Community Opera porta il teatro e la musica alle persone

Sul solco scavato da “Silent City”, l’opera lirica co-creata con i cittadini di Matera all’interno del programma della Capitale Europea della Cultura 2019, prosegue il progetto Community Opera, ideato dalla compagnia teatrale L’Albero con l’obiettivo di portare l’opera lirica in contesti territoriali e comunità altrimenti mai raggiunti da questa forma artistica che da secoli porta alto il nome dell’Italia in tutto il mondo.
Community Opera è un format basato sulla co-creazione con le comunità per la promozione del linguaggio dell’opera e si avvale di un collettivo di professionisti che sperimentano attorno all’opera su temi quali l’inclusione, l’accessibilità, l’innovazione sociale e la valutazione dell’impatto che le azioni di tali progetti hanno sulle comunità coinvolte. Il progetto è riconosciuto dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo nel settore Promozione Musica – Coesione e Inclusione Sociale.
Community Opera fa produzione di opere liriche di comunità, propone azioni di education per scuole di ogni ordine e grado, fa ricerca artistica e metodologica, in particolare sul processo della co-creazione, fa formazione a educatori, professionisti e artisti sugli strumenti che sperimenta.
Nell’ambito del lavoro di produzione di Community Opera, negli ultimi mesi la compagnia teatrale L’Albero e i partner del progetto hanno svolto laboratori di co-creazione sull’opera di comunità “Carmen e le altre ragazze straordinarie”, una storia di riscatto, ribellione e rinascita tutta al femminile ispirata alla Carmen di Bizet. Un progetto rientrato nella short list dell’Education Prize di Fedora Platform, il più importante premio internazionale per l’opera e il balletto.
Un laboratorio di co-creazione costumi, dal titolo “Carmen Hack” si è tenuto a fine novembre a Potenza con il coinvolgimento di 10 donne migranti, che hanno potuto lavorare sulle proprie storie personali per ideare i costumi dell’opera. A condurre l’azione, Marianna Dinuzzi, stilista e costumista diplomata in Fashion Design allo IED di Roma.
Il laboratorio di co-creazione musicale “Carmen Shake”, condotto dal compositore e divulgatore musicale Matteo Manzitti, ha permesso ai partecipanti di creare paesaggi sonori mescolando le storie create nelle precedenti fasi di co-creazione drammaturgica e la cui rielaborazione entrerà a far parte della produzione finale dello spettacolo.
Community Opera ha disegnato e realizzato, in collaborazione con L’Accademia degli Stracuriosi, percorsi di avvicinamento al linguaggio dell’opera lirica con ogni fascia di età: scuola dell’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado. Sono stati circa 450 gli alunni delle scuole del Vulture e della provincia di Matera che hanno partecipato ai laboratori di “Opera Explore”, condotti da Alessandra Maltempo, co-direttrice artistica de L’Albero, in collaborazione con Gino Marangi. Coinvolti anche circa 50 insegnanti in una fase di formazione sull’utilizzo di un toolkit che prevede attività didattiche in cui l’opera si fa strumento di attivazione relazionale e comunicativa e di sviluppo di competenze diverse. Le attività educational hanno interessato anche 80 allievi dai 5 ai 50 anni della Scuola sull’Albero, la scuola di teatro della compagnia L’Albero.
Nell’ambito della ricerca artistica, Community Opera ha gettato le basi per la creazione di un nuovo linguaggio musicale e performativo inclusivo, grazie alla residenza “Inclusive Opera”, a cui hanno partecipato gli artisti del collettivo Consuelo Agnesi, artista sorda, Chiara Osella, cantante d’opera, Francesco Leineri, compositore, e Alessandra Maltempo, attrice e formatrice teatrale. La ricerca si è concentrata sul lavoro con una comunità di persone sorde e con insegnanti e studentesse del Liceo Musicale e Coreutico “Pitagora” di Montalbano Jonico (MT), per codificare un metodo di composizione in cui la diversità è parte del processo creativo.
Community Opera è anche ricerca accademica, grazie alla convenzione con l’Università degli Studi della Basilicata, che per il terzo anno consecutivo ha permesso al team de L’Albero di curare il laboratorio di Storia della Musica del corso di studi di Scienze della formazione primaria, all’interno dell’insegnamento del professor Dinko Fabris, da sempre attento al rapporto della musica con il sociale. Un’occasione per trasmettere a studenti e studentesse universitarie, che saranno futuri insegnanti, visioni e strumenti per incuriosire e appassionare i propri alunni all’opera come strumento unico di educazione culturale e artistica.
Il lavoro di ricerca di Community Opera è stato presentato a Bridging the Gap – Community Music and Community Opera, la prima conferenza internazionale dedicata al tema, organizzata da Libera Università di Bolzano e Università degli Studi della Basilicata, nel cui comitato scientifico è entrata a far parte Vania Cauzillo, co-direttrice artistica de L’Albero.
La fase di formazione di Community Opera si è concentrata sui temi dell’opera partecipata, sulla co-creazione con le comunità, sull’accessibilità e l’inclusione nelle arti performative. In particolare la masterclass “Opera Maker”, rivolta a professionisti del settore creativo e culturale e realizzata grazie al supporto di Basilicata Creativa, ha permesso di trasferire ai partecipanti il metodo implementato dalla compagnia L’Albero sulla co-creazione dell’opera, sui processi partecipati per le arti performative in genere e sull’accessibilità. Un focus importante, a cura di Materahub, è stato rivolto alla valutazione e misurazione degli impatti sociali, sulla base del caso studio di “Silent City”, con il supporto di Carlo Ferretti, cultural designer e ricercatore sugli impatti.
Le attività formative dedicate all’inclusione, condotte da Cristina Amenta, disability manager, hanno interessato trasversalmente ogni fase del progetto Community Opera, fornendo strumenti e metodi per creare dei processi di educazione al bisogno all’interno di una progettazione artistica accessibile.
Le attività dell’intero processo sono state organizzate con il supporto di Rita Scalcione, responsabile organizzativa. Le informazioni su Community Opera sono disponibili sul sito http://www.communityopera.it e sui canali social del progetto. (aise) 

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150° anniversario dell’Aida: il MiC celebra il capolavoro di Verdi

In occasione del 150° anniversario dalla prima teatrale dell’Aida, opera drammatica di Giuseppe Verdi e Antonio Ghislanzoni andata in scena al Teatro Khediviale dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871, il Ministero della Cultura guidato da Dario Franceschini celebra una delle opere liriche italiane più apprezzate con una campagna digitale dal titolo #aida150 che proseguirà fino all’8 febbraio, data in cui, nel 1872, l’Aida andò in scena al Teatro alla Scala di Milano per la prima europea.
Se è vero infatti che la prima assoluta si svolse sul palcoscenico del Cairo nel 1871, il compositore non diresse personalmente l’orchestra né enfatizzò mai quel debutto come l’effettiva première dell’opera. Fu invece la rappresentazione scaligera dell’8 febbraio 1872 quella che il cigno di Busseto ha sempre avuto maggiormente a cuore e su cui profuse il massimo impegno e grandi cure d’allestimento.
Con questa campagna, che culminerà il 17 marzo 2022 con l’apertura della mostra “Aida figlia di due mondi” al Museo Egizio di Torino, il MiC ricorda entrambi i momenti, accompagnando il pubblico con un viaggio esotico nella misteriosa terra degli antichi faraoni attraverso bozzetti di scena, figurini di costumi, manifesti pubblicitari, documenti epistolari, abbozzi musicali e partiture operistiche. Alcuni di questi documenti d’archivio permettono di ricostruire il processo creativo che ha portato all’allestimento del capolavoro operistico, altri invece svelano gli aneddoti storici che hanno legato per sempre le città di Milano e del Cairo.
Il poster della campagna è un’immagine simbolica: alcune testimonianze cartacee sono state digitalmente ritagliate e ricomposte per dar vita a un manifesto emblematico, un collage con i titoli dell’Aida così come questi apparivano sui documenti originali.
Gli archivi, le biblioteche, i teatri e i musei dello Stato che hanno aderito alla campagna con i preziosi materiali conservati nelle proprie collezioni sono stati numerosi: dall’Archivio di Stato di Milano arriva un documento autografo che riporta la firma di Verdi, mentre sono dell’Archivio di Stato di Parma gli unici abbozzi musicali autografi del maestro che, sebbene possano a volte apparire poco decifrabili, rivelano tanto sul maestro e sul percorso che lo ha portato a dare vita all’Opera. Uno speciale contributo nella scelta dei documenti è arrivato da Fabrizio Della Seta, già professore nel Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali, Università di Pavia, sede di Cremona.
Una significativa collaborazione è giunta dall’Archivio Storico Ricordi, una delle più importanti collezioni musicali private al mondo. L’archivio ha reso accessibile un immenso patrimonio di lettere personali, materiale iconografico e partiture per orchestra dell’omonima casa editrice specializzata in edizioni musicali che, tra i tanti progetti con teatri, musicisti e compositori, curò anche la pubblicazione di vari libretti operistici della Celeste Aida; da qui provengono i bozzetti di Girolamo Magnani realizzati per le scenografie della première milanese del 1872, i figurini con i fantasiosi costumi disegnati da Attilio Comelli per lo spettacolo del 1906, sempre a Milano, o ancora la corrispondenza epistolare tra alcuni degli “autori” dell’Aida come Giuseppe Verdi, la famiglia Ricordi, il librettista Antonio Ghislanzoni che lascia trapelare curiosi particolari risalenti al periodo di gestazione dell’opera.
Un altro importante contributo proviene dal Museo Salce di Treviso, casa dei manifesti pubblicitari d’epoca, che conserva numerose locandine dell’Aida tra le più originali, realizzate a cavallo dei due secoli. E, ancora, l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma, che ha preso parte alla campagna con i libretti operistici della prima del Cairo del 1871 in italiano, francese e arabo.
Inoltre, un’intervista ad Alessandro Roccatagliati, professore di Musicologia e Storia della Musica all’Università di Ferrara e direttore delle attività scientifiche dell’INSV di Parma, racconterà del terribile incendio che nel 1971 distrusse il teatro Khediviale del Cairo e di come alcuni documenti egiziani furono salvati grazie ai contatti tra Saleh Abdoun e Mario Medici, rispettivamente, nel 1971, soprintendente e direttore dell’Istituto parmigianino.
Ogni settimana, sui canali social del Ministero, saranno approfonditi i diversi aspetti del melodramma: l’inquietudine dei quattro atti, le fastose scenografie del debutto europeo, le preziose lettere personali, le affascinanti partiture autografe del maestro e i diversi temperamenti dei personaggi raccontati attraverso una storia narrata dai protagonisti in prima persona, come in un flusso di coscienza.
Centrale nelle celebrazioni dell’opera verdiana la mostra “Aida figlia di due mondi” al Museo Egizio di Torino, che porterà l’attenzione su tutti gli aspetti caratteristici di un’opera che rimane, nella sua semplice grandiosità, una struggente storia d’amore e di potere nella quale si intersecano le drammatiche vicende dei tre protagonisti: la sfortunata Aida, principessa etiope e schiava egizia, Radamès, prode guerriero comandante dell’esercito egizio, e Amneris, la passionale figlia del faraone.
“Aida 150” si inserisce nella più ampia cornice della campagna di comunicazione che, con il claim “A teatro si respira la vita”, come da disposizioni governative promuove il ritorno nelle sale teatrali in sicurezza con il Super Green Pass. (aise) 

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Traviata all’Opera Festival Arena di Verona 2021:il dramma e la bellezza femminile nei secoli

Di Federico Scatamburlo

Ammettiamolo, Traviata è un’opera che, volenti o nolenti, penetra nell’animo di ogni spettatore, ognuno con il proprio sentire. Proprio per questo motivo non si adatta benissimo ai grandi spazi all’aperto, ma coinvolge molto di più nell’intimità di un teatro al chiuso.

Tuttavia quest’anno la particolare situazione che obbliga i teatri ad adattare le esigenze sceniche a quelle sanitarie ha spronato la creatività, e creato un ambiente intimo anche in questo particolare ed enorme palcoscenico che è l’Arena di Verona. Infatti non si nota più di tanto che l’orchestra è totalmente “dilatata” da un lato all’altro, perché rapiti da quello spazio ben delimitato dai grandi schermi e dalle scenografie essenziali. Mettici immagini di grande effetto perfettamente a tema con la trama, e il viaggio in un’altra dimensione è assicurato.

La Fondazione Arena di Verona, tramite i video design e le scenografie digitali curate da D-WOK, quest’anno con Traviata celebra la figura femminile nei secoli. In un’atmosfera elegantissima le immagini messe a disposizione dalla Galleria degli Uffizi ci rimandano ad ogni tipo di donna del passato, con denominatore comune la grazia, la bellezza, l’intensità degli enigmatici sguardi e dei momenti cristallizzati nelle opere che grandi pittori e scultori ci hanno regalato nello spazio temporale che va dal Rinascimento fino al diciannovesimo secolo. E queste immagini ci accompagnano e velatamente interagiscono con i fondali digitali e con il pubblico. Significativo, nel finale, quando le tele a colori che raggruppano tutte le immagini proiettate durante l’opera, si spogliano della loro cornice dorata e si trasformano in bianco e nero, mentre la protagonista sta passando a miglior vita.

Irina Lungu

A onor del vero il primo atto di questa serata ci ha lasciati un po’ perplessi. Dopo lo struggente preludio iniziale, forse per qualche scollamento tra buca-coro-palco e per la sostituzione all’ultimo minuto dell’interprete femminile protagonista, riscontriamo qualche difficoltà di troppo per Irina Lungu (“madamigella” Violetta Valery), che risulta col fiato un po’ corto e con un canto “distratto”.  Il “Sempre libera” sembra quasi riscritto, con abbellimenti e variazioni mai sentiti.

Ma l’impaccio dura poco e Irina si riprende completamente dal secondo atto, e ritorna la grande interprete che ben conosciamo. Eteree mezze voci, begli acuti e altrettanti bei filati, con nobili accenti e fraseggi che spaziano in tutto quello che è Violetta: a volte sfacciata, a volte straripante d’amore, a volte disperata, passionale, stanca, afflitta e sofferente. Bravissima.

Francesco Meli vocalmente e drammaturgicamente davvero in gran forma, era tanto che non sentivamo un Alfredo così. Con un perfetto controllo del fiato ha giocato a suo piacimento con le dinamiche del suo personaggio, sempre perfettamente a fuoco, con impeto e squillo facili, ma sfoderando anche momenti lirici e romantici, senza mielismi ma anzi con vellutati momenti di notevole livello timbrico.

Anche Luca Salsi ha scavato a fondo nel suo ruolo. Con un canto sempre dosato e sfumato ma con le fondamenta di una ottima dizione, e’ perfetto in Giorgio Germont, del quale riproduce appieno i tratti: padre preoccupato del buon nome della famiglia, che per questo motivo cerca la miglior mediazione per convincere Violetta a lasciare il suo amato, pur conscio fin da subito di creare una inutile sofferenza, della quale alla fine si pentirà amaramente.

Compagna di feste di madamigella Valery è Victoria Pitts, nella finzione Flora Bervoix. Se nel primo atto ha dato tutto sommato una buona prova, nel resto dell’opera non ci ha convinti molto, come anche Yao Bohiu nei panni di Annina.

Per quanto riguarda il resto del cast, finalmente per tutti un dovuto plauso, nessuno escluso: belle voci e ottima dizione dal primo all’ultimo: Carlo Bosi (Gastone di Letorières), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Natale De Carolis (Marchese d’Obigny), Romano Dal Zovo (Dottor Grenvil), Max René Cosotti (Giuseppe), Stefano Rinaldi Miliani (Domestico/Commissionario).

Belli, curati e azzeccatissimi i costumi che vestono i protagonisti. Abbiamo molto apprezzato anche l’uso dei colori nella festa con le zingarelle e i matador, e le danze del corpo di ballo dell’Arena, nel quale spicca per bravura e stupefacente bellezza la prima ballerina Eleana Andreoudi.

Coro dell’Arena, ancora purtroppo relegato nelle gradinate insieme al proprio Maestro Vito Lombardi, non riusciamo ad apprezzarli appieno vista la scomoda posizione ma, tant’è, quest’anno è così. Li rivedremo presto – speriamo – sul palco in tutta la loro bravura e professionalità.

Dulcis in fundo il Maestro concertatore Francesco Ivan Ciampa, che infonde gusto, eleganza, pathos, dramma e romanticismo con grande maestria in ogni momento, attentissimo all’orchestra ma anche a palco e coro, e il risultato complessivo è, naturalmente, bellissimo. Bravo Maestro.

Saremo forse ripetitivi, ma di Traviata non ci si stanca mai. Specialmente quando l’esecuzione, nel suo insieme, è così ricca, sia vocalmente, che scenicamente e musicalmente. Ed è bellissimo tornare a casa portando con sé piccoli pezzi di un’altra vita, di un altro tempo, di un altro amore, che lentamente forse sbiadiranno…ma ci saranno per sempre. Viva Verdi.

La recensione si riferisce alla prima del 10 luglio 2021

©photoennevi

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Cavalleria Rusticana e Pagliacci aprono all’Arena di Verona una nuova era digitale del teatro

di Federico Scatamburlo

Nei momenti di difficoltà l’essere umano si ingegna, ed in particolare quando the show must go on. Infatti l’emergenza sanitaria planetaria che ha fermato per oltre un anno i teatri, ha fatto si che il direttivo della Fondazione Arena di Verona, capitanati dal celebre soprano Cecilia Gasdia, trovasse una strada alternativa per rimettere in scena gli spettacoli al Teatro dell’Arena, tanto amato e invidiatoci da tutto il mondo. L’occasione e lo spunto sono stati anche e soprattutto il profondo cambiamento sociale ed economico legato alle innovazioni tecnologiche che rapidissime hanno ormai coinvolto qualsiasi aspetto della nostra vita quotidiana: e chi non si adegua è perduto.

Agostina Smimmero e Sonia Ganassi (Cavalleria Rusticana)

L’effetto, come era prevedibile, è sorprendente e oltremodo spettacolare. Quattrocento metri quadrati di led video-wall ora proiettano i desideri anche della più sfrenata mente registica, e naturalmente l’effetto “wow” è assicurato. L’idea non è tuttavia nuovissima: in Italia la bravissima scenografa Monica Manganelli aveva “arredato” una Aida a Genova interamente in digitale, con un risultato a dir poco sbalorditivo.

Nel palco Areniano troviamo però una soluzione mista: pochi ma essenziali e funzionali arredi si mescolano perfettamente con le enormi proiezioni digitali, e dobbiamo ammettere che non si rimpiangono assolutamente le scenografie tradizionali, anzi, la fantasia e le emozioni sono trascinate ancora più lontano.

L’unica “pecca” del nuovo adeguamento alle norme sanitarie è che gli artisti del coro sono relegati nelle gradinate del lato sinistro rispetto al palco e si è percepito talvolta un disallineamento tra orchestra coro stesso. Sono inoltre presenti plexiglass che isolano fiati e percussioni: ne consegue che il suono è piuttosto diverso da quello tradizionale dell’Arena, ma non per questo meno bello, e, convinti che le attuali imperfezione saranno presto superate, ci faremo presto l’abitudine.

In questo caldo sabato che inaugura definitivamente la stagione estiva, troviamo le prime opere già previste in cartellone nel 2020 e non andate in scena per ovvi motivi: Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, nei nuovi bellissimi allestimenti tutti della Fondazione Arena di Verona, con la collaborazione video design e scenografie digitali D-WOK, e i contributi dei Musei Vaticani, Biblioteca Apostolica Vaticana  ed il Parco valle dei dei Templi di Agrigento,

Marco Amiliato (Cavalleria Rusticana)

Sempre belle da vedere queste due opere, che si differenziano dal classico repertorio cui siamo di solito avvezzi, perché, ammettiamolo, celebrano quello che spesso l’essere umano è veramente. Viene infatti posta in evidenza una dinamica e un modus vivendi che giustamente è condannato dalla nostra società, ma tristemente presente. Da un lato uomini che hanno sempre complicati rapporti genitoriali, specie con la madre, e diventano brutali nella loro incapacità di costruire un rapporto con le donne se non con la violenza, e dall’altro lato donne succubi e vittime di aguzzini difesi e idolatrati da loro stesse.

Cavalleria Rusticana è messa in scena all’Arena come deve essere, con colori cupi ed elementi tipicamente siciliani: la storia si svolge infatti a Vizzini, un piccolo comune della Sicilia orientale.  Questa terra baciata dal sole e la sua profonda cultura religiosa siciliana sono protagonisti in tutta l’opera, e vengono enfatizzati dalle proiezioni tridimensionali di meravigliose immagini della Valle dei Templi e di alcune processioni religiose d’epoca.

Nel corso degli anni abbiamo constatato però che sono poche le orchestrazioni che “rendono” perfettamente il calore e l’impeto della solare terra nella quale si svolge il dramma. Il Maestro Marco Armiliato, pur con una buona conduzione perfettamente seguita da un’ottima Orchestra dell’Arena, ha conferito infatti a tutta l’esecuzione una allure un po’ troppo romantica, e non ha fatto emergere invece la verve tipicamente siciliana.

Sonia Ganassi nel suo debutto areniano ha interpretato Santuzza. Abbiamo apprezzato molto le doti canore di Sonia in diverse occasioni, e alte erano le nostre aspettative. Soddisfatte a metà però. Se da un lato a livello drammaturgico è stata una perfetta attrice e ci ha commosso più volte, dal punto di vista vocale forse una certa emozione l’ha portata ad una esecuzione non omogenea, anche se i colori e i fraseggi nella linea di canto sono degni di plauso. Bellissima l’interpretazione di “Inneggiamo, il Signor non è morto”. Brava.

Una scena della Cavalleria Rusticana

Santuzza è promessa sposa di Turiddu, che però ama Lola, a sua volta impegnata ufficialmente con Compare Alfio. Un simile intreccio si sa, è complicato e può anche diventare estremamente pericoloso, e infatti per questo Turiddu verrà ucciso da Compare Alfio.

Murat Karahan veste i panni di Turiddu, utilizzando tutta la sua bravura per dipingere un personaggio che inizialmente è spavaldo e sicuro di sé ma poi si pente ed affronta consapevolmente il proprio destino. Il tenore turco però commette a nostro avviso un errore di intenzioni nell’Addio alla madre dove si spoglia completamente della sua sicilianità e diventa quasi un bravo ragazzo impaurito. Sono comunque piccole sfumature, in quanto tutta l’interpretazione è sostenuta da memorabili fraseggi che hanno portato ad una generale esecuzione di grande caratura.

Murat Karahan

Alfio è stato interpretato da Amartuvshin Enkhbat. Stiamo seguendo con molto interesse da qualche tempo questo baritono originario della Mongolia, e dobbiamo ammettere che sta diventando sempre più bravo. Voce scura ma brillante, drammaturgia e fraseggi impeccabili hanno contraddistinto la drammatica parte del marito tradito. Lodevole anche la perfetta pronuncia italiana, che denota un grande lavoro.

Agostina Smimmero è la rivelazione della serata: inscenare una “mamma” del Sud non è certo cosa facile, ma lei ci è riuscita in maniera sorprendente. Con il bel timbro scuro e un atteggiamento tipicamente meridionale ci ha regalato una mamma Lucia come mai avevamo visto.

Murat Karahan e Clarissa Leonardi
Una scena della Cavalleria Rusticana

Clarissa Leonardi, non perfettamente in voce, ha comunque trasmesso una corretta ed energica Lola.

A seguire Pagliacci: ricordiamo che è un fatto realmente accaduto nel 1865 a Montalto Uffugo in provincia di Cosenza, dove il padre dell’autore era magistrato e aprì l’istruttoria per l’efferato uxoricidio ed omicidio. Essendo la narrazione ambientata in una compagnia di girovaghi impegnati in uno spettacolo, tutti i personaggi assumono una doppia connotazione.

Quest’opera era anche molto amata da Federico Fellini: la fondazione approfitta del nuovo impianto scenico per fargli omaggio, proiettando delle belle e azzeccate immagini di pellicole in bianco e nero con il “pagliaccio” Giulietta Masina, facendo quasi immaginare che quanto avviene sul palco siano le riprese di un film. Bellissimo.

Marina Rebeka (I Pagliacci)

Nel prologo, durante il quale Tonio (Taddeo lo scemo), il pagliaccio gobbo, spiega agli spettatori l’argomento del dramma, Amartuvshin Enkhbat dà il meglio di sé e strappa al pubblico un applauso calorosissimo, al termine di una interpretazione stupefacente, che ci ha trasportati per qualche minuto in un altro mondo.

Marina Rebeka e Maio Cassi (I pagliacci)

Canio (Pagliaccio), geloso a tal punto da diventare violento è stato interpretato dall’ormai più che famoso Yusif Eyazov. Anche per lui la carriera sta proseguendo con notevoli miglioramenti. Il canto è ormai sicuro e tranquillo, quasi indulgente all’abbandono interpretativo. Ne consegue un personaggio credibilissimo, ricco di sfumature e assolutamente coinvolgente e lo studio e la dedizione alla parte sono talmente evidenti che gli si possono perdonare alcuni piccoli inciampi esecutivi. Bellissimo il celeberrimo “Vesti la Giubba”.

Canio ha il sospetto, fondato, di essere tradito con Tonio dalla moglie, Nedda. Quest’ultima è Marina Rebeka che, con voce trasparente e raffinata contrapposta a momenti passionali ed ammiccanti ha interpretato la moglie fedifraga in modo coinvolgente fino alla fine. 

Yusif Eyazov (I Pagliacci)

In realtà Nedda ha una tresca con Silvio, ricco possidente della zona, che è stato interpretato da Mario Cassi. Per lui non c’è molto da dire: interpretazione egregia, bellissimi fraseggi, dizione perfetta. Bravo.

Alla fine Canio, accecato dalla gelosia, accoltellerà la moglie che, in punto di morte, gli rivelerà il vero nome dell’amante, Silvio, il quale morirà a sua volta sempre per mano di Canio.

Max René Cosotti (un contadino) e Dario Giorgelè (un altro contadino) completano degnamente il cast di questa serata.

Amartuvshin Enkhbat e il resto del cast (I Pagliacci)

Il Maestro Marco Armiliato, ha decisamente risolto i problemi di tempi e di quel leggero scollamento tra buca, palco e comparto corale della rappresentazione precedente, con una direzione precisa, con bei volumi, ampi respiri e coinvolgenti fraseggi.

Repliche per Cavalleria rusticana e Pagliacci: 2,22,31/07 e 14/08.

Gli spettacoli di Cavalleria, Pagliacci e Aida del 26 giugno sono anche stati ripresi da RAI3, e andranno in onda ogni martedì a partire dal 27 luglio, in tre serate, illustrate e accompagnate da Pippo Baudo e Antonio di Bella.

Lo svago e il divertimento culturale muovono dunque i primi passi dopo l’interruzione forzata. Sappiamo che niente sarà come prima, ma è stato bello, rassicurante e rasserenante risedersi nelle poltrone di un teatro e godere nuovamente della bravura di artisti e maestri di tutto il mondo.

©photoennevi

La recensione si riferisce allo spettacolo del 25 giugno 2021

25 giugno ore 21.00

2, 22, 31 luglio ore 21.00

14 agosto ore 20.45

Cavalleria rusticana e Pagliacci

Direttore Marco Armiliato

Maestro del Coro Vito Lombardi

nuoVo allestimento della fondazione arena di verona

Video design e scenografie digitali D-WOK

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Cavalleria rusticana

Melodramma in un atto

Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci

Musica di Pietro Mascagni

Personaggi e interpreti

Santuzza                        Sonia Ganassi (25/6)

                                          Maria José Siri (2, 22/7)

                                          Aleksandra Kurzak (31/7)

                                          Ekaterina Semenchuk (14/8)

Lola                                  Clarissa Leonardi

Turiddu                           Murat Karahan (25/6 – 22/7)

                                          Yusif Eyvazov (2/7)

                                          Roberto Alagna (31/7)

                                          Piero Pretti (14/8)

Alfio                                 Amartuvshin Enkhbat (25/6)

                                          Sebastian Catana (2, 22/7)

                                          Ambrogio Maestri (31/7 – 14/8)

Lucia                               Agostina Smimmero (25/6 – 22/7 – 14/8)

                                         Elena Zilio (31/7)              

Orchestra, Coro e tecnici dell’Arena di Verona

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Pagliacci

Dramma in un prologo e due atti

Parole e musica di Ruggero Leoncavallo

Personaggi e interpreti

Nedda (nella commedia Colombina)              Marina Rebeka (25/6 – 14/8)

                                                                                       Valeria Sepe (2/7)

                                                                                       María José Siri (22/7)

                                                                                       Aleksandra Kurzak (31/7)

Canio (nella commedia Pagliaccio)                 Yusif Eyvazov (25/6 – 2/7)

                                                                                       Fabio Sartori (22/7)

                                                                                       Roberto Alagna (31/7)

Tonio (nella commedia Taddeo lo scemo)    Amartuvshin Enkhbat (25/6)

                                                                                       Sebastian Catana (2, 22/7)

                                                                                       Ambrogio Maestri (31/7 – 14/8)

Peppe (nella commedia Arlecchino)                Riccardo Rados (25/6 – 2, 22/7)

                                                                                       Matteo Mezzaro (31/7 – 14/8)

Silvio                                                                            Mario Cassi (25/6 – 22/7 – 14/8)

                                                                                       Davide Luciano (2, 31/7)

Un contadino                                                           Max René Cosotti

Altro contadino                                                                       Dario Giorgelè

Orchestra, Coro, Ballo e tecnici dell’Arena di Verona

Coro di Voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani

GALLERIA

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International Summer Dance School in Villapiana and NYC!

Ecco la più grande occasione di vivere l’America in Italia!

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I partecipanti della Summer School hanno vinto borse di studio e lavorano oggi nella Grande Mela!

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Spring Dance festival. Stage e Concorso Internazionale a Roma.

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ADDIO A CARLA FRACCI, REGINA DELLA DANZA ITALIANA

(NoveColonneATG) Roma – Carla Fracci, regina della danza italiana, è morta il 27 maggio a Milano ad 84 anni, dopo il peggiorare delle sue condizioni di salute negli ultimi giorni. Figlia di un tramviere, classe 1936, aveva conquistato tutti i più grandi teatri del mondo esibendosi con grandi nomi, da Nureyev a Baryshnikov, interpretando più di duecento personaggi nella sua lunga carriera. Orgoglio milanese, studiò nella scuola di ballo della Scala, di cui poi è diventata étoile, costruendo un legame indissolubile con il teatro. Un legame che l’ha accompagnata fino alla fine, dimostrato dalla masterclass dello scorso 28 e 29 gennaio tenuta in streaming sui profili social della Scala davanti ai protagonisti del balletto Giselle, reperibile anche su Raiplay. Un legame nato nel 1955, anno del suo debutto sul palco del Piermarini, dal quale non si è più fermata. Se ne va l’ultima diva della danza italiana. La sua è una carriera di successi, punteggiata di ruoli memorabili, romantici e drammatici. Ha saputo fare suoi ruoli femminili come Giselle, La Sylphide, Giulietta, Swanilda, Francesca da Rimini e Medea. La sua danza è stata a accompagnata dai più famosi ballerini, da Rudolf Nureyev a Vladimir Vassiliev, da Paolo Bortoluzzi a Massimo Murru e Roberto Bolle. Partendo da umili origini, la Fracci è stata in grado di conquistare il successo grazie ad un talento innato, talento che ha avuto il suo apice nel 1981, quando il New York Times la definì “prima ballerina assoluta” come Pierina Legnani e Alessandra Ferri. Tanti i ruoli coperti durante la sua vita: direttrice del corpo di ballo di Napoli, dell’Arena di Verona dal 1995 al 1997, della Scala, poi Roma e ancora la Scala, membro dell’Accademia delle belle arti di Brera, direttrice del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma dal 2000 al 2010.

Negli ultimi anni, aveva pubblicato nel 2013 la sua bibliografia “Passo dopo passo”, mentre nel 2014 ha partecipato al film “29200 Puthod, l’altra verità della realtà” dedicato all’omonimo artista internazionale Dolores Puthod. Una personalità in grado di valorizzare il ruole delle donne a teatro, come dimostra il fatto di aver vestito i panni di Amleto all’Opera di Roma in un ensemble di soli uomini. A ricordarla anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha espresso le condoglianze ai familiari e ricordato “le straordinarie doti artistiche e umane, che hanno fatto di lei una delle più grandi ballerine classiche dei nostri tempi a livello internazionale”. Aggiungendo che “Carla Fracci ha onorato, con la sua eleganza e il suo impegno artistico, frutto di intenso lavoro, il nostro Paese”. Il suo estro moderno lo si è visto nelle sue scelte di vita, che hanno affrontato a viso aperto pregiudizi e clichè. E’ il caso, ad esempio, del coraggio di avere un figlio in un mondo, quello della danza, dove all’epoca non c’era spazio per la famiglia. Il suo amato figlio Francesco nacque nel 1969, dopo il matrimonio a Firenze con Beppe Menegatti, aiuto regista di Visconti, dell’11 luglio 1964. O ancora la sua decisione di lasciare il ballo della Scala a favore della pluralità di espressione, andando ad esibirsi nei teatri di periferia. Da sempre voce di ruoli femminili di donne moderne e infelici, come Gelsomina, Medea, Mila, Francesca da Rimini, Zelda Fitzgerald, ha finito per incarnare il simbolo di chi si mette in discussione e di chi si mette al servizio per il proprio paese. Non a caso dal giugno 2009 al 2014 è stata Assessore alla Cultura della Provincia di Firenze ed ambasciatrice di Expo Milano 2015. Una vita vissuta per la danza, una vita che ci ricorda l’importanza di inseguire i propri sogni.

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Eleganza e leggerezza per la riapertura del Teatro Filarmonico dell’Arena di Verona: Verismo e Zanetto

Di Federico Scatamburlo

Il Teatro Filarmonico dell’Arena di Verona, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza per la pandemia in corso, ha riaperto per la prima volta della chiusura forzata e accolto un ridotto pubblico (come previsto dalle disposizioni ministeriali) con la sobrietà ed eleganza che sempre contraddistingue la Fondazione, proponendo un breve programma interamente dedicato al Verismo.

Non è passata inosservata l’emozione del pubblico presente, che ha applaudito con calore gli orchestrali, pure visibilmente emozionati, quando hanno fatto il loro ingresso in sala nello spazio rialzato di solito riservato alla buca. Complice il plexiglass che divideva i vari comparti orchestrali, le sonorità che di lì a poco avrebbero riempito il teatro, sono letteralmente state “sospese” in una dimensione spaziale inusuale, che ha amplificato e migliorato notevolmente la resa acustica, facendo cogliere ogni minima sfumatura sonora. Una nota positiva dunque, in tutta questa drammatica situazione che ci affligge da più di un anno.

La risoluta entrata in scena del direttore Valerio Galli non fa tuttavia presagire quanto avverrà poco dopo. Sono stati infatti eleganti e controllati i gestiattraverso i quali ha condotto un’attentissima orchestra sulle note di alcune belle pagine orchestrali di Pietro Mascagni, Alfredo Catalani e Francesco Cilea. Melodie raffinate dunque, interpretate con ampi respiri e magnifici legati, condivise tra direttore e orchestra in perfetta sintonia.

Senza soluzione di continuità si è passati poi a Zanetto di Pietro Mascagni. Un “operina” che concentra in soli quarantacinque minuti l’azione  tra i due unici attori in scena. Dopo il suggestivo  coro a sei voci fuori scena, Donata D’Annunzio Lombardi (Silvia) e Asude Karayavuz (Zanetto) hanno portato in scena la loro storia, semplicissima ma tutta interiore per i due personaggi.

Silvia, cortigiana annoiata dalla sua vita, vorrebbe provare l’ebbrezza dell’amore, ma non si rivela apertamente a Zanetto, menestrello cantastorie di passaggio, che vorrebbe incontrare proprio lei per puro divertimento, e quindi casualmente entrambi aprono le proprie anime l’uno all’altro, in fuggevoli momenti che gli interpreti dipingono con i colori e la feschezza quasi di un’infanzia ritrovata. Ma questo li segnerà profondamente e niente sarà più lo stesso.

Il tutto si svolge un unico ambiente scenico, illuminato ad arte da Paolo Mazzon e creato dall’Areniano professionista Michele Olcese il quale ben fa immaginare Firenze, il luogo dove avviene l’incontro dei due. Uno stile quasi Liberty, come gli abiti creati da Silvia Bonetti,  in un immaginario mondo floreale dove l’immagine della Venere incornicia e si confonde con la fragilità dell’uomo, della cortigiana, del menestrello.

Donata D’Annunzio Lombardi, non nuova a questa parte, si insinua sapientemente in questo ruolo e, se pur non accade veramente nulla che giustifichi la preziosa musica appassionata di Mascagni, proprio per questo motivo la passionalità delle mezze voci e dei sovracuti brevi ma potenti, trasmettono appieno il semplice tormento dei sentimenti nascosti e repressi di Silvia.

Asude Karayavuz veste un pregevole ruolo en travesti: con sinuosi movimenti del corpo e la bellissima voce brunita incarna un giovine inizialmente smaliziato e giocoso, ma che uscirà confuso e smarrito da questo particolare incontro.

E il calore del pubblico ha espresso infine piena soddisfazione, e non solo perché finalmente è potuto entrare nuovamente a teatro, ma perché quello a cui ha assistito è piaciuto. Per davvero.

La recensione si riferisce allo spettacolo di domenica 9 maggio 2021

Teatro Filarmonico – Stagione 2021

Antologia verista

Pietro Mascagni

Sinfonia da Le Maschere

Alfredo Catalani

Preludio atto III da La Wally op. 57

Pietro Mascagni

Intermezzo atto III (Il Sogno) da Guglielmo Ratcliff

Francesco Cilea

Intermezzo atto II da Adriana Lecouvreur

Pietro Mascagni

Intermezzo da Cavalleria rusticana

ZANETTO
Opera in un atto su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni

Silvia, cortigiana Donata D’Annunzio Lombardi
Zanetto, giovane poeta e cantore Asude Karayavuz

Orchestra e coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Vito LombardiNuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona

Photo credit: Ennevi

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“A riveder le stelle”: la Scala è sempre la Scala

Il Teatro alla Scala di Milano apre la stagione 2020/2021 in modo inusuale ma centra l’obbiettivo sfoggiando tutta la professionalità e capacità di un grande teatro.

Milano, 7 Dicembre 2020. Ventiquattro cantanti di grande caratura si sono avvicendati sulle note di VerdiDonizettiPucciniMassenet e Rossini, negli ampi spazi creati per questa occasione unica al Teatro Alla Scala di Milano.

Eravamo molto scettici sul risultato di questo spettacolo annunciato dal Teatro dal titolo dantesco “A riveder le stelle”, in quanto si prospettava un arduo e faticoso incastro di arti musicali, canore e visive, ma si è rivelato un bellissimo contenitore artistico, cucito con abilità sartoriale su misura per il Teatro e la Tv, andato in onda il 7 Dicembre 2020 su Rai1.

Davide Livermore, che ne ha firmato la regia, è geniale nel mettere insieme sul palcoscenico opera, cinema, teatro, balletto. In quasi tre ore di spettacolo non ci si è mai annoiati, anzi, totalmente rapiti dalla cura nei dettagli che hanno unito tutte le perfomances.

In tempi di Covid naturalmente niente pubblico in sala, sostituito interamente dall’orchestra posizionata in platea, e dal coro sui palchi; il palco interamente dedicato ai cantanti ed alle scenografie e proiezioni (D-Wok), con ampio spazio visivo e tante allusioni al cinema e alla pittura.

Scenografie mai banali, anche se riviste temporalmente e riprese da alcune produzioni precedenti, ma che non distraevano nonostante il forte impatto visivo, incastonate in quadri scenici che, con elementi ben scelti, rimandavano appunto alle varie opere dalle quali sono stati estratti i brani e le arie più significative.

Come sempre sui social non sono mancati i commenti negativi anche per questo evento in Mondovisione, per il quale però nulla si può eccepire sul lato canoro, orchestrale e registico, soprattutto per il significato intrinseco che ha avuto in questo momento, con la chiusura dei teatri, una pandemia inarrestabile e l’incertezza che serpeggia per il futuro. Annunciato come diretta televisiva però ci si accorge che era in differita sin dall’inizio, infatti non abbiamo ascoltato il duetto dalla Walkiria di Wagner che era in programma. Forse per gli stretti tempi televisivi, un vero peccato.

Certo, tutti hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma riteniamo che in un momento come questo trovare per forza “difetti” a una rappresentazione come questa sia del tutto fuori luogo, e, al contrario, da applaudire e ammirare. Quando ci capiterà un’altra occasione del genere, ed ascoltare voci così importanti riunite tutte insieme nello stesso momento?

La Scala è sempre la Scala, ed anche questa volta ha saputo far parlare di sé. La prima di stagione per Sant’Ambrogio è un rito per molti ormai, e anche se è mancato l’aspetto folcloristico con i vip, i gioielli e le pellicce, e soprattutto gli applausi di un folto pubblico, ci siamo comunque goduti un gala che ricorderemo a lungo.

Voci femminili incredibili quelle di Sonya YonchevaLisette OropesaRosa FeolaMarina RebekaKristine OpolaisElīna GarančaAleksandra KurzakMarianne CrebassaEleonora Buratto, le quali, hanno sfoggiato abilità canore meravigliose, fresche, impeccabili, spaziando da acuti sfavillanti a note medio gravi molto controllate ed emozionanti. Grazie a loro anche la moda si esibisce con l’occasione: tutte erano infatti vestite con sontuosi abiti firmati ArmaniDolce&GabbanaValentinoCurielGianluca Capannolo e Marco De Vincenzo. Abiti che si sono perfettamente integrati con i costumi di scena storici appartenenti alla collezione del Teatro.

Non da meno il comparto maschile con protagonisti del calibro di Piotr Beczala (che ha sostituito Jonas Kaufmann indisposto), Juan Diego FlórezLudovic TézierCarlos Alvarez, uno splendido Benjamin BernheimGeorge Petean, un superbo Ildar Abdrazakov. Unici cantanti italiani sul palco Luca SalsiVittorio GrigoloFrancesco MeliRoberto AlagnaMirco Palazzi e la già citata Eleonora Buratto, i quali hanno avuto un ruolo non facile: quello di rappresentare l’Italia su quel palcoscenico.

Tra i big del canto anche Placido Domingo, che tuttavia non sappiamo più in che ruolo collocare.  Ma nelle nostre memorie rimarrà sempre un grande tenore.

Riccardo Chailly sul podio ha diretto con grande trasporto un’orchestra impeccabile. Anche se la disposizione non usuale in platea poteva portare qualche problema tecnico, in quanto il Maestro dava le spalle al palcoscenico, tutto è andato liscio. Risultato comunque praticamente scontato con professionisti di questo spessore: tutto era al posto giusto, tempi perfetti, fraseggi curatissimi, cura dei minimi dettagli. Un plauso va a tutti gli orchestrali per le emozioni che sono riusciti a far arrivare al pubblico, pur attraverso l’etere.

Cento anni di musica nel programma scelto da Chailly con le arie più rappresentative del repertorio italiano e non, dal Don Carlos al Ballo in maschera, da Lucia di Lammermoor al Don Pasquale, dalla Madama Butterfly a Turandot per arrivare all’Andrea Chénier e Werther, per le quali Gianluca Falaschi ne ha curato i costumi.

Molto interessanti anche i momenti dedicati al ballo con un Roberto Bolle in ottima forma che esprime la sua arte moderna in maniera tecnologica sulle note di Davide “Boosta” Dileo e Erik Satie, e Nicoletta Manni in coppia con Timofej Andrijashenko sulle note del Gran Pas des deux dallo Schiaccianoci di Čajkovskij.

Insieme al direttore sul podio, hanno collaborato all’ottima resa della rappresentazione anche gli altri “direttori”: Michele Gamba per i balletti, Manuel Legris per il corpo di ballo, Bruno Casoni per gli artisti del coro.

Il tutto intervallato da bellissime perle narrative, sinceramente emozionanti, affidate a Maria Chiara CentoramiLinda GennariGiancarlo Judica CordigliaAlessandro LussianaLaura MarinoniMichela MurgiaCaterina MurinoSax NicosiaMassimo PopolizioMaria Grazia SolanoMarouane Zotti.

Bastavano questi nomi appena citati a introdurre, presentare e chiudere il programma ed avremmo potuto decisamente fare a meno di una scontatissima Milly Carlucci in coppia con un attempato Bruno Vespa, i cui ruoli sono stati del tutto inutili.

Insomma di “stelle” ne abbiamo viste tante e tutte insieme. Con i suoi versi possiamo definire “profetico” il sommo Dante, sotto alcuni punti di vista, ma contiamo sia di buon auspicio per un futuro che ci riporti alla normalità ed a ripopolare presto i teatri per godere dal vivo della musica. Che sarà sempre il patrimonio più importante della magnifica cultura italiana ammirata da tutto il mondo.

Salvatore Margarone

La recensione si riferisce allo spettacolo del 7 dicembre 2020

Photo©TeatroallaScala

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Tommaso Traetta debutta al Teatro Petruzzelli in un programma dedicato alle eccellenze pugliesi

Articolo di Tiziano Thomas Dossena

Finalmente il Traetta Opera Festival può asserire che il “suo” Traetta ha debuttato al Teatro Petruzzelli.

È accaduto così, una sera di novembre, nel Politeama più prestigioso della loro regione. Non si scriverà, come nelle cronache d’un tempo, di una sala gremita di gente accorsa per festeggiare una prima di indiscusso valore storico e musicale. Il Teatro Petruzzelli era vuoto. In questo 2020 funestato da una sordida epidemia che ci ha trovato impreparati e vulnerabili, il pubblico non poteva essere a teatro. Ma nessuno può fermare il corso naturale dell’Arte che, quale radice inestricabile, rinasce dove e quando non ce lo si aspetterebbe con la forza dei suoi millenni di creatività e passione. Adeguandosi, reinventandosi, in attesa di eccellere come le è dovuto. Da sempre.

È con questo spirito che il tempio della musica barese ha aperto le porte ad un’altra eccellenza regionale come l’Orchestra Sinfonica Metropolitana di Bari, storico orgoglio del capoluogo, legata al Traetta Opera Festival da un forte e duraturo sodalizio in un’ottica di riscoperta e valorizzazione, spesso, del grande repertorio musicale pugliese. Il suo direttore artistico Marco Renzi, ha voluto affidare il concerto all’esperienza e al carisma di Vito Clemente in un programma dedicato alle eccellenze pugliesi che è stato, non a caso, inaugurato con la Ciaccona dall’Antigone di Tommaso Traetta per poi proseguire con Florilegio ’83 di Raffaele Gervasio e la partecipazione della giovanissima violinista Maria Serena Salvemini nel Concerto op. 22 per violino e orchestra di Wieniawsky.

Già, Traetta. Non poteva avere un debutto convenzionale: scorrendo la sua biografia non avrebbe davvero fatto al caso suo! E così è stato. Il concerto, trasmesso in streaming, è stato seguito da molti spettatori e resterà negli annali per aver rappresentato finalmente un riconoscimento atteso per il celebre compositore bitontino. Oggi è un’intera città ad essere fiera dei suoi concittadini illustri e a riconoscere l’alacre lavoro di ricerca e valorizzazione svolto sin qui dal Traetta Opera Festival e dalle altre realtà cittadine che hanno sempre mantenuto vivo il fuoco sacro del genio musicale del “loro” Tommaso.

Un nome che ci auguriamo di vedere più spesso nei cartelloni più blasonati accompagnato da chi, come Vito Clemente, non ha mai smesso di credere nella ricerca e nel valore di Traetta e del grande repertorio identitario pugliese. Un sincero ringraziamento va alla fiducia e alla sensibilità di chi non ha mai smesso di credere in loro, a cominciare dal Sindaco Michele Abbaticchio e dall’Assessore al Marketing territoriale e Vice Sindaco Rocco Mangini. Un plauso all’Orchestra Sinfonica Metropolitana, al Sindaco Antonio Decaro, alla Dirigente Maria Grazia Magenta e alla Consigliera Francesca Pietroforte per tener viva una risorsa tanto preziosa come l’I.C.O. e al Direttore Artistico Marco Renzi per la riuscita della serata. Un pensiero colmo di gratitudine alla memoria del Maestro Gervasio e l’augurio di un futuro di successi all’eccellente Maria Serena Salvemini.

PER IL LINK AL CONCERTO CLICCA SULL’IMMAGINE SOTTOSTANTE

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