una monografia, quindi, ben strutturata e ricercata che otterrà indubbiamente il successo che si merita.

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Le Toccate di Bach nel nuovo cd di Pietro Soraci

Recensione di Salvatore Margarone
Il catalogo bachiano annovera sette toccate per strumento a tastiera senza pedaliera, uniche superstiti del genere, tutte del periodo giovanile di Johann Sebastian Bach. Gli studiosi sono abbastanza concordi nel considerare perduta gran parte della produzione di questi anni, parliamo dunque di una decade o poco più che va dalla fine degli studi di Bach, avvenuti a Lüneburg tra il 1699 ed il 1702, cui seguiranno i quasi cinque anni da organista ad Arnstadt, poi la breve parentesi passata a Mühlhausen nel 1707-08 ed infine il primissimo periodo di impiego come maestro di concerto ed organista a Weimar.
La datazione delle sette toccate è, come sempre avviene in questi frangenti, alquanto complessa, ma comunque è possibile inquadrarle tutte nel periodo suddetto, dal 1700 al 1710, analizzandone la struttura e stile compositivo, che in questo specifico periodo risulta ancora “arcaico” nell’uso del contrappunto e del fugato.

Pietro Soraci

Fondamentalmente, ciò che contraddistingue lo stile di questo primo Bach e che rende ben riconoscibili le sue toccate cembalistiche, ma anche alcune composizioni organistiche (come la famosa Toccata d-Moll BWV 565) ed alcune cantate da chiesa, è la totale assenza dell’influsso italiano più recente, in special modo quello vivaldiano che Bach assimilerà in misura copiosa solo a Weimar, dopo il 1711. Volendo semplificare, negli anni pre-Weimar, sembra che l’interesse maggiore di Bach sia da ricercarsi nel desiderio di trovare la migliore sintesi unificatrice tra la scuola del nord  del grande Buxtehude e quella del sud di Pachelbel. Se invece andiamo a considerare le Toccate organistiche – eccetto la già citata BWV 565 – e la maggior parte delle fantasie e preludi-fuga per organo, sono tutte pagine databili dal 1712 in poi; qui è, infatti, evidentissima la presenza di nuovi schemi di modulazione, la ricerca del Pathos, le chiare linee melodiche, le caratteristiche motorie e ritmiche, tutte cose che Bach apprende dallo studio dei concerti di Vivaldi. La tendenza si osserva in misura crescente per tutto il periodo restante di Weimar, culminando infine a Cöthen (1717-1723) e Lipsia, dove si giunge alla perfetta sintesi bachiana.

In base a considerazioni stilistiche, alcune delle sette toccate possono essere collocate verso la fase finale di questa decade che potremmo definire come gli anni della “consapevolezza” giovanile. Ad esempio, la BWV 911 e la BWV 916 presentano elementi probabilmente successivi – ossia dopo il 1705 – all’incontro di Bach con la musica del grande organista di Lubecca, Dietrich Buxtehude. Il famoso viaggio improvvisato da Arnstadt a Lübeck, avvenne negli ultimi mesi del 1705, dopo tale viaggio la musica di Bach subisce evidenti arricchimenti che in queste toccate sembrano ben visibili. Lo stesso dicasi per la Toccata in Re Maggiore BWV 912 e la Toccata in Re Minore BWV 913, dove però possiamo scorgere anche un chiaro riferimento a Kuhnau e le sue sonate bibliche. Sembrerebbe invece che la Toccata in Sol Minore BWV 915 presenti elementi più arcaici che possono addirittura farla risalire a Lüneburg o ai primi anni di Arnstadt, quindi ben prima del 1706. Un altro elemento che può aiutare a collocare temporalmente queste composizioni è la modalità di trattamento che Bach fa del contrappunto: la gigantesca fuga nella Toccata in Do minore BWV 911, suddivisa in due sezioni ciascuna conclusa da passaggi a carattere improvvisativo, dimostra quanto Bach fosse già ad uno stadio molto avanzato nella elaborazione della forma, enormemente più avanti dei suoi modelli tedeschi.

Bachhaus Eisenach – Museum der Neuen Bachgesellschaft e.V.

La seconda parte può essere considerata una seconda esposizione della stessa fuga appena svolta, cesellata su uno sviluppo più complicato. Naturalmente, manca ancora in queste fughe la scrittura concisa ed al contempo monumentale, ma variegata ed imprevedibile e soprattutto manca il perfetto equilibrio strutturale che troveremo in analoghe composizioni bachiane di Cöthen e Lipsia; tuttavia già riconosciamo nel compositore delle Toccate, futuro kapellmeister e kantor, un artista alle prese con l’incessante esplorazione armonico-tonale e la continua sperimentazione nella fusione degli stili appresi fino a quel momento.

Nel CD di Pietro Soraci, pianista di origini catanesi e docente  di pianoforte al Conservatorio di Musica G. Verdi di Milano, edito per i tipi DaVinci Classic di Osaka, emerge subito  la cura e la ricerca di ogni particolare timbrico, che in queste Toccate sono le fondamenta musicali oltre allo stile contrappuntistico non ancora delineato del maturo Bach. Ricchezza di sonorità ben calibrate ne fanno di queste esecuzioni un raro cimelio da conservare ed ascoltare con molta accuratezza.

I fraseggi eseguiti con rigore ma allo stesso tempo un ottimo gusto musicale segnano un traguardo raggiunto per questo esecutore, che non si limita a suonare delle note ma, come di rado accade, fa musica allo stato puro, regalando impagabili emozioni all’ascoltatore.

Per certi autori l’approccio avviene da piccoli, quando si inizia con i primi rudimenti e poi spesso vengono abbandonati. Soraci invece affronta questo repertorio già con maturità, che si evince chiaramente per il grande stile e l’autorevolezza delle esecuzioni. Prepotente emerge la passione che nutre per questo compositore e conseguente esito è il rivelarsi delle le sue doti musicali oltre che una solida base di tecnica pianistica molto aguzza: non cerca adeguamenti con la scrittura clavicembalistica originale, ma ne propone un’interpretazione a tratti illuminante, tra accelerazioni pungenti e dissolvenze timbriche che ne esaltano i percorsi armonici  e i cantabili di queste Toccate.

Un pezzo immancabile dunque nelle migliori discoteche.

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QUANDO A PADOVA IL “TROVATOR” CANTÒ

Recensione di Salvatore Margarone

Con il Trovatore di G. Verdi parte la breve stagione lirica 2017 del Teatro Verdi di Padova. La prima data delle due previste, il 27 e 29 ottobre, ha visto il teatro gremito per uno dei titoli del melodramma più amati dal pubblico melomane.

Rispetto alla stagione dello scorso anno si è percepito subito un livello decisamente superiore, sia per la qualità delle voci in campo che per la parte organizzativa: voci di spicco sulla scena del Verdi, una su tutte quella del baritono Enkhbat Amartuvshin, che avevamo già apprezzato la scorsa estate all’Arena di Verona in una splendida recita nel ruolo di Rigoletto. Anche in questa occasione la bravura e la bellissima voce di Enkhbat, nella sua interpretazione del Conte di Luna, hanno incantato il pubblico che lo ha applaudito a lungo durante ed alla fine dell’opera.

Enkhbat Amartuvshin e Maria Katzarava

La sua amata Leonora invece, interpretata da Maria Katzarava, è stata altalenante nell’esecuzione, che è risultata priva di quei filati che per questo ruolo si richiedono: voce stridula e brutta dizione hanno contraddistinto l’intera performance, oltre a qualche defaillance durante l’esibizione che non è sfuggita ai molti, come l’improvvisazione sulla cadenza di Tacea la notte, in un vuoto di memoria decisamente non perdonabile.

Ottima la resa vocale di Simon Lim nel ruolo di Ferrando, che conferma la caratura di alto livello di questo basso del sol levante.

Simon Lim (secondo da sinistra)

Il Trovatore Manrico, affidato al tenore Walter Fraccaro, non è stato di certo uno dei migliori: voce insicura, fiati gestiti male, portamenti a non finire, ne hanno tracciato un Manrico da dimenticare.

Ottima la Azucena di Judit Kutasi, bella voce calda ed ambrata, che ha interpretato una zingara ineccepibile ma piuttosto lineare: avrebbe sicuramente potuto osare di più in qualche momento con qualche accento in alcuni punti per essere ancora più incisiva.

Walter Fraccaro e Judit Kutasi

Senza lode e senza infamia il resto del cast: Carlotta Bellotto (Ines), Orfeo Zanetti (Ruiz), Luca Bauce (Un vecchio zingaro) , Luca Favaron (Un messo). Ottimo il Coro Lirico Veneto, diretto da Stefano Lovato,  che in questa occasione è stato molto preciso negli attacchi ed anche nelle movenze sul palcoscenico, facendo da giusta cornice ai protagonisti. Nella regia, nelle scene e nelle luci, affidate a Filippo Tonon, abbiamo riscontrato ottimi spunti, ben calibrati nel palcoscenico ridotto del Verdi: tuttavia qualche luce mirata in più non sarebbe guastata dato che in più di un’ occasione i protagonisti erano lasciati in penombra. Belli e curati nei dettagli i costumi di Cristina Aceti.

Buona anche l’Orchestra di Padova e del Veneto, ben amalgamata e con buone sonorità, che ha retto con professionalità la prova pur avendo avuto qualche difficoltà con il direttore Alberto Veronesi: in più di un’ occasione hanno dovuto riprendere i tempi e i cantanti che erano in evidente difficoltà.

Uno spettacolo tuttavia nel complesso molto gradevole, che ha funzionato bene, anche se non ambientato alla fine del XV sec. come da libretto, ma in tempi ambigui e non tanto remoti.

Allestimento del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor in coproduzione con Bassano Opera Festival.

La recensione si riferisce alla prima del 27 ottobre 2017.

Fotografie: Giuliano Ghiraldini

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W Mozart, La Lirica, I Giovani

W Mozart, la lirica, i giovani

Recensione e foto di Isabella Rossiello

Il Teatro Bonci di Cesena riserva sempre delle sorprese: con la regia di Matelda Cappelletti è andata in scena l’opera “Don Giovanni “di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo da Ponte.
Giovanissimi e molto preparati gli interpreti: Don Giovanni, Christian Federici,  il Commendatore  è Amodio Esposito, Donna Anna è Vittoria Magnarello, Don Ottavio Francesco Ariza, Donna Elvira è Sara Pegoraro,Leporello è interpretato da Roberto Gentili, Masetto è Andrea Jin Chen, Zerlina è Irene Petitto.
A parte la bellezza dell’opera e il suo costante passare dal brioso al drammatico del genio mozartiano, quello che mi ha colpito è la giovane età dei protagonisti che trasmettevano una grande passione e una preparazione pressoché perfetta, grazie agli studi presso L’Accademia di Belle Arti di BolognaDirettore Enrico Fornaroli.
L’elenco di chi ha messo in piedi questa meraviglia è vasto, un’opera corale , una scenografia maestosa con una vetrata stilizzata in stile gotico e un intreccio che ricordava una chiesa ma anche una foresta tormentata da chissà quali spiriti interiori.
Costumi e scenotecnica  Paola Mariani e Marcello Morresi, i costumi della tutor Michela Rossi; forse una piccola critica: trucco e parrucco un po’ carenti perché se l’orecchio è soddisfatto appieno anche l’occhio reclama la sua parte.
Il Coro da Camera del Conservatorio, diretto da Paola Urbinati è stato sublime e al pianoforte Franco Ugolini.
Una serata all’insegna di una grande opera e di un Mozart omaggiato da questi giovani artisti che distolgono la mente dal cliché di ragazzi nulla facenti, “bamboccioni” e “choosy” come diceva un ministro italiano, no, loro hanno scelto la propria strada, studiando, impegnandosi e portando in scena il Don Giovanni, opera tutt’altro che facile!
Bravi! Lo hanno dimostrato le standing ovation e gli applausi che non finivano mai, grazie ragazzi, siete la parte sana di una società decadente, siete il suo riscatto.
Il Don Giovanni non è la semplice storia di un seduttore, è un intreccio di sentimenti vari che vanno dal cinismo al romanticismo, dalle debolezze umane  al sovrannaturale punitore.
È un plot abbastanza ingarbugliato, con amanti tradite e concupite, statue che parlano, assassinii e nessun pentimento, fughe e travestimenti, vendette e cornuti.
Donne maliziose, furbe, sofferenti, vendicative, uomini goderecci, bugiardi, falsi, feriti e di tutte le fasce sociali; uno spaccato dell’epoca, quasi una foto, un’istantanea che pensandoci bene non è poi dissimile dalla nostra società attuale.
L’opera andò in scena la prima volta a Praga nel 1787 il 28 ottobre con il titolo: “Il dissoluto punito o sia il Don Giovanni”, nonostante il successo di Praga, a Vienna fu accolta con freddezza e le sue sorti tornarono al grande successo nei teatri tedeschi.
Il dramma giocoso si svolge in due atti, nel primo Leporello, servo di Don Giovanni, si lamenta della sua condizione e del suo padrone, intanto Donna Anna esce dalle sue stanze in deshabillé inseguendo un uomo che è entrato con la forza nelle sue dimore, accorre suo padre e nella concitazione del duello, Don Giovanni lo uccide davanti agli occhi di sua figlia. Donna Anna chiede a Don Ottavio, suo promesso sposo, di vendicarla.
Leporello rimprovera il suo padrone per la vita dissoluta e in quel mentre entra in scena una donna velata; è Donna Elvira, sedotta e abbandonata tempo prima da Don Giovanni, che fugge’ Leporello racconta alla dama le innumerevoli conquiste del suo inaffidabile padrone, è il momento della celebre aria: “ Madamina, il catalogo è questo …” in cui sono puntigliosamente elencate  le sue conquiste in tutta Europa!
Intanto si prepara un matrimonio fra contadini e fra questi il cinico rubacuori adocchia la bella sposa Zerlina; con uno stratagemma e l’aiuto di Leporello fa portare tutti al castello a bere e a mangiare mentre lui sedurrà la maliziosa contadinella.
Masetto, lo sposo, non si fida ma intanto Don Giovanni le promette di sposarla. In quel momento entra in scena Donna Elvira che mette in guardia Zerlina da quel traditore bugiardo.
Donna Anna, Donna Elvira e Don Ottavio si rendono conto della cattiveria di Don Giovanni; mentre Zerlina cerca di placare l’ira e la gelosia di Masetto, vanno tutti al castello a festeggiare ma i tre sono mascherati e in cerca di vendetta.
Nel secondo atto è ancora Leporello a lamentarsi del suo padrone che invece gli chiede di scambiare gli abiti in modo da sedurre la serva di Donna Elvira che lo ama ancora, nonostante il male che le ha fatto.
Don Giovanni, nel frattempo, travestito da servo le fa una serenata è buio e Donna Elvira fa una passeggiata con Leporello credendolo il suo amore disperato; lui invece cerca di sedurre la sua serva.
I contadini, che hanno scoperto tutto, cercano Don Giovanni armati di rastrelli, vanghe e fucili, ma questi è travestito da servo e dirada i contadini restando solo con Masetto e picchiandolo selvaggiamente; arriva Zerlina che lo consola e cerca di curarlo a suo modo.
Leporello intanto ha paura di essere scoperto e in un cimitero si ricambiano gli abiti. Dalle tombe però si leva una voce; Leporello è spaventato, Don Giovanni spavaldo crede ad uno scherzo e cerca tra le tombe ma con grande orrore scopre che è la tomba del Commendatore assassinato che parla, eppure Don Giovanni gli chiede di cenare con lui e la statua chinandosi tre volte accetta.
A palazzo arriva Donna Elvira che lo prega di pentirsi e di cambiare vita ma lui le risponde che mai smetterà di brindare ai piaceri della vita. Donna Elvira, sconsolata, va via ma poco dopo si sentono delle urla. Accorre Leporello e anch’egli grida per il terrore: è il Commendatore che si presenta alla cena. Don Giovanni per nulla terrorizzato lo invita ad entrare e il “fantasma” dice che è lui ad invitarlo a cena; a cena si, ma all’inferno.
Un finale shakespeariano  per una vita dissoluta e fatta di inganni e bugie.
Poter vedere i volti soddisfatti all’uscita e sentire i fragorosi applausi per tutti gli interpreti  è stata un’emozione che ricorderemo per molto tempo.
Il grazie a tutti è dovuto e sincero.

 GALLERIA (Foto di Isabella Rossiello)

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Monumentale “Rigoletto” a Verona: Terranova sbanca con gli applausi!

Recensione di Salvatore Margarone

Grandioso e spettacolare il Rigoletto di Giuseppe Verdi, terzo titolo della stagione, andato in scena all’Arena di Verona lo scorso 1 luglio. Protagonisti cantanti di grande spessore che hanno regalato, con le loro belle voci, emozioni da ricordare incorniciate in una bellissima ed imponente scenografia di Raffaele Del Savio (allestimenti scenici di Giuseppe De Filippi Venezia) e la regia di Ivo Guerra che in questo caso stranamente non ha disturbato l’intreccio dei personaggi sulla scena, ma anzi, ne è stato un perfetto complemento.

Quasi cinematografico ed incredibilmente realistico il  gigantesco Castello di Mantova, alto e svettante sul palcoscenico con le sue torri e torrette,. Interessanti anche se non eclatanti i costumi di Carla Gallieri che ha tolto il superfluo e realizzato abiti raffinati e consoni, assegnando ad ogni personaggio un colore identificativo, che sarebbe tuttavia maggiormente risaltato con un illuminazione più mirata: anche se in questo titolo la penombra la fa da padrone, in alcuni casi la mancanza fisica di luce ha decisamente smorzato e appiattito le perfomances degli artisti.

Nomi di spicco del panorama lirico mondiale sul palcoscenico areniano: Gianluca Terranova (Il Duca di Mantova) ha regalato emozioni continue ad un pubblico estasiato: voce squillante, puntata e precisa, curati i  minimi dettagli e le tante raffinatezze, come di rado si sentono, ha reso il “suo”  Duca in un’interpretazione encomiabile. Applauditissimo dal pubblico, Terranova si impone come una delle migliori voci tenorili del momento.

Non da meno la Gilda di Elena Mosuc. Tuttavia incostante in tutta la sua interpretazione, infatti abbiamo riscontrato meno freschezza del solito nella sua voce,  in alcuni momenti è sembrata stanca e sfocata sugli acuti, e molti i fiati che ha dovuto prendere durante l’esecuzione delle sue arie più famose ovvero “Caro nome” e “Tutte le feste al tempio”. Peccato. Un’interpretazione che a nostro parere, rimandava all’idea di una Gilda matura più che ad una fragile fanciulla.

Debuttante della serata era il baritono Amartuvshin Enkhbat nei panni del giullare di corte nonché protagonista assoluto dell’opera: Rigoletto. Voce possente, scura, bel legato di fiato, ha mandato in delirio il pubblico con la sua interpretazione, tanto da bissare “Cortigiani, vil razza dannata”. Era palpabile però l’emozione del debutto in quanto ci è sembrato un po’ monotono. Ma le premesse sono buone e l’esperienza limerà queste mancanze.

Rivelazione della serata è stato invece il basso Andrea Mastroni  (Sparafucile), dotato di voce potente, scura e pulita, con la quale ha giocato molto e, modulandola senza apparente sforzo,  è risultato uno Sparafucile credibilissimo, come poche volte abbiamo potuto sentire. Bravissimo!

Ottimo il resto del cast, e precisamente: la Maddalena  di Anna Malavasi, bella voce profonda e sensuale; Nicolò Ceriani, nei panni del Conte di Monterone ; il Marullo di Marco Camastra; il Conte di Ceprano di Dario Giorgelè; la Giovanna di Alice Marini. Buoni gli altri interpreti : Marina Ogii, Omar Kamata, Lara Lagni, Francesco Pittari.

In tutto questo la nota dolente che purtroppo ha annebbiato un po’ tutta l’opera é stata la direzione d’orchestra di Julian Kovatchev. Noioso nei tempi, solo qualche guizzo vivace qua e là, ha tenuto per lo più sotto tono gli orchestrali, riuscendo a mettere in grosse difficoltà anche i cantanti, che ad un certo punto con molta eleganza hanno deciso di proseguire da soli senza seguire la bacchetta, con la conseguenza che si trovavano spesso fuori tempo. E’ già la seconda volta che vediamo questo direttore sul podio dell’Arena, e per la seconda volta non ci ha convinto la sua direzione, con gesti parziali e poco chiari, priva di quel ritmo drammatico e deciso che in Rigoletto sono fondamentali. Il tutto è risultato ovattato, flemmatico, quasi soporifero, ma l’ottima orchestra e il bravissimo Coro dell’Arena di Verona (diretto da Vito Lombardi) hanno saputo, con la loro pluriennale esperienza, gestire al meglio questi tempi così strani, e, pur se traspariva molto bene la difficoltà, si è percepita molto bene la loro bravura. Grandi applausi per loro, meritatissimi, e per tutti gli artisti.

La recensione si riferisce alla prima recita del 1 luglio 2017

GALLERIA ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

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Un Nabucco “Risorgimentale” Apre La Stagione Dell’Arena Di Verona 2017.

Recensione di Salvatore Margarone

È con il Nabucco di Giuseppe Verdi che la 95^ stagione lirica dell’Arena di Verona  prende il via, con un Teatro alla Scala ricostruito sul palco areniano durante le “Cinque giornate di Milano del 1848”, che ruotando svela anche l’interno di un salone e addirittura quattro ordini di palchi perfettamente ricostruiti.

Opera nell’opera questa nuova produzione di Arnaud Bernard, che ne firma la regia e i costumi, dove i Babilonesi ed Ebrei sono spogliati dai soliti abiti e trasformati in austriaci e milanesi, e spari di cannone e fucilate meravigliano il gremito pubblico accorso per questa prima.
Certo non è stato semplice cancellare dalla mente le immagini di un Nabucco tradizionale in cui non si fatica a capire i personaggi per i quali, invece, specie all’inizio e seguendone il libretto, qui emergono molte lampanti incongruenze.
Ma l’opera è anche questa, meravigliare e stupire, lasciare sbigottiti e lasciarsi trasportare dal contesto, e se teniamo conto anche delle note dificoltà che l’Arena ha attraversato in questi ultimi mesi, e che sembra siano abbastanza risolte, l’intento è stato pienamente raggiunto.
Leggiamo quindi una sorta di riscatto in questa messa in scena risorgimentale di Nabucco, ampiamente meritata.

Bravissimo Daniel Oren che ha diretto l’orchestra dell’Arena mettendo passione e trasporto tra le note verdiane: convince la sua direzione che è risultata ben scandita nei tempi e nei colori orchestrali, dando risalto ai fiati in alcuni momenti salienti.
Buono il cast che, anche se con qualche défaillance (giustificata dal caldo torrido ed insopportabile della serata) non si è risparmiato dall’inizio alla fine, mantenendo concentrazione sul palcoscenico riempito da moltissime comparse che in qualche caso hanno creato però solo confusione: molti i “rumori” fuori scena e sulla scena che si potevano evitare.
Bellissime le scene di Alessandro Camera con allestimenti scenici di Giuseppe De Filippi Venezia e luci di Paolo Mazzon, che facevano da cornice a questa colossale produzione.
Lodi vanno alla Fenena interpretata da Carmen Topciu, voce calda e perfetta, che ha brillato per l’intera serata, mentre l’ Abigaille di Tatiana Melnychenko, oltre a non avere una perfetta dizione, ha avuto molti momenti di sfocatura vocale e alcune note acute rasentavano l’urlo: il suo modo di cantare ricorda un po’ la “vecchia guardia” che utilizzava lo “striscio” (portamenti) nelle frasi musicali.

Il comparto maschile si è difeso meglio, e, anche se non perfetti, hanno portato in scena con grande professionalità i loro ruoli: Nabucco, George Gagnidze, in questa produzione esce di senno a seguito di un colpo di pistola che lo ferisce alla testa (scena un po’ comica), ma grazie alla grande esperienza di Gagnidze non si è caduti nel ridicolo. Buona la sua performance, incisivo nel ruolo e attento ai dettagli.
Dignitoso il resto del cast a partire da Ismaele, Walter Fraccaro, Zaccaria interpretato da Stanislav Trotimov, il Gran Sacerdote di Belo di Romano Dal Zovo, l’Abdallo di Paolo Antognetti, interessante e degna di attenzione l’Anna interpretata da Madina Karbeli.
Bravo il Coro dell’Arena di Verona, diretto da Vito Lombardi, che  ha avuto il giusto tributo dal pubblico nel momento più atteso, il Va’ pensiero.
Grandi applausi hanno accompagnato il celebre brano corale, che di questa opera è la pagina più conosciuta, che è stato bissato ed applaudito ancor prima del bellissimo finale in pianissimo che purtroppo quindi non abbiamo potuto udire, ed è stato coreografato dal lancio di volantini tricolore dai palchi ricostruiti della Scala, e con striscioni con la scritta “W VERDI”,  di cui ne abbiamo letto l’acronimo.

Per finire diciamo che questa messa in scena forse se incastonata in un altro titolo avrebbe avuto un effetto maggiore che con Nabucco; di sicuro l’Arena non ha badato a spese per questa nuova produzione (imposta dalla legge Bray che richiede almeno una nuova produzione a stagione), ma il risultato finale complessivo è certamente positivo.
Verona quindi può festeggiare alla grande l’inizio di una stagione lirica che si preannuncia interessante anche per gli artisti che si avvicenderanno sul palcoscenico in questa caldissima estate 2017.
Prossime recite il 29 giugno, il 7-12-15-18 luglio, 4-9-12-18 agosto.
Sul podio Daniel Oren si alternerà con Jordi Bernacer; tra le voci si potranno ascoltare:  Anna Pirozzi e Susanna Branchini, Leonardo Lopez Linares , Boris Statsenko, Sebastian Catana, Mikheil Sheshaberidze, Rubens Pellizzari, Ratat Siwek, In Sung Sim, Rebeka Lokar, Anna Malavasi, Nino Sorguladze, Nicolò Ceriani, Cristiano Olivieri, Elena Borin.

La recensione si riferisce alla prima del 23 giugno 2017.

GALLERIA ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

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LABORATORIO LIRICO/OPERA WORKSHOP CON BARBARA FRITTOLI E MARCO MUNARI

Call for participation  “LABORATORIO LIRICO / OPERA WORKSHOP”  – VICENZA,  ITALY
Date: 16 – 21 SEPTEMBER  2017
Location :Villa Chiericati Showa (Fondazione Musicale Showa), Via Perano 23 – 36060 Schiavon (Vicenza)
-Masterclass di alto perfezionamento lirico
Master class di alto perfezionamento lirico tenuto dal soprano Barbara Frittoli.
Laboratorio per maestro collaboratore al pianoforte tenuto dal M° Marco Munari del Teatro alla Scala di Milano.
Lo scopo del laboratorio è quello di unire il percorso formativo del cantante e quello del maestro collaboratore finalizzato allo sviluppo e alla integrazione delle rispettive professionalità.

Highly specialized lyric master class taught by soprano Barbara Frittoli.
Workshop for rehearsal pianist taught by Maestro Marco Munari from Teatro alla Scala in Milan.
The workshop has the purpose of combining the learning programs for singers and rehearsal pianists, directed to develop and complete their respective skills. 
Scarica per ulteriori informazioni / Download further information – pdf
Scarica Il modulo d’iscrizione / Download application form – word (docx)
 
Deadline: 30 JUNE  2017
Soprano Barbara Frittoli  
M° Marco Munari del Teatro alla Scala
Organized by
MUSE music and music culture
(MAX HARVEST INTERNATINAL SRL)
Referent; Mihoko Miyagawa
Contacts
MAX HARVEST INTERNATIONAL S.R.L. 
(Att. Ogihara, Kubo) Viale Sondrio 3, 20124 Milano, Italy
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