“TOSCA” AL TEATRO REGIO DI PARMA: VINCE L’ALLESTIMENTO, MA BUONO ANCHE IL CAST

Tosca. Fucilazione

Recensione di Eddy Lovaglio
“L’allestimento di Alberto Fassini, creato nel 1999 per il teatro Comunale di Bologna (dopo l’anteprima di Palermo) non meritava di finire con la morte del suo creatore” – afferma il regista Joseph Franconi Lee, che per 20 anni ha lavorato con Fassini, erede della scuola di Luchino Visconti.
Il teatro Regio di Parma ha fatto, dunque, una giusta scelta nel riproporre questo allestimento di “Tosca” nella stagione lirica 2018; unica grande mancanza: la diva per eccellenza di quest’opera, Raina Kabaivanska, per la quale Fassini ideò questo particolare allestimento basato sul bianco e nero.
Il soprano Anna Pirozzi ha ottenuto successo alla prima del 27 aprile scorso, ma causa influenza è stata sostituita dal soprano Saioa Hernandez (nata a Madrid ed allieva di Renata Scotto e Montserrat Caballe), non così convincente dal punto di vista interpretativo sia scenico che vocale, sebbene con buone doti vocali – dizione a parte – tanto da superare la prova del temuto pubblico parmigiano. Sostituito anche il tenore Andrea Caré e ad interpretare il ruolo di Mario Cavaradossi è stato Migran Agadzhannan che ha riscosso un personale successo per doti vocali e di dizione, un bel timbro e una adeguata interpretazione del personaggio; nato in una famiglia di musicisti ha iniziato fin da piccolo lo studio del pianoforte ed ha indubbiamente una buona musicalità.

Tosca I° atto


Nel ruolo di Scarpia si sono alternati Francesco Landolfi e Angelo Veccia, con scarse possibilità di lasciare un’impronta di questo personaggio pucciniano che siamo abituati a vedere, ed ascoltare, rappresentato in altro modo.
Una menzione particolare al baritono Armando Gabba nel ruolo del sagrestano che ha caratterizzato in modo estremamente efficace, mai sopra le righe, delineando il personaggio con intensità e credibilità tali da meritare il caloroso applauso del pubblico parmigiano.

Tosca Te Deum

Ottima l’ Orchestra Filarmonica Italiana diretta dal M° Fabrizio Maria Carminati.
Qualche piccola imperfezione registica di Joseph Franconi Lee (non credibili i due protagonisti principali per una non adeguata movenza scenica che li potesse far apparire due “innamorati” di cui una “gelosa” per eccellenza) non ha offuscato, però, la bellezza dell’opera pucciniana, in particolare in due momenti d’effetto dell’allestimento di Fassini: il Te Deum in una cupola in controluce come una visione di forte potenza pittorica, ed il finale di indubbia suggestione in quella manciata di secondi di tableau vivant, sotto le luci rosse di un’alba anomala sporca di sangue, sottolineati dalle ultime cupe battute orchestrali che concludono la composizione del Maestro Puccini.

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Opera Prelude: Masterclass with Dame Anne Evans

Opera Prelude:
Masterclass with Dame Anne Evans
Tuesday 29th May
10.30am-12.30pm

The Caversham Room, Cadogan Hall
Tickets: £30 per person (via Opera Prelude)
We’re delighted to be joinining once again with our friends at Opera Prelude to present a masterclass with Dame Anne Evans, a patron of the International Opera Awards.

Dame Anne will work with emerging young singers supported by Opera Prelude.

Opera Prelude is a registered charity, established in 2010, with the aim of supporting post-graduate singers in the transitional period between leaving Conservatoire and embarking on a professional career. Opera Prelude supports almost 40 of the UK’s finest young artists, aged 25 – 34, who are not in education or full-time employment.

The Opera Awards Foundation has supported numerous Opera Prelude singers over the years and is delighted to be collaborating to present this Masterclass.

Tickets are £30 per person and can be booked online through Opera Prelude.

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Passionale e acceso IL CORSARO ritorna al Teatro Municipale di Piacenza

Di Federico Scatamburlo

È interessante fare qualche considerazione circa la nascita dell’opera in titolo, che così poco viene rappresentata e sicuramente non è una delle opere di repertorio più conosciute dal grande pubblico. Giuseppe Verdi stesso la considerò un’opera minore, scritta velocemente in contemporanea a I Masnadieri e a Macbeth solo per ottemperare ad obblighi contrattuali che lo vincolavano in più teatri contemporaneamente in Italia e all’estero. L’autore prese spunto, come per molte altre opere, da un testo di Byron, e in pochissimo tempo riuscì nell’intento.

Il Corsaro infatti, rispetto ad altre sue composizioni, non presenta una narrazione complessa, soprattutto per quanto riguarda il tipico “sondare” nell’animo umano, e non ci sono particolari sfumature psicologiche nei personaggi, il cui agire è così semplice fino a diventare quasi illogico nel finale.

Corrado (Il Corsaro), innamorato e ricambiato da Medora con la quale vive esiliato in un isola greca, dichiara guerra al sultano Seid, e, nonostante i timori dell’amata che ritiene non possa ritornare vivo, parte per combattere. Nel frattempo il sultano, che ha avuto notizia delle intenzioni bellicose del nemico, festeggia in anticipo nel suo harem la vittoria di cui è certo, insieme alla sua favorita Gulnara, che però lo odia con tutto il cuore. Corrado penetra mascherato all’interno dell’harem ma viene subito scoperto e imprigionato, diventando però oggetto delle attenzioni di Gulnara che si è innamorata di lui, e che tenta di convincerlo ad uccidere Seid in cambio della libertà che lei gli può procurare. Corrado rifiuta ma lei, per amore, lo aiuta ugualmente, e insieme fuggono.

Nel frattempo Medora, convinta che l’amato sia morto in battaglia, si avvelena e morirà poi tra le braccia del suo Corrado da poco arrivato insieme a Gulnara, il quale, disperato, si toglie la vita gettandosi in mare.

Con due recite di quest’opera, il 4 e il 6 maggio, il Teatro Municipale di Piacenza ha voluto anche omaggiare la memoria di un grande e visionario artista, Lamberto Puggelli, la cui regia è stata ripresa per l’occasione da Grazia Pulvirenti Puggelli che ha collaborato con una fantastica equipe. Curatissime infatti le scene di MarcoCapuana, dove l’elemento predominante sono tante vele ma soprattutto le corde di una naveche, se inizialmente rappresentano chiaramente un veliero, si trasformano poi nelle sbarre di un carcere, il tutto sempre su uno sfondo vuoto, riempito solo dai precisi effetti di luci di Andrea Borelli. Geniale nella sua semplicità l’effetto della gabbia di corde alternativamente oscillanti che ha quasi ipnotizzato il pubblico in sala.

Roberta Mantegna e Simone Piazzola

Come detto la storia è molto semplice, ma così non è per l’orchestrazione e per i cantabili. La rabbia e il dolore dei personaggi in quest’opera non è veemenza o irruenza, e non viene espressa solo con acuti e momenti “forti”, ma anche con situazioni introspettive e squisitamente romantiche. Ne consegue che la tessitura per tutti è molto ardua, stante i frequenti cambi di posizioni vocali e le intermittenti agilità che tutte le parti richiedono. A prescindere dalla storia, ne consegue uno spettacolo che sul piano musicale e canoro è incalzante e coinvolgente e che non lascia tregua alle emozioni dello spettatore.

Serena Gamberoni e Ivàn Ayón Rivas

E così è stato anche in questa occasione, grazie anche alla mirabile direzione orchestrale da parte del giovane Maestro Matteo Beltrami. Sicuro e preciso, tutta l’orchestra ha seguito con attenzione le intenzioni dettate dai movimenti delle mani del direttore, che è riuscito in contemporanea a mettere a loro agio anche tutti i cantanti. Fluida e precisa è stata infatti la connessione tra buca e palco, con ritmi serrati ma armonici e melodiosi e nessuna sbavatura percepita. Bravissimo.

Giovani anche tutti i cantanti in scena. A partire dal protagonista, Corrado, interpretato da  Ivàn Ayón Rivas, forse il più giovane del cast, che già avevamo sentito in altri teatri ma in parti minori pur con ottime performances, e che qui ha sfoderato potenza, squillo e agilità inaspettate, con una voce sfolgorante fin dall’inizio e sempre ben  udibile anche nei concertati e negli insiemi.

I panni di Medora sono stati indossati da Serena Gamberoni. Soprano essenzialmente di coloratura, come ci potevamo aspettare, nella prima aria “Non so le tetre immagini”  non ha reso appieno le sfumature belcantistiche ricercate da Verdi in quest’aria, dove la voce è tutta sul fiato, con “filati” che però non sono risultati così incisivi. L’esecuzione tuttavia è stata più che gradevole, e nel prosieguo la performance si è ammorbidita fino al finale interpretato in modo fluido, sicuro e convincente.

Roberta Mantegna e Simone Piazzola

Molto più ardua la tessitura per Gulnara, ma brillantemente risolta da Roberta Mantegna, rivelazione della serata. Dimostra fin da subito grande padronanza del sistema fonatorio, infatti con abile utilizzo delle varie posizioni, è riuscita ad esibire agilità eccellenti e sempre ben centrate in tutto il registro vocale, ottenendo effetti davvero emozionanti.  Prevediamo un grande futuro per questa giovane interprete.

Il cattivo della situazione, il sultano Seid, è stato il baritono Simone Piazzolla. La sua concentrazione sull’emissione della linea di canto ha penalizzato un po’ l’interpretazione drammaturgica, e, complice una voce piuttosto chiara, ha delineato, a nostro parere, un personaggio piuttosto distaccato e forse un po’ lontano dal carattere sanguigno e vendicativo di Seid, ma, aiutato anche dalla naturale prestanza fisica, è comunque piaciuto al pubblico e allo scrivente.

Serena Gamberoni, Ivàn Ayón Rivas e Roberta Mantegna

Assolutamente adeguati i comprimari Matteo Mezzaro (Selimo), Cristian Saitta (Giovanni) e Raffaele Feo (Un eunuco/Uno schiavo).

Meritatamente applaudita la pregevolissima prestazione, sia canora che scenica, del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, diretto da Corrado Casati.

Grande apprezzamento finale del pubblico, pur bruscamente interrotto da una frettolosa chiusura del sipario.

Simone Piazzola (al centro)

Photo©MirellaVerile

La recensione si riferisce al 6 maggio 2018

 

Teatro Municipale – Stagione lirica 2017/2018
IL CORSARO
Melodramma tragico in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
dal poemetto The Corsair di George Byron

Musica di Giuseppe Verdi

Corrado Iván Ayón Rivas
Medora Serena Gamberoni
Seid Simone Piazzola
Gulnara Roberta Mantegna
Selimo Matteo Mezzaro
Giovanni Cristian Saitta
Un eunuco/uno schiavo Raffaele Feo

Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Matteo Beltrami
Maestro del coro Corrado Casati

Regia Lamberto Puggelli, ripresa da Grazia Pulvirenti Puggelli

Scene Marco Capuana
Costumi Vera Marzot
Luci Andrea Borelli
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco

Allestimento del Teatro Regio di Parma
Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza e Fondazione Teatro Comunale di Modena

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Intervista al soprano Maria Josè Siri

Intervista di Natalia Di Bartolo

Incontro la signora Maria José Siri in occasione del suo debutto al Teatro alla Scala nella Francesca da Rimini di Zandonai, in scena dal 15 aprile 2018 con sul podio il maestro Fabio Luisi.

Natalia Di Bartolo: Signora Siri, è un piacere incontrarci nuovamente dopo la nostra conoscenza a Vienna nel 2015. Lei sostituì all’ultimo minuto Martina Serafin nel ruolo di Tosca per un incidente in scena alla prima e cantò tutte le altre recite. Una gran bella Tosca, la sua, spettacolo che ebbi il piacere di recensire. Cosa ricorda di quella occasione che la portò a Vienna?
Maria José Siri: Mi è capitato un paio di volte, a Vienna, di dover fare una sostituzione; non è mai bello dover sostituire una collega, particolarmente questa volta in cui ho sostituito chi  si era rotta una gamba saltando giù da Castel Sant’Angelo. Ho avuto comunque l’opportunità di fare una recita particolare perché era in diretta TV e quindi vista da milioni di persone, e di cantare con un bravissimo collega, Roberto Alagna. Per quanto riguarda Vienna, è un teatro con cui ho un ottimo rapporto e ogni volta torno più che volentieri a cantare in Austria.

Natalia Di Bartolo: Io non l’avevo mai ascoltata prima dal vivo e la stimai fin da allora come una gran voce, dal timbro particolarmente scuro eppure capace di splendidi acuti e raffinatissimi filati; la paragonai in cuor mio ad una Fedora Barbieri soprano… Cosa ci dice della sua formazione artistica e tecnica?
Maria José Siri: L’insegnante che mi ha insegnato la tecnica, che si è accorta che non fossi un lirico leggero e che quindi mi ha stravolto positivamente la vita non è stata Raina Kabaivanska, come molti pensano, ma Ileana Cotrubas; quando studiavo con lei, abitava in Francia, adesso abita a Vienna. Per sue questioni di salute e di tempo, quindi, non studio più con lei e da un paio di anni mi appoggio alla signora Kabaivanska: con lei si tratta di una continuazione della tecnica e dell’interpretazione, perché è una tecnica con cui mi trovo bene, ma la grande insegnante della mia vita, quella che ha cambiato il percorso della mia carriera, è stata Ileana Cotrubas.
Mi sento molto spesso al telefono con entrambe e vedo occasionalmente la signora Kabaivanska; non la vedo spessissimo, non sono una di quelle cantanti che incontra l’insegnante molto spesso. Rispetto moltissimo chi lo fa, e penso che un cantante debba avere un punto di appoggio per un consiglio, perché quello che viene fuori non è mai quello che sentiamo: viviamo in un mondo che non ci appartiene, non vediamo l’apparato vocale, utilizziamo sensazioni fisiche. E dobbiamo avere anche tanta immaginazione per far sì che la tecnica faccia del nostro strumento tutto quello che gli chiediamo, ma in fin dei conti credo che sia molto salutare che noi stessi siamo i nostri professori. Anche se – ripeto – abbiamo anche bisogno di qualcuno all’esterno che ci dia un segnale di come stiano andando le cose.

Natalia Di Bartolo: Le piace la sua vocalità o le sarebbe piaciuto essere un soprano leggero, una coloratura o scendere ancora e toccare i gravi del mezzosoprano?
Maria José Siri: A me piace la mia vocalità. All’inizio ero un soprano leggero, e mi piaceva esser un soprano leggero; non ho avuto problemi ad accettare il mio strumento che sta maturando, e ogni volta posso dire che lo amo di più. All’inizio non lo trattavo tanto bene, perché non avevo la consapevolezza tecnica che ho adesso. Mi sono sempre accettata; lavoro sempre partendo dal principio che io ho lo strumento che ho e non lo posso cambiare, però so benissimo che tipo di suono cerco, so benissimo che tipo di voce e che tipo di canto mi piace e a tal fine mi applico molto e soprattutto non mi piace esser simile a nessuno. Non voglio esser “snob” o “diversa”, ma partendo dalla base dell’accettazione di quello che è la mia voce, cerco di ottenere un suono più onesto possibile, più sincero; e perseguo la continua ricerca della bellezza, sempre.

Natalia Di Bartolo: Chi preferisce cantare tra Puccini e Verdi?
Maria José Siri: Una domanda molto difficile, scegliere tra Puccini e Verdi.  Quando sto interpretando Puccini amo più Puccini, e lo stesso accade quando canto Verdi. Tutti e due questi autori hanno scritto ruoli davvero adatti alla mia voce e non credo nella classificazione di sola “voce verdiana”. Entrambi i compositori, affrontati nel loro stile, quando si ha la fortuna di avere un bravissimo direttore d’orchestra, sono due gioielli dell’opera italiana che non moriranno mai.

Natalia Di Bartolo: Le sue capacità vocali sono indiscusse, ma quali sono comunque i ruoli che trova più difficili, sia per una questione di voce che d’interpretazione? Quali ruoli sente, invece, a sé più vicini o comunque più sentiti nell’interpretazione e quale personaggio su tutti sente di più e ama di più cantare?
Maria José Siri: Anche questa domanda non è facile. Tutti i ruoli sono ardui, perché il mio non è un repertorio semplice. Quando ho studiato la mia prima Tosca pensavo che fosse il ruolo più difficile; poi per Suor Angelica ho penato l’impossibile perché non riuscivo a smettere di piangere e la mia sensibilità non mi permetteva di riuscire a finire l’aria “Senza mamma”, per non parlare del finale…Quindi ogni ruolo è molto difficile nel mio repertorio . Non so quale sia il più difficile da interpretare: sicuramente Francesca è molto complesso, bisogna studiare tanto, avere le idee molto chiare anche registicamente per disegnare un personaggio facile da capire da parte del pubblico. Nessun ruolo mi è particolarmente congeniale caratterialmente: per esempio, Tosca è troppo gelosa e io non lo sono; quanto a Norma, non arriverei mai minimamente al pensiero di uccidere i figli solo perché sono molto arrabbiata con il padre: dunque sono tutti ruoli che toccano sempre solo qualche fibra che è in me e da cui prendo spunto per sviluppare una sensibilità dentro al personaggio. In tutti i ruoli trovo qualcosa, ma non mi identifico in uno più che in un altro; diciamo che quelli che amo più cantare sono Norma e Maddalena in Andrea Chénier.

Natalia Di Bartolo: Adesso sta affrontando il ruolo del titolo nella Francesca da Rimini. È un ruolo che richiede anche grande presenza scenica. Le piace questo personaggio che per noi italiani è stato di Dante prima che di Zandonai? Cosa ne pensa?
Maria José Siri: Mi piace molto il personaggio di Francesca: è stata una grandissima sorpresa, mi sono innamorata di lei e penso che dovrebbe esser parte del grande repertorio. Forse non va cantata all’inizio della carriera perché bisogna avere un po’ d’esperienza per cantarla, ma sicuramente rimane uno di quei personaggi che insegnano a cantare, a stare in scena, insegnano l’economia della voce, l’energia fisica: è un ruolo meraviglioso.

Natalia Di Bartolo: Come cura la sua voce? Ha dei sistemi di esercizio fisico? L’abbiamo vista sui social immergersi in una piscina d’acqua bollente nella neve…
Maria José Siri: Riguardo alla mia voce faccio le cose più semplici del mondo: un’alimentazione corretta, cercare di riposare la voce, non parlare troppo al telefono nei giorni immediatamente precedenti alla prima, ma la vita va vissuta, senza fare follie; in particolare quella d’immergersi nell’acqua bollente perchè fuori fa molto freddo è un’arte antica che mi piace.

Natalia Di Bartolo: Sappiamo che ha una bella figlia adolescente: come concilia il lavoro con il suo ruolo di donna e di mamma?
Maria José Siri: Conciliare il lavoro con la maternità qualcosa che ho dovuto imparare sin dall’inizio, da quando sono diventata mamma, quindi fa parte della mia vita. Ho iniziato la mia carriera proprio quando è nata mia figlia; con gli anni il lavoro si è raddoppiato, triplicato, moltiplicato. Non è stato facile, ma sicuramente non sono stata la prima donna che ha dovuto gestire una carriera da sola con un figlio.

Natalia Di Bartolo: Lei è molto attiva sui social, ne abbiamo accennato. Trova questo mezzo di moderna comunicazione importante nella cura della sua immagine? Come gestisce il suo rapporto col pubblico e cosa pensa, in particolare, del pubblico italiano?
Maria José Siri: Sono attiva sui social perché da buona immigrante ho lasciato nell’altro continente molti amici e parenti e a volte non è possibile parlare al telefono o su Skype e rimanere sempre in contatto; quindi trovo i social una cosa utile per stare vicino alle persone. Riguardo al pubblico sono molto grata soprattutto a quello italiano perché è il paese in cui ho scelto di vivere, il paese che mi ha accolto dodici anni fa, anche dopo alcune vicissitudini della mia vita privata. Avrei potuto scegliere qualsiasi paese della Comunità Europea, ma ho scelto l’Italia, che mi ha dato moltissimo, compresi gli applausi del pubblico.

Natalia Di Bartolo: Quali sono i suoi programmi per il futuro?
Maria José Siri: Dopo Francesca canterò Don Carlo a Bologna, poi un concerto di arie verdiane al Théâtre des Champs Élisées a Parigi. Dopo inizierò la stagione successiva con Attila al Festival Verdi al Teatro Regio di Parma; quindi riprenderò il ruolo di Elisabetta che ho sostenuto a Valencia pochi mesi fa, e poi ancora Odabella, che ho cantato alcuni anni fa e che mi ha dato molte soddisfazioni.

Natalia Di Bartolo: Grazie signora Siri per la sua disponibilità e soprattutto per le emozioni che ci offre con la sua voce.

 Foto credits: Victor Santiago, Wilfried Hösl /Bayerische Staatsoper, Brescia e Amisano/Teatro alla Scala,  Rocco Casaluci/Teatro Comunale di Bologna.

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Un ballo in maschera al Teatro Bonci

Recensione di Isabella Rossiello

Opera in tre atti di Giuseppe Verdi, intrighi, un “mancato” tradimento, un capriccio, la vendetta, il perdono.
Questa in estrema sintesi la trama di Un ballo in maschera.

Un’opera tratta dall’originario Le Bal Masqué di Eugene Scribe e scritto per Verdi da Antonio Somma, fu rappresentato a Roma al Teatro Apollo il 17 febbraio 1859, negli anni subì la censura borbonica e in seguito quella pontificia.
Un marito che uccide il presunto rivale è il clou dell’Opera, all’inizio era il Re di Svezia ma fu considerato oltraggioso e la storia si sposta da Stoccolma a Boston e il Re diventa Governatore.
Tra l’altro la trama è dettata da un “fatto di cronaca” come diremmo oggi, realmente accaduto: Gustavo III re di Svezia fu ferito da un uomo di corte durante un ballo in maschera e morì pochi giorni dopo.
La trama è abbastanza complicata, nel primo atto, la scena si svolge a Boston alla fine del XVII secolo, il Conte Riccardo è l’ illuminato Governatore della colonia inglese di Boston, ha un segretario creolo Renato, che gli è fedele amico ma il conte è umanamente e segretamente innamorato, corrisposto dalla di lui moglie Amelia.
C’è un gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom che vuole la morte del governatore, una maga, Ulrica invisa a molti e un giudice che chiede a Riccardo di firmarne l’ esilio, Riccardo invece travestitosi da pescatore si reca di persona dalla maga accompagnato dal paggio Oscar e altri amici , le chiede di predirgli il futuro che purtroppo si rivela infausto: tra breve il conte sarà ucciso da un amico e aggiunge che morirà dal primo che gli stringerà la mano, in quel mentre arriva Renato che ovviamente ignaro, gli stringe la mano.
Nel frattempo Amelia divisa tra l’amore e il dovere coniugale va dalla maga non sapendo che il Governatore la sta ascoltando, le chiede una pozione che le renda un po’ di pace, per questo dovrà andare a mezzanotte in un cimitero per raccogliere un’erba magica.
Nel secondo atto, nel cimitero Riccardo raggiunge Amelia e dopo un confronto serrato lui le strappa la confessione del suo amore, si amano dunque, è acclarato e fra i due è passione, interrotta dall’arrivo di Renato, sulle tracce dei congiurati, Amelia si copre il volto per non farsi riconoscere, Renato esorta l’amico a fuggire e Riccardo lo prega di scortare la donna al sicuro ma senza rivolgerle la parola!
I congiurati trovano il segretario al posto del governatore e vogliono scoprire chi è la donna velata, Renato pone mano alla spada, deciso a duellare ma Amelia per evitare uno spargimento di sangue si toglie il velo svelando la sua identità, Renato è basito e i congiurati ridono e lo scherniscono, i due tornano a casa senza dirsi una parola.
Nel terzo atto Renato affronta Amelia e le dice che l’onta va lavata nel sangue, la donna lo implora solo di vedere suo figlio, lui acconsente ma si unisce ai congiurati per uccidere il Governatore e si fa un sorteggio su chi dovrà assassinare Riccardo, la mano che deciderà la sorte sarà proprio quella di Amelia.
In quel mentre giunge Oscar con un invito al Ballo in maschera, Riccardo medita di rinunciare ad Amelia perché Renato è un amico sincero e decide di inviarli in Inghilterra, nel frattempo Oscar dà una lettera al conte che lo avvisa che al ballo la sua vita è in pericolo.
Il ballo è in atto, Renato non sa come è mascherato Riccardo ma riesce a scoprirlo mentre Amelia lo implora di fuggire, il governatore rifiuta e le rivela che presto lei e suo marito partiranno per l’Inghilterra, in quel mentre Renato pugnala a morte il conte , Oscar accusa il segretario di omicidio ma prima di morire Riccardo perdona il suo amico, lo rassicura che ha amato sua moglie ma lei gli è stata fedele e gli mostra il dispaccio con cui i due andranno in Inghilterra.
Renato è disperato e Riccardo muore.

Amelia e Riccardo nel cimitero

Questa opera è poco rappresentata per la complessità delle scene, in tre atti le scenografia cambia spesso e comunque non ha delle arie conosciute dal pubblico come invece succede in altre opere, Traviata o Aida eppure al teatro Bonci dove l’opera fu rappresentata ben 153 anni fa è stato un successo.
Un pubblico plaudente, grazie soprattutto alla fedele messa in scena con ricchi costumi di Maria Teresa Nanni, la voce sublime del soprano Raffaella Battistini ( Amelia) donna contesa da due uomini che interpreta un personaggio sì passionale ma anche insicuro e dibattuto e ne ricrea con gesti e voce ogni nuance.
Notevole anche la performance del tenore Gianni Leccese, nel ruolo di un uomo di potere, ( il Conte Governatore) estremamente umano, innamorato e che perdona il proprio omicida, con la sua gestualità e il canto a volte difficile ed articolato dal punto di vista tecnico, è riuscito ad attrarre gli applausi del pubblico ed essere estremamente convincente.
Imponente e maestoso il baritono Giulio Boschetti alias Renato (segretario ed amico del Conte) , voce chiara, potente, se fosse stato al cinema si direbbe di lui che “buca lo schermo”, grande protagonista pure il paggio Oscar in realtà una donna, Scilla Cristiano vivace, brava, voce intensa, altri interpreti sono Silvano,
( Lorenzo Barbieri), Samuel (Dante Roberto Muro) Tom (Munkiu Park).
L’Orchestra della città di Ferrara e il Direttore Lorenzo Bizzarri, i due Cori che arricchiscono sempre un’opera : il Coro San Rocco di Bologna diretto da Marialuce Monari e il Coro Maria Callas diretto da Lorenzo Lucchi, bravi e preparati i componenti de il Corpo di Ballo” Accademia 49” le scuole Anna Frank, San Giorgio e Plauto, i mimi e gli acrobati le ” Foche Rock” , l’allestimento è di Dis Service e Officina Playground, costumi di Maria Teresa Nanni, le luci di Giorgio Lorenzetto, aiuto regista Luciana Berretti e regia di Giammaria Romagnoli.
È d’obbligo nominare quelli che sono l’anima “nascosta” della messa in scena perché è un lavoro di ricerca, di abilità, di amore nei confronti di un’ arte tra le più coinvolgenti nel mondo, nell’Opera oltre a cantare si recita, le scenografie e le luci sono suggestive e suggeriscono posti, interni, albe e tramonti.
Tutto questo avvolge lo spettatore lo ingloba e ne diventa parte integrante i sentimenti di chi è sul palcoscenico diventano automaticamente dello spettatore ed è importante che chi è sulla scena trasmetta tutta la sua arte.
Essere professionisti significa essere convincenti e il pubblico ha “sentito” con il cuore il dramma intimo di Amelia, il suo struggente dilemma, l’amore proibito di Riccardo e la gelosia di Renato … tutti sentimenti umani, nostri, quotidiani, internazionali.
L’opera è tutt’altro che all’angolo, certo le problematiche ci sono ma citando un vecchio slogan e per sdrammatizzare : l’Opera è viva e lotta insieme a noi! E noi con lei, per lei.

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LEONORA GENNUSA: DALLA VITA MILITARE ALL’OPERA LIRICA

di Emanuela Campanella                 

Chi conosce per la prima volta Leonora, ha subito l’impressione che sia nata per essere un soprano lirico, un po’ per la sua bellezza raffinata ed elegante, un po’ per il suo portamento che la rende sempre in perfetta sintonia con il pubblico e tutto ciò ovviamente viene confermato dalle sue grandi doti canore. 
Nessuno penserebbe che nel suo passato ci sia un trascorso nell’Esercito, ma come è riuscita a passare dalla mimetica ai vestiti in pizzo e lustrini?

L’Idea: Chi era Leonora prima di diventare soprano? 

LEONORA GENNUSA: Leonora è sempre stata una ragazza semplice che nella sua vita ha vissuto svariate esperienze, ho fatto danza classica per 12 anni, poi crescendo ho scoperto il mondo della moda ed ho fatto la fotomodella per svariate agenzie che mi hanno portato a lavorare in tre città italiane a me molto care come Roma, Firenze e Milano. A un certo punto dopo la mia maturità  mi è  stata posta la fatidica domanda: “Cosa vuoi fare da grande? “.
Avevo solo 18 anni e quindi seguendo l’esempio di mio padre, ex primo clarinetto della banda nazionale dell’esercito italiano, pensai di arruolarmi nell’esercito, ma al contempo non abbandonai mai la musica che rappresentava la mia passione più sfrenata. Decisi di fare allo stesso tempo l’addestramento nell’esercito e la preparazione per l’ammissione in Conservatorio.
Qualche giorno dopo aver fatto l’esame di ammissione mi trovai con una risposta positiva da parte del Conservatorio e di lì a poco avrei dovuto firmare per arruolarmi in modo definitivo. Bene, a quel punto ho scelto con il cuore che mi ha portato a volare sulle ali della musica!

L’Idea: Da dove è nata la passione per la lirica?
LEONORA GENNUSA: La mia passione per la lirica diviene da una quantità enorme di emozioni che l’opera mi ha sempre dato. Mamma fin da quando ero in pancia mi faceva ascoltare musica classica ed anche il mio nome “Leonora” diviene da un amore viscerale di papà verso due grandi compositori: Giuseppe Verdi e Beethoven. Nella mia famiglia ci siamo sempre circondati di artisti e musicisti, per esempio mio padre in questo momento sta lavorando per aprire svariati collegamenti tra le scuole siciliane e i Teatri più importanti che si trovano nella nostra amata Sicilia. Numerosi ad oggi sono gli incontri che vengono fatti, grazie a progetti accuratamente pensati per i ragazzi, con il Teatro Massimo di Palermo.

L’Idea: La disciplina che hai avuto durante il tuo periodo militare, ti serve nel mondo della lirica?
LEONORA GENNUSA: La disciplina e la costanza fanno parte del mio carattere, ovviamente le esperienze come frequentare un collegio nel periodo delle superiori e poi l’esercito hanno accentuato tutto questo. Credo che sia un aspetto necessario per chi voglia fare il nostro lavoro. Per cantare ci vuole passione, umiltà, costanza nello studio e soprattutto molta testardaggine e caparbietà. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto in tutte le mie esperienze e per me sono fonte di forza e di esempio di vita.

L’Idea: Tre pregi e tre difetti di Leonora…
LEONORA GENNUSA: Tre pregi: Umile, Altruista e Forte. Tre difetti: Orgogliosa, Testarda, Altruista

L’Idea: C’è un ruolo che ancora non hai affrontato, ma che vorresti debuttare?
LEONORA GENNUSA: Una delle ultime cose che sto studiando per i miei prossimi impegni è Liù dalla Turandot di Giacomo Puccini, questo ruolo mi commuove, la forza di questa donna e l’amore che nutre dentro di sé per il suo uomo fino a compiere il gesto estremo di darsi la morte da sola; scuote l’intera scena e mi affascina immensamente.

 L’Idea: Hai un gesto scaramantico prima di entrare in scena?
LEONORA GENNUSA: Prima di entrare in scena faccio box, mi aiuta ad isolarmi dal mondo ad aumentare la concentrazione e soprattutto mi scarica, dandomi la tranquillità di cui ho bisogno. In questo modo posso entrare in modo più sereno nel mondo dei miei personaggi accogliendo dentro di me il mood di ognuno di loro.

L’Idea: Come ti vedi tra dieci anni?
LEONORA GENNUSA: Non amo guardare troppo al futuro, solo quanto basta per organizzare la mia vita, preferisco vivere nel presente con la consapevolezza di ciò che è stato il mio passato, seppur breve visto la mia giovane età. La vita mi ha messo molte volte davanti a fatti compiuti, dai quali mi sono dovuta rialzare ed ho ricominciato a lottare perché la vita è il dono più bello che abbiamo e un giorno senza sorriso è un giorno perso. La musica mi ha sempre dato la forza di superare tutto.

L’Idea: Finisci la frase: per te la musica è…
LEONORA GENNUSA: La musica trasmette a ciascuno significati diversi e a volte può comunicare cose diverse in momenti diversi ad una stessa persona. La musica non è fatta solo da note corrette, ma di passione, dedizione, intenzione travolgente.

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I Giovani Prodigi Musicali Italiani Suonano al Carnegie Hall e New York S’innamora di Loro…

Articolo di Tiziano Thomas Dossena

La sala del Carnegie Hall, rispettata in tutto il mondo per la qualità della musica che ospita, ha offerto al pubblico Nuovayorchese una  vera e propria “chicca” italiana, un gruppo di giovani talenti vincitori (primi e secondi premi) del Concorso “Crescendo International Competitions. Assieme a loro, altri vincitori di varie categorie e sezioni di questo concorso, ma i nostri prodigi musicali italiani hanno certamente lasciato un’impronta considerevole nel corso della serata.

Il concorso internazionale “Crescendo” per giovani musicisti ha lo scopo di contribuire alla conservazione dello spazio culturale comune tra gli Stati Uniti, l’Italia e la Federazione Russa e allo sviluppo della creatività giovanile sia in Italia che in Russia. Lo scopo principale del Concorso è la ricerca di musicisti di talento, l’ampliamento dei contatti e la possibilità di scambio dei successi creativi tra la Russia, l’Italia e gli altri paesi. Il Concorso serve per contribuire allo sviluppo delle formazioni cameristiche infantili e giovanili e anche a dare ai bambini la possibilità di avere una comunicazione creativa e di conoscere gli esempi della cultura e dell’arte nazionale dei vari Paesi.
La commissione internazionale del Concorso è composta dai rappresentanti di festival e di concorsi infantili e giovanili russi, da professori, da insegnanti del Conservatorio di San Pietroburgo e da professori del Conservatorio di Padova.

Il Concorso è stato fondato dall’associazione senza scopo di lucro “Association of Crescendo Competition” nell’anno 1996. Fino all’anno 2005 il concorso si svolgeva nel territorio degli Stati Uniti. Oggi partecipano i rappresentanti di più di 20 Paesi. Il concorso è aperto alle formazioni cameristiche e ai solisti, dai 5 ai 22 anni.

1. Prima categoria infantile: 5- 8 anni
2. Seconda categoria infantile: 9-12 anni
3. Categoria junior:13-16 anni
4. Categoria giovanile:17-21 anni

Le sezioni di questo concorso sono state:
1.1. Pianoforte (solisti e duo, fino a 4 persone);
1.2. Strumenti ad arco e a pizzico, come chitarra, arpa, violino ed ecc.; (solisti e le formazioni cameristiche fino a 6 persone)
1.3. Canto da solista e in duo;
1.4. Strumenti a fiato e strumenti popolari (solisti e le formazioni cameristiche fino a 6 persone).

Direttore del Concorso in Italia è la professoressa Eugenia Nalivkina, Docente del Conservatorio di Padova.  La professoressa Nalivkina, pianista russa diplomatasi al Conservatorio di San Pietroburgo,  ha accompagnato i ragazzi fisicamente a New York, organizzando anche il viaggio, ma li ha accompagnati anche sul palco, al pianoforte (per le violiniste e per le esibizioni  dell’ottavino, del trombone, della tromba e del flauto).

Solo i vincitori del primo e del secondo premio sono stati invitati ad esibirsi nella sala di Carnegie Hall, quindi essere qui a New York è stato un onore ed un privilegio ben guadagnato per questi giovani musicisti.  Un grosso applauso, quindi, da parte della comunità italiana in America ed un invito a ritornare ancora, magari con una serie di concerti…

 

I vincitori del concorso con i loro genitori e l’organizzatrice davanti al Metropolitan Opera.

In primo piano a sinistra, Arianna Castellani, pianista, 8 anni.
A destra, Sara Castellano, che ha suonato con il fratello Eduardo.
Dietro- i due fratelli NeseCristian, ottavino, I° premio, a sinistra, e Massimiliano, trombone, a destra.

Le violiniste dopo l’esecuzione sul palco.
Partendo dalla destra: Giulia ScudellerGibboni DonatellaIlaria MarvillyAnnelie Ingrosso, Chiara Volpato Redi, Elisa Scudeller

Breve intervista ai partecipanti al concorso.

Abbiamo posto delle domande a questi giovani musicisti riguardo la loro esperienza americana: Che sensazione ti ha dato qualificarti in un concorso di questo livello e poi addirittura fare una performance a Carnegie Hall? Come vi ha accolto il pubblico americano a Carnegie Hall? Qual è stata, a parte Carnegie Hall, l’esperienza piu` eccitante di questo viaggio a New York?

Ecco le risposte dateci da loro:

Arianna Castellani

 

Arianna Castellani, pianista, 8 anni:
Per me questa esperienza è stata bellissima, soprattutto la possibilità che mi è stata data, quella di suonare nella sala più prestigiosa al mondo.   Posso dire che l’accoglienza a New York è stata molto piacevole.  A parte il concerto a Carnegie Hall, fenomenale, la cosa che m ha fatto divertire è stato il Museo di Storia Naturale!

Duo Castellano

Duo Castellano (Sara ed Eduardo Castellano), duo pianistico a quattro mani:
Per noi è stato un giorno indimenticabile, è da 10 anni che suoniamo in duo a quattro mani e dopo tantissimi concorsi vinti e concerti, andare a New York suonando alla Carnegie Hall è stato fantastico, un giorno che non dimenticheremo più. Un grazie a chi a reso possibile questa esperienza e alla nostra Maestra Lorella Ruffin.
Il pubblico ci ha accolti benissimo, abbiamo suonato per ultimi in chiusura del concerto, ed è difficile chiudere il concerto perché il pubblico si aspetta qualcosa di più. È stato un caso, ma a metà pezzo in una pausa lunga sentire l’applauso che poi si fermava perché stavamo continuando il pezzo di Debussy, ci ha dato una carica incredibile. Volevamo trasmettere la nostra gioia ed emozionare, pensiamo di esserci riusciti.
Visitare la Juilliard, bellissimo, ha rinvigorito la nostra fiamma e ci ha dato una carica pazzesca per continuare sulla strada che abbiamo intrapreso, ricca di gioie ma anche di grandi sacrifici. Chissà, un giorno… America, aspettaci!!

Donatella Gibboni

Donatella Gibboni, violino:

Per me qualificarmi al Concorso è stata un’emozione, soprattutto c’era in palio la possibilità si esibirsi alla.Carnegie Hall di New York.  È una delle sale più importanti e prestigiose, quindi la soddisfazione è stata enorme.
Il pubblico è stato caloroso. Tra l’altro c’erano presenti dei miei cugini che vivono a Baltimora e due miei amici musicisti che si sono trasferiti lì a N.Y. avvertivo sia la responsabilità sia la felicità per la loro presenza.
Tutto il viaggio è stato eccitante, soprattutto la visita e la lezione alla Julliard School, tempio della musica…

Ilaria Marvilly

Ilaria Marvilly

Ilaria Marvilly, violino:
Quando ho saputo che ero stata selezionata per il concorso ricordo ancora di aver telefonato quasi in lacrime a tutti i miei amici che mi hanno sempre supportato nella mia carriera. Il duro lavoro era stato ripagato e solo l’idea di poter suonare in una delle sale più belle del mondo mi ha dato una emozione indicibile.
Il pubblico americano è stato incredibile e calorosissimo. Nonostante la competizione si respirava in tutta la sala concerto e tra il pubblico la gioia e la positività che solo la musica può dare.
New York è un sogno e alla Juilliard School of music ho lasciato davvero un pezzo di cuore. Poter camminare tra i corridoi e respirare la stessa aria dei più talentuosi musicisti al mondo mi ha riempito di speranze e nuovi obiettivi. New York è la città dove i sogni davvero si realizzano e credo veramente che chi riesce a farcela li può solo avere il mondo ai suoi piedi.

Carolina Peserico

Carolina Peserico

Carolina Peserico, flauto:
Non mi sarei mai aspettata di poter avere l’opportunità e l’onore di suonare in un teatro così rinomato e ambito come Carnegie Hall. Esibirsi in un ambiente tanto internazionale, multiculturale e al “centro del mondo” è stata un’emozione unica e indimenticabile.
Il pubblico americano è stato senza dubbio molto amichevole e affettuoso. Abbiamo dato il meglio di noi stessi e siamo riusciti a distinguerci tanto che alla fine del concerto abbiamo ricevuto da diverse persone americane molti complimenti. Questo ci ha resi ancora più felici.
Un’altra esperienza molto emozionante è stata la visita alla scuola di musica “Juilliard”. Abbiamo avuto l’opportunità di vedere da vicino le attenzioni che l’America riserva a questo tema, visitando una delle scuole più famose, prestigiose e ambite al mondo.

Davide Scarabottolo

Davide Scarabattolo

Davide Scarabottolo, pianista:
Per me aver avuto l’opportunità di qualificarmi tra i vincitori e di suonare in una sala così prestigiosa è stato magnifico.  Non ero mai stato a New York prima e sicuramente andare fino a lì per fare musica è un’esperienza che mi ha cambiato e che rimarrà per sempre nella mia vita.
Il pubblico che era presente in sala è stato molto accogliente, molto più di quello che mi aspettavo! Potevo sentire anche durante la mia esecuzione che gli uditori erano attenti e partecipi sulla musica che ascoltavano. Questo è fondamentale poiché durante una performance deve crearsi una sorta di empatia tra artista e pubblico, che permette alla musica di raggiungere nel profondo l’ascoltatore.
A conferma di questo legame che si è stabilito ci sono stati i fragorosi applausi al termine dell’esecuzione.
Un’esperienza molto gradita che ho avuto modo di vivere nella Grande Mela è stata la visita alla Juilliard School e alla Manhattan School of Music. Poter visitare scuole di questo calibro mi ha permesso di conoscere più a fondo come sono organizzate e come studiano i musicisti lì.

Duo Scudeller

Elisa Scudeller

Elisa Scudeller, violino:
[Elisa, dopo il Master Class, è stata invitata, unica tra tutti, a sostenere gli esami per entrare alla Jiulliard.  Elisa, che si è esibita da sola ed ha vinto il primo premio, ha suonato anche con la sorella (Duo Scudeller), vincendo con lei un altro primo premio.]
È stata un’esperienza toccante e molto significativa, che mi ha dato un’immensa gioia appena ho messo piede sul palco. È stato un onore suonare in un posto così prestigioso e ricco di storia musicale!Ho sentito il pubblico molto coinvolto e concentrato nell’ascolto e ciò mi ha dato molta fiducia e coraggio.
Ho visitato parecchie attrazioni della metropoli, tutte quante mi hanno trasmesso sensazioni differenti: dalla potenza dell’Empire State Building alla magnificenza della Statua della Libertà, ma ciò che mi ha emozionata più di tutto è stato il quartiere di Greenwich Village, la magia di quel posto mi ha trasportata in un altro mondo!

Giulia Scudeller

Giulia Scudeller (sorella maggiore di Elisa), violino:
È stata un’esperienza indimenticabile che porterò sempre con me ed una soddisfazione unica poter suonare nello stesso palco dove si sono esibiti i più grandi musicisti al mondo.
Il pubblico ci ha accolto molto positivamente; abbiamo ricevuto molti complimenti per il nostro affiatamento e la nostra sincronia, e la giuria è stata concorde, riconfermandoci il primo premio come duo.
Sicuramente l’esperienza più emozionante avuta a New York è stato vedere dal vivo una messa Gospel: l’energia, la forza che i fedeli trasmettevano era reale, tangibile e mi ha toccato nel profondo.

 

Chiara Volpato Redi

Chiara Volpato Redi, violino:
È sempre emozionante partecipare a concorsi prestigiosi, ma questa volta lo scenario americano ha reso tutto più magico ed incredibile.
Credo che il pubblico americano sia stato entusiasta di poter apprezzare la musicalità ed espressività di noi italiani.
La parte più emozionante del viaggio è stato il tragitto in pullman dall’aeroporto all’hotel: ero scioccata dai milioni di luci e colori di New York.

 

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