Tosca … L’arroganza Del Potere

Recensione di Isabella Rossiello

Quando Sardou scrisse il dramma La Tosca non immaginava che il tema delle molestie e dell’arroganza del potere potesse arrivare in maniera sempre più bieca ai giorni nostri o forse sì.
Ad oggi le donne molestate, violentate, stuprate nel mondo sono tantissime, in Italia al momento  i femminicidi sono 106 nel solo 2018.
Al  Teatro Bonci per l’Opera c’è sempre posto, del resto il teatro lirico cittadino è intitolato proprio al celebre tenore Alessandro Bonci, nato a Cesena il 10 febbraio 1870.
Tosca è una donna, una cantante, è una persona devota e buona, sulla sua strada incontra il Barone  Scarpia capo della polizia e sarà per entrambi un incontro tragico.
Siamo a Roma, la situazione tra chiesa e bonapartisti è tesa, a Castel Sant’Angelo è rinchiuso il Conte Angelotti ex console della Repubblica romana.
Scarpia si mette alla ricerca frenetica del fuggitivo che si è nascosto in chiesa e chiede l’aiuto del suo amico pittore  Mario Cavaradossi che lo fa nascondere in un posto segreto, la sorella del conte la bella  Attamanti ha portato abiti femminili per farlo fuggire e il pittore non vista l’ha dipinta come una Madonna.
Tosca ama ricambiata il pittore e ne è gelosissima, nel vedere una Madonna così bella chiede spiegazioni a Mario che le racconta tutto per placare la sua gelosia.
Scarpia in chiesa trova un ventaglio è della Attamanti e sarà il grimaldello con cui farà leva sulla  gelosia di Tosca e nell’amore che prova per il pittore sino ad estorcerle la confessione del nascondiglio del Conte Angelotti, confessione che Mario non ha rivelato nemmeno sotto tortura.
Scarpia però non vuole solo la confessione ma insidia e desidera possedere anche con la forza Tosca, è un predatore violento e senza scrupoli, lei gli propone un accordo: il suo corpo in cambio della vita di Mario e un lasciapassare per loro due.
Scarpia cede ma la sua cattiveria fa sì che dà ordine al suo sottoposto Spoletta di farlo fucilare per finta, con fucili caricati a salve … “Come facemmo del Conte Palmieri”… è una trappola, i fucili saranno caricati con proiettili veri e quindi Mario Cavaradossi ha le ore contate.
Piuttosto che cedere Tosca prende un coltello e mentre lui la ghermisce lo uccide, prende il lasciapassare si fa il segno della croce, due candelabri e un crocefisso sono la sua tomba e la frase quasi sprezzante: ” … Davanti a lui tremava tutta Roma”
In carcere Tosca raggiunge il suo amato e lo avvisa che la fucilazione sarà una finzione e che fuggiranno insieme, grande è la meraviglia di Mario che dice: “ Scarpia che cede … la sua prima grazia”  … “E l’ultima” gli fa eco Tosca, confidandogli l’omicidio o se si vuole la “legittima difesa” .
Il destino ormai segnato per Mario si compie: è morto, Tosca si avvicina convinta che sia tutta una finzione e quando scopre la morte, le sue urla sono un brivido per tutti gli spettatori!
Scoperto l’assassinio di Scarpia le guardie cercano Tosca che però preferisce buttarsi dall’alto di Castel Sant’Angelo.
Tragica fine per colpa di  un potere cieco e violento.

L’Orchestra  Città di Ferrara è stata magistralmente diretta dal Maestro Lorenzo Bizzarri, il soprano Raffaella Battistini con la passione che la contraddistingue è stata una Tosca sanguigna e ardente, bella negli abiti stile impero di Maria Teresa Nanni, la regia attenta è di Giammaria Romagnoli.

Scarpia in chiesa

La  voce potente del tenore che interpreta Mario Cavaradossi  è di Antonio Corianò che ha convinto da subito, ricevendo applausi  a scena aperta, il baritono Carmine D’Ambrosio   non poteva dare maggior prova attoriale e vocale interpretando uno Scarpia senza scrupoli e violento come da copione!

La morte di Mario

Il teatro era pieno ed il pubblico entusiasta e a chi dice che l’Opera è una cosa da e per “vecchi” sbaglia parchè l’attualità dimostra che l’opera fa riflettere meglio di tanti film e programmi tv “monnezza” o trash per i più raffinati!

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ANDREA VITELLO, la bacchetta italiana del repertorio contemporaneo.

Il toscano Andrea Vitello si appassiona alla musica già nell’età adolescenziale, quando decide di posare per la prima volta le proprie mani sulle cromie in bianco e nero dei lunghi e pesanti tasti di un vecchio pianoforte rimanendo affascinato dal suono creato dai martelli di rimbalzo.
Nota dopo nota le corde iniziarono a vibrare alla loro frequenza di risonanza in maniera sempre più armonica. I primi spartiti, la prima avventura da autodidatta. Poi decide che la musica non solo fa parte della sua natura, ma che potrebbe essere il futuro: per la vita. Così inizia lo studio di piano, di composizione, organo e gregoriano e direzione di coro.  Canta nella Corale Guido Monaco di Prato e si trova sul grande palcoscenico, in qualità di corista, nella Tosca e in Rigoletto. Ma non sarà certo questo il suo futuro. Terminato così il classico percorso di studi musicali inizia a frequentare il triennio di alto perfezionamento in direzione di orchestra presso l’Accademia Musicale Pescarese, con il docente Donato Renzetti, di cui diventerà assistente personale.
Uomo di arte, ama la letteratura, in particolare la poetica italiana, ascolta la musica sinfonica e la lirica ma ha una grande passione per i suoni di matrice afroamericana e nella sua biblioteca musicale risuonano note di blues, soul e Jazz.
Appassionato di viaggi e della buona cucina, ha nel suo taccuino migliaia di appunti legati alle memorie dei più bei luoghi che ha visitato nel nostro pianeta azzurro. Cina, Korea, Russia, Stati Uniti d’America e buona parte dell’Europa. E’ l’Italia però la grande passione di Andrea che, assieme alla compagna, la compositrice Elvira Muratore, ha percorso per lunghezza e larghezza, prediligendo sempre le città d’arte ed ovviamente le mete enogastronomiche.
Se questa è in breve la figura privata, iniziando a parlare di quella professionale la penna abbisogna di molto più inchiostro.
Andrea Vitello è un entusiasta interprete del repertorio contemporaneo. Ha diretto in concerto prime esecuzioni di autori quali Peter Eötvös, Tristan Murail, Oliver Schneller, Andrea Portera, Alessio Elia, Albertas Navickas e Rita Ueda ed ama scoprire e promuovere giovani compositori. Entusiasta ambasciatore della musica italiana, ha riscoperto e diretto numerose opere di compositori italiani meno noti, come Guido Alberto Fano, Silvio Omizzolo, Mario Pilati e Gian Francesco Malipiero.
Si è esibito in alcune tra le più importanti sale del panorama internazionale come la Carnegie Hall di New York, il Seul Art Center, il Teatro Petruzzelli di Bari, e la Sala Verdi di Milano e ad oggi collabora con diverse orchestre ed ensembles, tra le quali ricordiamo I Solisti del Teatro alla Scala di Milano, l’Orchestra Sinfonica MÁV di Budapest, l’Orchestra Sinfonica di Salonicco, l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, la Korea Soloists Orchestra di Seul, l’ensemble Argento di New York, l’Orchestra Filarmonica di Koszalin, l’Orchestra Sinfonica di Khabarovsk e l’orchestra da camera de I Solisti Russi.
Il suo debutto discografico con il Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg, alla guida dell’Ensemble BIOS, con la voce di Anna Clementi, ha suscitato entusiastiche reazioni nella critica internazionale, recentemente di nuovo sollecitata dal CD “Octets”, edito da Warner Classics, in collaborazione con I Solisti della Scala, interpretando composizioni di Igor Stravinsky, Peter Eötvös (incidendo per l’occasione, in prima assoluta, l’Ottetto del compositore ungherese), Alessio Elia, Albertas Navickas e Rita Ueda.
Ed è nell’apice della sua carriera che proprio Donato Renzetti, che gli fu Maestro, dice di Vitello: “Le sue esecuzioni si sono distinte per le raffinate concertazioni e le originali proposte sia nei tempi che nei fraseggi. Lo considero uno dei giovani direttori più interessanti della sua generazione.”
Con le sue bacchette firmate da Andrea Boi, ha diretto l’Histoire du Soldat alla Carnegie Hall, ha debuttato lo scorso 11 Ottobre a Sanremo dirigendo la Seconda Sinfonia di Saint Seans e ha da poco terminato un viaggio musicale importante proponendo l’integrale delle sinfonie di Robert Schumann.
È da pochi giorni terminato il Secondo Concorso Internazionale per direttori d’Orchestra “Antal Doráti”, volto ad offrire una reale opportunità di carriera a direttori d’orchestra emergenti ed aperto a musicisti di ogni nazionalità senza limiti di età, nel quale Vitello è stato direttore artistico e preparatore dell’Orchestra Sinfonica Mav per la finale del concorso, e nell’occasione ha diretto La Mer, il Concerto per Orchestra di Bartok, il Mephysto Waltz di Liszt e tre brani contemporanei di Alessio Elia, Rita Ueda, Salvatore Frega.
Il futuro prossimo lo vede impegnato in Russia, il 6 dicembre a Ekaterinburg, la più importante città della Russia centrale, e il 7 dello stesso mese nella città di Perm, con un programma interamente italiano che partendo dal Barocco arriva sino alla musica di oggi. Verranno eseguiti due concerti di Vivaldi con i solisti dell’orchestra, due Sinfonie di Giovanni Battista Sammartini, il precursore del sinfonismo di Haydn, le “Due Invenzioni” di Bruno Bettinelli, la “Sonata per archi” di Silvio Omizzolo e “Original Mater” di Andrea Portera.

 

 

 

 

Di seguito riportiamo i dettagli del programma.
L’Orchestra “I solisti della Russia”, diretta dal M° Andrea Vitello.
Le 2 date uniche, in collaborazione con la Fondazione Omizzolo Peruzzi:

il 6 dicembre c.a, alle ore 19.00 presso il Museo di Storia di Ekaterinburg,
indirizzo: K. Liebknechta st., 26. Ekaterinburg, Russia;

il 7 dicembre c.a., ore 19.00 preso il Salone della Filarmonica Regionale di Perm
indirizzo: Sibirskaya st., 11. Perm, Russia.

Il programma dei due concerti :

Prima parte:
Antonio Vivaldi: Concerto per violino “Il Rosignolo”, RV 335;
Antonio Vivaldi: Concerto per 2 violoncelli, RV 531;
Giovanni Battista Sammartini: Sinfonia in Sol Maggiore, JC 44;
Giovanni Battista Sammartini: Sinfonia in La Maggiore, JC 60. 

Seconda parte:
Bruno Bettinelli: 2 invenzioni per archi;
Silvio Omizzolo: sonata per archi;
Andrea Portera: Original Mater.
I brani della seconda parte del concerto sono in prima esecuzione assoluta in Russia.

I Maestri Solisti:

Dmitriy Yakovlev (Дмитрий Яковлев) – cello;
Maria Malysheva (Мария Малышева) – сello;
Irina Panova (Ирина панова) – violin.

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A Bergamo “Il castello di Kenilworth” di Gaetano Donizetti

Di Federico Scatamburlo

Una perla rarissima l’opera Il castello di Kenilworth, di Gaetano Donizetti, tanto che dal 1989 non compariva nel cartellone di un teatro e che, grazie a una felice intuizione di Francesco Micheli, direttore artistico della Fondazione Teatro Donizetti, ha degnamente concluso il Festival Donizettiano svoltosi nel mese di Novembre 2018 a Bergamo.

Tratta dal romanzo di Walter Scott, quest’opera è antesignana, quasi l’antefatto delle vicende di Elisabetta I d’Inghilterra, prima di arrivare al culmine della passione di Donizetti per re, regine e intrighi di corte con le fortunate e molto più sontuose Maria Stuarda e Roberto Devereux.

La narrazione si ispira a fatti realmente accaduti. La storia ci narra, in sintesi, della Regina Elisabetta, innamorata di Robert Dudley, il quale però è sposato con Amy Robsart (Amelia nell’opera). Dudley fu sempre il favorito della Regina, al punto che, dopo la morte violenta della Robsart, forse causata dallo stesso marito, gli donò il titolo di Conte di Leicester, ma non arrivando mai a sposarlo.

Nella finzione Leicester è invece un uomo innamorato della moglie ma talmente assetato dal potere al punto di ripudiarla e rinchiuderla per apparire libero agli occhi della sovrana, e aiutato in questo intento dal suo scudiero Warney che pure brama le grazie di Amelia. Questa riesce tuttavia a liberarsi e a incontrare in maniera fortuita la Regina, alla quale deve confessare il tradimento di Leicester. La sovrana inizialmente è infuriata e medita vendetta totale, ma poi si ravvede e, per dimostrare la sua magnanimità, perdona Leicester e Warney, allontanando però tutti da corte: il suo amato, la moglie sua rivale e tutto il loro entourage.

Insomma ancora una volta troviamo tanti elementi di grande attualità: una donna di potere che insegue l’amore di un uomo pure assetato di potere, una donna tradita che cerca ingenuamente di salvare il matrimonio, un uomo senza scrupoli che cerca di impossessarsi di una donna altrui, e tanti altri elementi che si intrecciano in una storia apparentemente semplice ma in realtà molto complessa, dove i destini di tante anime si incontrano in grandi passioni tutte legate tra loro pur essendo contemporaneamente molto diverse, e ci si rende conto che in fondo tutti sono rinchiusi, tutti sono prigionieri di sé stessi e non ci saranno né vincitori né vinti.

Per raccontare tutto questo Donizetti crea una sorta di danza vocale a coppie tra i vari protagonisti che interagiscono infatti con duetti continui. Perfino l’unico, bellissimo concertato a quattro previsto in quest’opera nasce dal duetto tra Elisabetta ed Amelia nel giardino a cui si aggiungono poi Leicester e Warney.

Sul fronte canoro, l’opera risente delle influenze rossiniane ancora molto presenti nell’epoca in cui è stata scritta, infatti tutti gli artisti sono coinvolti in arie spinte e dense di agilità. Per questo motivo il cast deve essere di caratura, come infatti era in questa recita, per rendere appieno la maestosità dei difficili cantabili.

Carmela Remigio e Jessica Pratt

Jessica Pratt ha interpretato Elisabetta: potente, volubile, capricciosa, ma frivola e sentimentale allo stesso tempo. Con la sua ben nota abile tecnica vocale, nessuna difficoltà è apparentemente emersa nella sua esecuzione. Con acuti svettanti tenuti a lungo, mezze voci e note gravi alternate a filati improvvisi e agilità magistrali, insieme a una capacità interpretativa attoriale veramente encomiabile ha conferito un’aura degnamente regale al suo personaggio. Prevedibili e meritatissime le ovazioni per Jessica alla fine della recita.

Nella parte di Amelia una scintillante Carmela Remigio, che ha curato nei minimi dettagli questo personaggio. Con la sua musicalità che ormai ben conosciamo, nella rivale della sovrana ha ritratto in modo assolutamente persuasivo una donna dolente ma allo stesso tempo forte e ribelle. Apice della performance l’aria del secondo atto “Par che mi dica”, dove riesce a calarsi in una interpretazione talmente meditativa, così profonda e armonica da lasciare il pubblico al termine dell’aria per qualche secondo senza fiato, prima di esplodere in diversi minuti di applausi e ovazioni.

In contrasto ai due personaggi femminili due tenori, ma con caratteristiche completamente diverse tra di loro.

Leicester è delineato da Donizetti, nonostante la dominante sete di potere, come un uomo piuttosto mediocre, quasi scialbo, incapace di perseguire i propri scopi senza aiuti altrui. Il tutto ben calibrato da Francisco Brito, tenore di origine argentina, dotato di un particolare colore di voce, molto chiaro, che inizialmente ci aveva lasciati un po’ perplessi, ma poi ci ha pienamente convinto. E’ riuscito infatti a disimpegnarsi molto bene in una parte particolarmente difficile essendo previste molte agilità (nelle quali infatti abbiamo purtroppo percepito qualche sforzo).

Stefan Pop

Pur nella stessa tipologia di voce il ruolo di Warney è totalmente contrapposto. Ancora una volta Stefan Pop, che ormai conosciamo bene, è riuscito a stupirci con effetti speciali: abituati a vederlo e sentirlo più che altro in parti romantiche, perfettamente calato nella parte si è qui trasformato in un personaggio malvagio, duro, arcigno. Come sempre acuti luminosi e ben puntati, dizione perfetta, fraseggio e interpretazione senza alcuna sbavatura, ma quello che ci ha spiazzato è l’uso del proprio strumento fonatorio con duttilità in tante incursioni baritonali, sicuro e preciso come non mai. Complimenti.

All’altezza anche il resto del cast: Dario Russo è un notevole Lambourne (servitore di Warney), basso scuro, tenebroso e molto convincente, e Federica Vitali apprezzabile Fanny (damigella di Amelia).

Partecipazione incisiva e lodevole del Coro Donizetti Opera, diretto da Fabio Tartari.

Musicalmente Il Castello di Kenilworth risponde a delle necessità precise da parte dell’autore di scandire bene le varie fasi dell’opera. L’orchestrazione è ricchissima di armonici, e di melodie che identificano i singoli personaggi e i loro stati d’animo. Ci ha colpito la scelta di utilizzare la “glassarmonica” nell’aria di Amelia nel secondo atto, sottolineando gli stati d’animo del personaggio in contrapposizione alla linea di canto, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare (come per esempio nella Lucia di Lammermoor).

Riccardo Frizza asseconda fedelmente la partitura con ritmo serrato ma di ottimo gusto, dirigendo non solo un’orchestra sicura e precisa, dalle sonorità volteggianti in ampie gamme di colori, ma anche tutti gli artisti sul palco, dando loro i giusti spazi per i fiati e per le variazioni, senza mai alcuno scollamento tra buca e palco.

La regia di Maria Pilar Pérez Aspa e le scene di Angelo Sala inquadrano il Castello di Kenilworth, dove si dipana appunto la storia, in un semplicissimo piano a riquadri inclinato, che, con pochissimi elementi scenici, si trasforma ora nelle sale del palazzo ora nei giardini e nelle prigioni, il tutto aiutato naturalmente da efficaci effetti di luci, curati da Fiammetta Baldiserri. A prima vista forse troppo essenziale questa scenografia, ma proprio grazie a questo minimalismo si è potuto godere appieno delle prodezze canore e musicali di un’opera che letteralmente corre, dall’inizio alla fine. I costumi di Ursula Patzak, anche se non così tanto sontuosi come erano all’epoca, sono stati tuttavia ben realizzati e perfettamente collocati nell’epoca di riferimento.

Grande consenso di pubblico (teatro tutto esaurito), con ovazioni finali.

La recensione si riferisce alla recita di domenica 2 dicembre 2018.

Gaetano Donizetti

GAETANO DONIZETTI: Il castello di Kenilworth

Melodramma in 3 atti su libretto di Leone Andrea Tottola da Leicester, ou Le château de Kenilworth di Eugène Scribe

Personaggi:

Elisabetta, regina d’Inghilterra (soprano)

Alberto Dudley, conte di Leicester (tenore)

Amelia Rosbart, sua segreta consorte (soprano)

Warney, scudiero del conte (baritono – nella prima versione)

Lambourne (basso)

Fanny (mezzosoprano)

cavalieri, dame, domestici, guardie, soldati, popolo (coro)

Luogo: Inghilterra al Castello di Kenilworth

Epoca: Durante il regno di Elisabetta I

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 6 luglio 1829

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MAC BETH IN BIANCO E NERO CINEMATOGRAFICO AL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA

Recensione di Federico Scatamburlo.

Giuseppe Verdi in quest’opera porta ai massimi vertici le emozioni in pagine musicali contraddistinte da un alto stile drammatico, degne testimoni del primo incontro del compositore con i drammi di Shakespeare.

È noto che le tragedie shakespiriane sono spesso intrise di simbolismi legati a travagliati rapporti di coppia e della famiglia. Una delle più drammatiche e profonde è proprio quella del titolo, un’opera che ben si presta ad analisi in stile freudiano, onirica alla follia, con molte sfaccettature e velate allegorie ad argomenti spinosi ma verosimilmente attuali. Storie di anime schiave di sentimenti che indulgono a estreme manifestazioni d’amore, che possono essere spesso tanto languide quanto crudeli.

Tanto spazio dunque per le re-interpretazioni e ne ha ben approfittato Damiano Michieletto in questa regia, con il suo modernissimo stile che lo contraddistingue. Le scene curate da Paolo Fantin sono realizzate con estrema essenzialità, dalla quale si evince chiaramente la volontà, insieme al regista, di scavare nei messaggi più reconditi lanciati dall’autore. E i costumi, di Carla Teti, non potevano essere più adeguati di così a questa atmosfera: moderni, eleganti e contemporanei in alcuni momenti, fantasiosi e creativi in altri. La rappresentazione delle streghe, per esempio, con abiti e maschere tinta carne che hanno annullato i lineamenti del viso, diventano seducenti e angoscianti presagi dell’avvenire. Tutto questo grazie anche ai precisi ed efficaci movimenti coreografici di Chiara Vecchi.

Filo conduttore di tutta questa rappresentazione l’angoscia del protagonista, che prima, durante e dopo il regicidio commesso per sua mano ma istigato dalla moglie, Lady Macbeth, si manifesta nel dolore scaturito nel lutto per la figlia perduta, ma anche nei ricordi infantili dei protagonisti, qui rappresentati dai figli di altre famiglie. Macbeth soccomberà al desiderio mancato della paternità e a quello di compiacere Lady Macbeth, fino a compiere il gesto più estremo.

Una tragedia sanguinaria, anche se in questo caso è il bianco e nero a predominare, quasi  a rappresentare i poli opposti dei sentimenti, nel colore stesso del sangue del protagonista, bianco per l’appunto. E si manifestano dunque i meandri di una mente sconvolta, nei simbolismi di altalene spesso presenti in scena, che si moltiplicano a dismisura con l’aumento della follia amorosa, insieme ad altri richiami di strumenti di svago infantili. Bellissimo il momento in cui un triciclo, prima condotto da un fanciullo, ricompare poi in scena muovendosi autonomamente in cerchio, in un lento vortice, come i pensieri nella devastata mente di Macbeth.

Sempre presenti in scena teli di plastica leggera: chiarissima l’allegoria delle tenebre di una mente malata, che tenta di squarciare i veli che nascondono la negazione della verità.

Il ruolo protagonista è messo a dura prova in quest’opera, sia dal punto di vista psicologico che vocale. Prova brillantemente superata dal baritono Luca Salsi, che, con notevole abilità tecnica, ha utilizzato infinite sfumature per trasmettere il dramma del suo personaggio, con acuti sfolgoranti ma anche con intimissimi momenti raccolti e sfumati, quasi come preghiere rivolte a sé stesso. Bravo.

Non meno difficoltosa la parte  interpretata dal soprano coreano Vittoria Yeo, Lady Macbeth. Il personaggio è spietato, calcolatore, indifferente alle sofferenze del marito, con mille sfaccettature psicologiche, e alla cantante sono richieste potenza ed agilità, ma con una certa propensione al registro grave. E anche Vittoria risolve tutto questo con abilità e tecnica vocale. Tralasciando qualche piccolo inciampo iniziale, subito si rivela una Ladymalvagia e compassionevole allo stesso tempo, esattamente come nelle intenzioni dell’autore. Bellissima, anche nell’interpretazione drammaturgica, la scena del sonnambulismo, con la celebre aria Una macchia.

A fianco dei due protagonisti emergono altre due voci di caratura. Banco, generale del defunto re Duncano, è il basso Simon Lim. Anch’egli coreano, è ormai una presenza frequente nei cast della Fenice. Con il tempo abbiamo potuto apprezzarlo sempre di più per la bella sfumatura di colore di voce, la dizione chiara, l’attenzione alle sfumature e ai dettagli. Prova ineccepibile.

Nei panni di Macduff il tenore Stefano Secco. In questa finzione scenica è un nobile scozzese, e l’abbiamo particolarmente apprezzato nel momento più impegnativo per lui, nell’unica aria prevista in questo ruolo, perché è riuscito a dare un’ottima prova nonostante tempi musicali piuttosto lenti.

Completano il cast, in maniera funzionale e più che lodevole Elisabetta Martorana (Dama di Lady Macbeth), Armando Gabba (Medico), Enzo Borghetti (Domestico di Macbeth)Giampaolo Baldin (Sicario), NicolaNalesso (Araldo). Bravi i solisti dei Piccoli Cantori Veneziani che, intonatissimi e con voce chiara hanno interpretato le tre apparizioni.

Commento a parte invece per Marcello Nardis (Malcom, figlio di Duncano), che si è esibito in una prova stentorea e ai limiti dell’intonazione.

Gli artisti del Coro del Teatro La Fenice, sapientemente istruito dal maestro Claudio Marino Moretti, in questa domenica pomeriggio si sono esibiti in una prova particolarmente brillante. Quasi sempre presenti in scena, hanno sfoderato doti attoriali che possiamo definire seducenti, e sono stati precisi, dinamici e molto ben amalgamati dal punto di vista vocale. Bellissima l’esecuzione di Patria oppressa con un finale sul pianissimo emozionante.

Myung-Whun Chung ha debuttato nella direzione e concertazione di quest’opera, ma la splendida Orchestra del Teatro La Fenice lo conosce ormai bene. E, come ci si aspettava, il maestro Chung ha trasposto in questa sua esecuzione una sua personalissima interpretazione e l’eleganza che lo caratterizza. Contrasti tra tempi lenti, scatti improvvisi, suoni drammatici che hanno reso la colonna sonora dell’opera un gioiello finemente cesellato. Ai più smaliziati non sono sicuramente sfuggite le sfumature e i colori che sono emersi da ogni singolo strumento, in un’orchestra perfettamente a proprio agio in una partitura che ha emozionato dall’inizio alla fine. E non sarà sfuggito anche l’occhio attento e di riguardo che il maestro ha avuto per tutti gli artisti coinvolti nella recita, nessuno escluso. Complimenti maestro.

Meritate ovazioni finali (proseguite anche a tela calata) di un pubblico entusiasta per tutti, a cui ci uniamo volentieri con i nostri complimenti aggiuntivi anche a tutto il personale dietro le quinte, che fa “girare” come un orologio la splendida “macchina” del teatro.

La recensione si riferisce alla recita di domenica 25 novembre 2018.

Photo©MicheleCrosera

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SUCCESSO INDELEBILE PER “UN GIORNO DI REGNO”

Recensione di Eddy Lovaglio

L’Opera “Un giorno di Regno” è certamente famosa per l’insuccesso memorabile del suo esordio, avvenuto al Teatro alla Scala il 5 settembre 1840, e per l’oblio che ne è conseguito. E’ Pier Luigi Pizzi che nel 1997 restituisce il giusto valore a quest’opera del giovane Verdi che la compose senza l’animo convinto, su libretto di Felice Romani, e tratta dalla farsa “Le faux Stanislas” di Alexandre-Vincent Pineux-Duval, tant’è che in primis l’opera avrebbe dovuto portare il titolo “Il finto Stanislao”.

Quella di Pizzi, che firmò scene, costumi e regia, fu davvero un allestimento fortunato, creato per i teatri di Parma e Bologna, e ripreso al Regio di Parma nel 2013 in occasione del bicentenario Verdiano. Ancora oggi non ha perso di smalto, anzi, acquista sempre maggior forza e scelta, dunque, indovinata quella del Festival Verdi 2018 nel riproporre questo allestimento in uno dei gioielli più affascinanti del parmense: il Teatro Verdi di Busseto. Un’opera che si inserisce a pieno all’interno del festival dedicato al genio bussetano. Non dunque un’opera minore, come molti pensano. Nella partitura, è vero, ci troviamo ad ascoltare note donizettiane e rossiniane, molto gustose peraltro, ma è bello scoprire d’un tratto l’emergere di quella vena melodica Verdiana assolutamente personale e popolare che poi caratterizzerà tutte le future composizioni del Maestro Verdi. Specialmente nel secondo atto si riconosce il tratto di Verdi, ancora in germe e soffocato, poiché vincolato ad un’opera buffa che al tempo non era certo nelle sue corde, ciononostante non c’è disparità tra primo e secondo atto come molti sostengono, Massimo Gasparon (regia, scene, costumi e luci) è riuscito a fondere il tutto con grande maestria. Il riallestimento fatto per il palcoscenico del teatro di Busseto è efficace e convincente. Gasparon ha fatto un ottimo lavoro rispettando il progetto di Pier Luigi Pizzi ed anzi rendendolo più giocoso e luminoso, ottimo anche il lavoro con i giovani cantanti del concorso Voci Verdiane. Di rilievo Alessio Verna nel ruolo del cavalier Belfiore, per doti vocali e interpretazione, così come Tsisana Giorgadze nel ruolo di Giulietta di Kelbar. Ma anche Perrine Madoeuf, che ha interpretato il ruolo della marchesa del Poggio, ne esce bene, soprattutto nel secondo atto. Il barone Kelbar e il signor La Rocca, rispettivamente interpretati da Levent Bakirci e da Matteo Loi, sono esilaranti nei duetti e vocalmente efficaci, un po’ meno Carlos Cardoso nel ruolo di Edoardo e non molto brillante la direzione del Maestro Francesco Pasqualetti, specie nel primo atto. Ma è indubbio che lo spettacolo sia stato ampiamento riuscito e salutato dal pubblico con calorosi e meritati applausi.

Danze iniziali

Di grande effetto i movimenti coreografici di Gino Potente ad apertura di sipario che inducono lo spettatore alla giusta atmosfera. L’ironia che emerge dal progetto di Pizzi, che volle ambientare la vicenda a Parma, tra prosciutti e forme di formaggio grana, anziché in Francia, riesce a far assaporare maggiormente la musica di Verdi in un contesto Verdiano per eccellenza: Busseto. Pizzi al tempo affermò che intendeva allestire la storia “nelle terre di Verdi in accordo con il pensiero del Maestro che ha sempre tenuto in gran conto la sua terra, traendo da essa continue ispirazioni”. L’ispirazione di Pizzi ha reso indelebile quest’opera che merita di essere “rispolverata” più spesso.

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Master Class con Bruna Baglioni e Alberto Paloscia

Destinata a tutti i cantanti lirici che desiderino ampliare le proprie competenze e perfezionare la propria tecnica vocale e le capacità interpretative, l’edizione autunnale 2018 della Masterclass di Canto Lirico organizzata dall’associazione Una voce poco fa offre l’occasione di confrontarsi con docenti di caratura internazionale che sapranno offrire non solo una occasione di grande formazione accademica ma una vera opportunità di crescita umana e professionale.

  • Il laboratorio di tecnica vocale è affidato a Bruna Baglioni, mezzosoprano di straordinaria esperienza, che ha calcato nella sua carriera i più importanti palchi mondiali, e docente internazionale di tecnica vocale.
  • Il laboratorio di interpretazione è affidato ad Alberto Paloscia, musicologo, organizzatore musicale e regista. Dal 1990 direttore artistico del Teatro Goldoni di Livorno.
  • Una speciale partecipazione alla Masterclass è data dalla presenza del manager artistico internazionale Priscilla Baglioni che sarà presente alle lezioni durante tutte le giornate di formazione accademica ed avrà occasione di ascoltare tutti gli allievi.

Tutte le lezioni si svolgeranno dal 12 al 14 ottobre presso la Casa della Poesia – sita in Casola di Caserta in via Ferdinando Rossi n.43 – raggiungibile con navetta messa gratuitamente a disposizione dall’organizzazione sia dalla stazione di Caserta che dall’aeroporto di Napoli Capodichino.

I costi di alloggio per le notti del 12 e del 13 ottobre sono inclusi nel contributo di partecipazione. Per i basti è stata stipulata una convenzione con ristoranti nei pressi della sede delle lezioni.

Per ogni informazione concernente la Masterclass, la navetta e le convenzioni è possibile contattare la presidente dell’associazione Una voce poco fa, dott.ssa Rosa Casella al 329.2923302.

Per problematiche relative all’invio digitale del modulo di iscrizione è possibile contattare il 333.7271484.

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Carrara 15 Luglio 2018 : Premio Alla Carriera Al Basso Carlo Colombara.

di Emanuela Campanella

Dopo aver ricevuto lo scorso mese di dicembre il prestigioso premio “International Opera Award – Oscar della Lirica”, quale miglior basso al mondo in ambito di una lungo tour operistico in Cina, che lo ha visto protagonista in titoli quali “Carmen”, “Don Giovanni” ed “Il Barbiere di Siviglia”, un altro importante riconoscimento verrà consegnato nei prossimi giorni al basso bolognese.

Domenica 15 luglio 2018 a partire dalle ore 21:00, in ambito di un concerto lirico intitolato “Marmo all’Opera!”, organizzato dal Circolo Cararrese “Amici della Lirica – Angelo Mercuriali” e che si svolgerà all’interno di una suggestiva cava di marmo presso la sede della Errebi-Marmi, il basso Carlo Colombara verrà infatti insignito di un nuovo premio speciale alla carriera.

Occasione sarà anche per ripercorrere attraverso le sue interpretazioni di alcuni brani che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, le fasi salienti della sua carriera tutt’ora in corso.

Oltre a Colombara, il concerto vedrà protagonisti altri riconosciuti interpreti del melodramma di oggi quali il soprano Dimitra Theodossiu, il tenore Rubens Pellizzari ed il mezzosoprano Annunziata Vestri accompagnati al pianoforte dal Maestro Simone Savina.

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