Requiem di Giuseppe Verdi; dolore e rabbia

Di Isabella Rossiello

Nell’austero Duomo di Cesena il soprano Raffaella Battistini, il mezzosoprano Christina Knorren, il tenore Mirko Matarazzo, il basso Francesco Ellero D’ Artegna accompagnati dall’Orchestra “ Città di Ferrara” condotta dal Direttore M° Lorenzo Bizzarri e i cori : “ Cappella Musicale Servi”- Bologna, “ Quadriclavio”- Bologna, “Maria Callas”- Cesena, e l’associazione La Pomme, hanno creato un evento di grande impatto emotivo.

La Messa da Requiem in onore del padre della Signora Battistini, Giovanni Battistini, un grande Cesenate che ha dato alla cittadinanza dapprima un “cinema” e come grande appassionato di lirica ha portato a Cesena tantissimi grandi della musica lirica, fu l’artefice della presenza di Pavarotti a Cesena nel 2003 e il derivato del suo concerto fu interamente devoluto all’Ospedale Bufalini  per l’apertura del reparto  di terapia intensiva neonatale .

Un onore che Giovanni Battistini ha meritato in pieno è non solo l’amore incondizionato di una figlia ma di tutta la città, che è intervenuta numerosa alla Messa di Requiem!

Verdi scrisse questo Requiem dapprima pensato per onorare Rossini  (un progetto a più mani, poi fallito ) poi per la morte di Alessandro Manzoni che si era impegnato come lui nei valori del Risorgimento. Scrisse a Ricordi e la Messa vide la luce, una luce vivida, a tratti quasi accecante, fu lo stesso Giuseppe Verdi a dirigere a Milano il 22 maggio 1874 nella chiesa di San Marco il Requiem che superò presto i confini nazionali, tanto fu la bellezza e l’imponenza di questa “Opera”.

In effetti la presenza di tenore, basso, soprano e mezzosoprano, che insieme hanno una forza impressionante, la rende unica, lirica, teatrale e una composizione musicale che provoca un’altalena di sentimenti che non ti lascia un istante …  inizia sommessamente, rispettosamente per la morte stessa per poi diventare quasi “rabbiosa” perché non comprendiamo il concetto di abbandono da parte di un nostro caro, una riflessione sulla morte così intensa, così sanguigna e dolorosa, lacerante, vissuta con grande potenza e trasmessa a chi l’ascolta con altrettanta forza emozionale!

Giuseppe Verdi fu un compositore agnostico e anticlericale e dedicò la Messa da Requiem a Manzoni scrittore profondamente cattolico ma fedele agli ideali di libertà del Risorgimento e soprattutto coraggioso nel condannare i potenti e loro iniqui servitori, in qualche modo detestato da un’ala cattolica perché fortemente convinto di quello che Pio IX definì la “ funestissima rivoluzione italiana”.

Un grazie dal profondo del cuore a chi ha reso possibile questa incredibile serata che lascia sì sgomenti e a tratti tristi, ma che è un capolavoro assoluto!

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L’eleganza dell’opera buffa al Teatro Filarmonico di Verona

Recensione di Federico Scatamburlo

Si chiude con eleganza la stagione del Teatro Filarmonico di Verona, che riprenderà il 21 giugno con la stagione lirica estiva all’Arena di Verona. Sono in scena infatti fino al 26 maggio Il Maestro di Cappella di Domenico Cimarosa Gianni Schicchi di Giacomo Puccini.

La prima è uno dei tanti componimenti operistici che Cimarosa scrisse, ben sessanta, tutte per lo più opere comiche, eleganti, coinvolgenti e con una vivace orchestrazione. Il maestro di cappella in origine è il musicista che cura la musica per la piccola chiesa privata del nobile (la cappella), ma in seguito il termine definisce il maestro di corte, figura più importante tra i musicisti a servizio dei nobili.

In questo intermezzo l’autore dipinge musicalmente un maestro di cappella alle prese con una piccola orchestra indisciplinata, composta da archi (violini, “violette”, violoncelli e contrabbassi), oboi, flauti e corni. Il maestro si sforza di far capire agli strumenti le melodie da eseguire e con la sua voce imita i timbri di ciascuno di essi. Tutta l’esecuzione risulta divertente perché il maestro, a tratti ridicolo e a tratti adirato, dialoga con gli strumenti: la componente umana degli orchestrali non esiste, solo strumenti personificati che disubbidiscono, rispondono, sbagliano, ma alla fine, a furia di ripetere, riescono a suonare bene. Questo squarcio della vita del settecento, reso piacevole dalle trovate musicali del compositore, è reso alla grande dalla messa in scena del Teatro Filarmonico di Verona.  Il sipario si apre su uno splendido dipinto d’epoca: Michele Olcese crea una piccola sala dagli arredi perfettamente collocati nell’epoca, sfarzosi e soffocanti, dove troviamo comodamente seduti con i propri strumenti buona parte degli orchestrali del Teatro, che Silvia Bonetti ha vestito in bellissimi e sgargiantissimi abiti settecenteschi, completi di parrucche.

Complici le calde luci di Paolo Mazzon, l’atmosfera è voluttuosa, elegante e raffinata. Al ritmo della musica a tratti volutamente disordinata, a tratti ordinata (comunque magnificamente eseguita dall’Orchestra del Teatro Filarmonico di Verona), si muovono leggiadri ballerini e ballerine (coordinati da Luca Condello), divertiti ospiti dell’evento.

 

In primo piano: Alessandro Luongo e Alessandro Bonato

Unico cantante in scena è proprio lui, il maestro, basso, o meglio basso comico. E’ bello notare come una voce che normalmente si associa solo a ruoli drammatici o cattivi, possa invece anche diventare estremamente comica e divertente. Alessandro Luongo è perfetto in questa parte, visibilmente divertito e veramente padrone della situazione. Agilità snelle e senza esitazioni e un perfetta intonazione lo rendono un degno Maestro di Cappella.

La regia di Marina Bianchi è semplice ma efficace dall’inizio alla fine, e bravo anche il direttore, Alessandro Bonato, che per una volta ha dovuto suo malgrado essere a sua volta “diretto” da un collega.

La seconda parte della serata felicemente prosegue con Gianni Schicchi, uno dei tre atti unici che compongono, assieme a Il Tabarro e Suor Angelica, il Trittico di Giacomo Puccini, su libretto di Giovacchino Forzano. Il soggetto trae spunto da un breve episodio della Divina Commedia (Inferno).

Nella sua casa di Firenze è da poco spirato Buoso Donati, e i suoi parenti lo vegliano in preghiera. Corre voce che Donati abbia lasciato i suoi beni in eredità ai frati, fatto confermato dal ritrovamento del testamento. Rinuccio (tenore), qui interpretato con voce leggera ma salda e convincente da Giovanni Sala, propone alla famiglia di ricorrere alle note arguzie del futuro suocero, Gianni Schicchi, per rientrare in possesso dell’eredità. Rossana Rinaldi, nel ruolo della cugina Zita detta la Vecchia, leva subito le sue proteste per le origini plebee di Schicchi. Splendida esecuzione per questa mezzosoprano: mai un cedimento dall’inizio alla fine della sua performance, sia vocalmente che scenicamente. Schicchi quindi inizialmente rifiuta di dar loro aiuto ma una lodevole Barbara Massaro, nei panni di Lauretta, figlia appunto di Gianni Schicchi, riesce a convincere il padre, con bellissimi filati nella celeberrima aria O mio Babbino Caro. Dunque Schicchi elabora un piano che diventa chiaro a tutti quando imita la voce del defunto al Dr. Spinelloccio i cui panni sono indossati da un ottimo Alessandro Busi, venuto a controllare la situazione. Quel che i parenti non prevedono però, è che il finto Buoso, sul letto di morte, detterà un testamento che destinerà l’eredità più ambita proprio a sé stesso, e non potranno opporsi per non incorrere nella giusta punizione (il taglio della mano) per questo tipo di imbroglio. Diventato dunque padrone di casa, scaccia tutti, e, mentre Rinuccio e Lauretta amoreggiano sul divano, spiega al pubblico in sala di aver osato tanto solo per il bene dei due fidanzati.

Rossana Rinaldi (Zita la Vecchia)

Da sinistra: Giovanni Sala (Rinuccio) – Barbara Massaro (Lauretta) – Alessandro Luongo (Gianni Schicchi)

Veramente bravi anche tutti gli altri interpreti che hanno riempito il palcoscenico: Elisabetta Zizzo, Nellamoglie di Gherardo (nipote di Buoso) che è Ugo Tarquini; bravissimo Dario GiorgelèBetto di Signa, cognato più povero di Buoso;  Mario Luperi, Simone, cugino di Buoso;  Roberto AccursoMarco, suo figlio;  Alice MariniLa Ciesca, moglie di Marco; due testimoni del finto testamento, Maurizio Pantò, il calzolaio Pinellino e Nicolò Rigano, il tintore Guccio.

Alessandro Bonato

Alessandro Bonato, che ha ripreso pieni poteri e funzioni dopo l’intermezzo, dirige una scattante Orchestra del Teatro Filarmonico di Verona con scioltezza e precisione. La musica scorre fluida, sicura, precisa e maestosa ma in perfetto equilibrio con il comparto vocale.

L’allestimento è quello del Teatro Regio di Torinocon le scene di Saverio Santoliquido e i costumi di Laura Viglione. La regia è di Vittorio Borrelli e ripresa da Matteo Anselmi. Tutto è stato evidentemente studiato per favorire i cantanti, fondamentali per la riuscita di quest’opera. L’ambientazione è un’unica stanza della casa, la camera da letto del de cuius, e i pochi arredi non distraggono, ma anzi sono ben funzionali, lo svolgimento della storia. In origine ambientata nel 1299, in questo caso siamo in una Firenze forse dei primi del novecento, ma la storia è talmente attuale che potrebbe essere collocata anche nei tempi di internet e degli smartphone.

Il prossimo evento al Teatro Filarmonico sarà ad Ottobre con un’altra opera di Cimarosa, Il Matrimonio Segreto. Segnaliamo intanto la stagione estiva, che aprirà il 21 giugno con La Traviata con un inedito allestimento di Franco Zeffirelli.

Photo©ENNEVI

Questa recensione si riferisce alla prima di domenica 19 maggio 2019.

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Adriana Lecouvreur a Verona: due “dive” in scena

Pieno successo per Adriana Lecouvreur a Verona. Hui He e Carmen Topciu sono le due dive protagoniste di questa produzione fortunata ed acclamata dal pubblico.

Recensione Di Federico Scatamburlo 

Al Teatro Filarmonico di Verona è andata in scena la prima recita dell’opera in titolo, domenica 31 marzo 2019.

Adriana Lecouvreur, opera storica di Francesco Cilea del 1902, se osservata in retrospettiva è un’opera minore per molti aspetti, con una trama forse inutilmente complicata, e con una dimessa aria generale che non sarebbe fuori posto in una moderna telenovela. Eppure, come uno dei suoi predecessori, Vincenzo Bellini, Cilea ha saputo trasformare e far apprezzare anche le trame più semplici con alcune delle melodie più puramente belle che siano mai state ascoltate in un teatro d’opera.

Mettici una buona regia e un buon comparto canoro e la serata diventa meravigliosa.

Tratta dalla commedia omonima di E. Scribe ed E. Legouvé, su libretto di A. Colautti, riassumendo in breve si narra della storia di un attrice realmente esistita: nonostante la storia sia apparentemente ingarbugliata, è un classico triangolo amoroso, che si svolge proprio in un teatro durante una attesissima rappresentazione di due dive famose, la Duclos e Adriana, appunto. Quest’ultima mira coltivare il suo amore per Maurizio, nobile in incognito, ma senza aver fatto i conti con una serie di imbrogli e pettegolezzi dietro le quinte e soprattutto con la protettrice dello stesso, la principessa di Bouillon, che ne è anch’ella spietatamente innamorata e gelosissima.  Il finale inusuale, non pomposo e clamoroso come ci si aspetta, ma leggero come una farfalla, lascia lo spettatore un po’ sospeso, vedendo l’eroina di turno che scivola piano verso la morte accanto al suo amato che l’ha appena chiesta in sposa, con buona pace della delusa rivale insoddisfatta che l’ha tolta di scena con il suo stesso pegno d’amore, un mazzolino di violette – avvelenato.

Ivan Stefanutti, curando regia, scene e costumi, ambienta la narrazione in un periodo relativamente moderno: al posto delle parrucche tipiche del ‘700, troviamo infatti uno stile piuttosto liberty che tuttavia ben si presta ad enfatizzare i personaggi delle “dive” protagoniste del teatro nel teatro, complici, insieme ai movimenti scenici di Michele Cosentino, anche i bei giochi di luce di Paolo Mazzon, che chiaramente anticipano i chiaro/scuri che di lì a poco caratterizzeranno le prime arti cinematografiche. Scenografie semplici nei materiali, ma efficaci e raffinate, rendono perfettamente l’idea degli ambienti in cui si svolge l’azione, e sono perfetta cornice agli elegantissimi e raffinati costumi, per lo più in bianco e nero, indossati dagli artisti. Bella anche l’idea di proiettare nello sfondo una foto in bianco e nero dei palchi teatrali, a riprodurre il teatro nel teatro dove le protagoniste si esibiscono.

Musicalmente l’opera è splendida, non ci sono momenti languidi o noiosi: mirabili colpi d’arco e fiati sontuosi sorprendono di continuo l’uditore, e non di meno lo è la partitura del canto per tutti i protagonisti in scena.

Particolarmente ardua la strada di Maurizio, che si dipana in ottave altissime che hanno messo a dura prova Fabio Armiliato debuttante in questo ruolo e per la prima volta impegnato in un intera opera in questo palco. Ma questo non gli è d’impaccio e trova la formula giusta per una dignitosissima performance.

Fabio Armiliato

Hui He si cimenta subito nell’aria più conosciuta: Adriana Lecouvrer incanta infatti i suoi sostenitori già nel primo atto con la modestia della “Io son l’umile ancella”. Il soprano cinese è ben preparato a questa sfida, che è il biglietto da visita dell’opera, e sorprende tutti mettendo sempre al posto giusto splendidi filati, mezze voci e la giusta energia quando necessario.

Ma è nel recitativo e nell’aria del monologo di Fedra che questo personaggio deve sfoderare tutte le sue abilità interpretative e Hui He la supera brillantemente.

Hui He

Adriana inconsapevolmente aiuta la sua rivale a uscire da una situazione particolarmente spinosa. La principessa di Bouillon infatti è sposata con il Principe, e per poco non viene colta in flagrante. L’aria con la quale la principessa attende il suo amante, Acerba Voluttà, è particolarmente sfarzosa e d’impatto, e Carmen Topciu la risolve, così come in tutta la sua interpretazione, con mirabile controllo, ma con la giusta veemenza e passione dell’amante gelosa.

Carmen Topciu

In questo triangolo spicca anche un altro personaggio innamorato di Adriana, Michonnet, suo devoto e direttore del teatro. Egli non si dichiarerà mai apertamente ma sarà vicino all’amata sino alla fine. In questa parte Alberto Mastromarino dà questa volta prova di sé soprattutto come grande istrione. Non trovando evidentemente in questa serata il timbro e il colore giusti, sfrutta di più il “declamato” piuttosto che il cantabile, riuscendo comunque in una onorevole esibizione.

Piuttosto bene anche per il Principe di Bouillon, Alessandro Abis.

Alberto Mastromarino

Alessandro Abis                                                                      

I protagonisti sono sostenuti da comprimari perfettamente di contorno ma non meno importanti alla storia: L’abate di Chazeuil (Roberto Covatta), Poisson (Klodian Kacani), Quinault (Massimiliano Catellani), Madamigella Jouvenot (Cristin Arsenova),  Madamigella Dangeville (Lorrie Garcia) e Un maggiordomo  (Michelangelo Brunnelli).

da sinistra: Alessandro Abis, Roberto Covatta, Cristin Arsenova, Lorrie Garcia

Troviamo l’orchestra del Teatro Filarmonico di Verona particolarmente in forma in questa giornata e in questa difficilissima partitura: con la direzione di Massimiliano Stefanelli che conduce con tempi netti, rifiniti e mai con volumi esagerati, ne risulta un esecuzione di altissimo livello. Bravi.

Ineccepibile, come sempre il Coro areniano, guidato da Vito Lombardi.

Massimiliano Stefanelli

Non possiamo esimerci nell’esprimere un pensiero alla compianta Daniela Dessi, che ricordiamo con nostalgia in memorabili esecuzioni di Adriana, e in tutto il suo repertorio. Il sovrintendente del teatro, Cecilia Gasdia, sua cara amica, ha dedicato infatti a lei questa serata.

Photo©ENNEVI – FONDAZIONE ARENA DI VERONA

Direttore allestimenti scenici Michele Olcese

Allestimento del Teatro Sociale di Como – As.Li.Co.

Costumi Atelier Nicolao S.r.l. – Venezia

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DIVERTENTE DON PASQUALE ANNI SESSANTA AL TEATRO CARLO FELICE DI GENOVA

Recensione di Federico Scatamburlo

A primo ascolto, dopo una singolare ouverture che tutto sommato non fa presagire in pieno quello che succederà successivamente, è facile sentire la profonda influenza che Rossini ebbe per Gaetano Donizetti, autore dell’opera in titolo, Don Pasquale, in scena dopo ben dodici anni, al Teatro Carlo Felice di Genova in questa domenica pomeriggio, dieci marzo 2019.

Quest’opera infatti è tipicamente cosiddetta “buffa” e, con un’opportuna regia, fa divertire in primis, non annoia e fa apprezzare in pieno le straordinarie capacità compositive del suo autore, che qui risaltano unite a una vena romantico-comica difficilmente eguagliabile.

La trama in sé è semplicissima: Don Pasquale, il protagonista, uomo anziano all’antica ma tutto sommato di buon cuore, decide di sposarsi per diseredare il nipote Ernesto, che è innamorato di Norina, e non accetta di sposare nessun’altra. Un amico di famiglia, il Dottor Malatesta, organizza però un piano per permettere ai due di sposarsi senza incorrere nelle ire dello zio. Norina accetta di sposare per finta Don Pasquale, e suoi comportamenti incoercibili successivi alle nozze creeranno numerose situazioni equivoche e comiche, insopportabili per l’anziano, che alla fine cederà e benedirà il matrimonio reale tra i due giovani.

Il tutto quindi si riassume a una disincantata e malinconica riflessione sulla vecchiaia e sulla giovinezza. Pur divertente infatti, la scena in cui Don Pasquale è addirittura schiaffeggiato dalla finta neo sposa è tutt’altro che comica, semmai sentimentalmente umoristica.

Il genere comico è in questa stesura decisamente ridimensionato: prevale infatti il bel canto a scapito di virtuosismi di agilità, pur riccamente presenti, e anche i recitativi sono lunghe esibizioni canore melodiche e godibilissime, e così prevale in tutta l’opera un magnifico lirismo, con una fluidità dovuta a legami vocali e orchestrali continui anche tra i pezzi chiusi. Ed è così che viene accantonato il riso sguaiato delle commedie e si riflette, ma in modo divertente.

La storia ben si presta a ambientazioni in ogni epoca. Simpaticissimi dunque l’allestimento della Scottish Opera e le scene e i costumi di Andrè Barbe (Barbe & Doucet), tutto coloratissimo e scanzonatorio, e ambientato verso la fine degli anni sessanta con grande un’attenzione ai dettagli che però non si potevano cogliere da tutto il teatro, a meno di essere in posizioni particolarmente privilegiate, ma non ci è sfuggito lo sforzo di attenersi piuttosto fedelmente al libretto. Perfette anche le luci di Guy Simard. Renaud Doucet (Barbe & Doucet) ha curato la bella regia: avrebbe potuto forse osare di più, ma di contro è stato assolutamente encomiabile l’equilibrio tra movimenti scenici e necessità dei cantanti nelle loro esibizioni, riuscendo ad inserire delle gag esilaranti che hanno veramente divertito.

Alvise Casellati, maestro concertatore in questa occasione, si è attenuto in modo quasi maniacale al libretto con bellissimi tempi, serratissimi, impegnando molto gli artisti sul palco. Scaldati i motori tutto ha funzionato a meraviglia, e voci e orchestra hanno creato un insieme che abbiamo goduto quasi tutto d’un fiato, quasi stupiti quando arrivati all’epilogo finale.

Cast perfetto quello scelto dal Teatro: Giovanni Romeo nei panni di un Don Pasquale meno “vecchio” di quanto ci si potesse aspettare, ma perfetto nell’interpretazione. Se inizialmente si potevano percepire alcuni passaggi come “tremolanti” si è poi capito invece che l’effetto era intenzionale, ed infatti nel contesto è stata una scelta azzeccatissima.

Molto buono anche il ruolo tenorile di Juan Francisco Gattel. Linea vocale classica, composta, ma con una grazia, leggerezza e bellissime agilità che hanno ben definito in maniera divertente ma anche commovente le speranze d’amore dell’ingenuo e un po’ “tontolone” Ernesto. Alcuni acuti un po’ sfilacciati e non perfettamente coperti non hanno inficiato la performance.

Assolutamente a proprio agio e chiaramente divertita la protagonista assoluta di questo cast: Desirée Rancatore, che ha interpretato una Norina viperina e quasi show girl. Abituati come siamo a vederla in parti più drammatiche, è stata una piacevole sorpresa trovare in questa recita una vera mattatrice, spiritosa e giuliva, sempre calata nella parte, senza mai un momento in cui abbia lasciato il personaggio, pieno di sfumature divertenti e veramente credibile. Superfluo lodare le agilità che sono nelle sue corde naturali, come anche i sovracuti, sempre cristallini ed emozionanti. Bravissima!

Comprimari degni dei protagonisti Elia Fabbian, convincente Dottor Malatesta, anche se con qualche difficoltà nelle agilità e Roberto Conti (il notaro), preciso nel suo ruolo.

Una menzione è dovuta anche ai bravissimi personaggi “muti” ma fondamentali e quasi sempre presenti in scena: esilarante Cristina Bianchetti nelle vesti della lavandaia fumatrice accanita, e Luca Alberti e Boris Vecchio, nei panni del decrepito maggiordomo e del cuoco dormiglione.

Bravi come sempre gli artisti del coro del Teatro Carlo Felice, istruiti da Francesco Aliberti, intervenuti sul palco anche loro in maniera burlesca e scanzonata, ma professionale e con grande abilità recitativa. Abbiamo sentito qualche imprecisione ritmica in diversi momenti, forse dovuta al gran movimento scenico durante le loro esibizioni, ma anche in questo caso il risultato finale non ne ha risentito.

Dulcis in fundo, Norina regalerà a Don Pasquale, per consolarlo, Matisse: un cucciolo, tenerissimo, che il Teatro informa essere proveniente dal canile municipale di Palermo, ha due anni, vaccinato, chippato e pronto per essere adottato (scrivere a comunicazione@carlofelice.it).

Soddisfattissimo l’esigente pubblico presente in sala, che ha acclamato con calore tutti, pelosetto incluso.

@photo Marcello Orselli

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Tosca … L’arroganza Del Potere

Recensione di Isabella Rossiello

Quando Sardou scrisse il dramma La Tosca non immaginava che il tema delle molestie e dell’arroganza del potere potesse arrivare in maniera sempre più bieca ai giorni nostri o forse sì.
Ad oggi le donne molestate, violentate, stuprate nel mondo sono tantissime, in Italia al momento  i femminicidi sono 106 nel solo 2018.
Al  Teatro Bonci per l’Opera c’è sempre posto, del resto il teatro lirico cittadino è intitolato proprio al celebre tenore Alessandro Bonci, nato a Cesena il 10 febbraio 1870.
Tosca è una donna, una cantante, è una persona devota e buona, sulla sua strada incontra il Barone  Scarpia capo della polizia e sarà per entrambi un incontro tragico.
Siamo a Roma, la situazione tra chiesa e bonapartisti è tesa, a Castel Sant’Angelo è rinchiuso il Conte Angelotti ex console della Repubblica romana.
Scarpia si mette alla ricerca frenetica del fuggitivo che si è nascosto in chiesa e chiede l’aiuto del suo amico pittore  Mario Cavaradossi che lo fa nascondere in un posto segreto, la sorella del conte la bella  Attamanti ha portato abiti femminili per farlo fuggire e il pittore non vista l’ha dipinta come una Madonna.
Tosca ama ricambiata il pittore e ne è gelosissima, nel vedere una Madonna così bella chiede spiegazioni a Mario che le racconta tutto per placare la sua gelosia.
Scarpia in chiesa trova un ventaglio è della Attamanti e sarà il grimaldello con cui farà leva sulla  gelosia di Tosca e nell’amore che prova per il pittore sino ad estorcerle la confessione del nascondiglio del Conte Angelotti, confessione che Mario non ha rivelato nemmeno sotto tortura.
Scarpia però non vuole solo la confessione ma insidia e desidera possedere anche con la forza Tosca, è un predatore violento e senza scrupoli, lei gli propone un accordo: il suo corpo in cambio della vita di Mario e un lasciapassare per loro due.
Scarpia cede ma la sua cattiveria fa sì che dà ordine al suo sottoposto Spoletta di farlo fucilare per finta, con fucili caricati a salve … “Come facemmo del Conte Palmieri”… è una trappola, i fucili saranno caricati con proiettili veri e quindi Mario Cavaradossi ha le ore contate.
Piuttosto che cedere Tosca prende un coltello e mentre lui la ghermisce lo uccide, prende il lasciapassare si fa il segno della croce, due candelabri e un crocefisso sono la sua tomba e la frase quasi sprezzante: ” … Davanti a lui tremava tutta Roma”
In carcere Tosca raggiunge il suo amato e lo avvisa che la fucilazione sarà una finzione e che fuggiranno insieme, grande è la meraviglia di Mario che dice: “ Scarpia che cede … la sua prima grazia”  … “E l’ultima” gli fa eco Tosca, confidandogli l’omicidio o se si vuole la “legittima difesa” .
Il destino ormai segnato per Mario si compie: è morto, Tosca si avvicina convinta che sia tutta una finzione e quando scopre la morte, le sue urla sono un brivido per tutti gli spettatori!
Scoperto l’assassinio di Scarpia le guardie cercano Tosca che però preferisce buttarsi dall’alto di Castel Sant’Angelo.
Tragica fine per colpa di  un potere cieco e violento.

L’Orchestra  Città di Ferrara è stata magistralmente diretta dal Maestro Lorenzo Bizzarri, il soprano Raffaella Battistini con la passione che la contraddistingue è stata una Tosca sanguigna e ardente, bella negli abiti stile impero di Maria Teresa Nanni, la regia attenta è di Giammaria Romagnoli.

Scarpia in chiesa

La  voce potente del tenore che interpreta Mario Cavaradossi  è di Antonio Corianò che ha convinto da subito, ricevendo applausi  a scena aperta, il baritono Carmine D’Ambrosio   non poteva dare maggior prova attoriale e vocale interpretando uno Scarpia senza scrupoli e violento come da copione!

La morte di Mario

Il teatro era pieno ed il pubblico entusiasta e a chi dice che l’Opera è una cosa da e per “vecchi” sbaglia parchè l’attualità dimostra che l’opera fa riflettere meglio di tanti film e programmi tv “monnezza” o trash per i più raffinati!

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ANDREA VITELLO, la bacchetta italiana del repertorio contemporaneo.

Il toscano Andrea Vitello si appassiona alla musica già nell’età adolescenziale, quando decide di posare per la prima volta le proprie mani sulle cromie in bianco e nero dei lunghi e pesanti tasti di un vecchio pianoforte rimanendo affascinato dal suono creato dai martelli di rimbalzo.
Nota dopo nota le corde iniziarono a vibrare alla loro frequenza di risonanza in maniera sempre più armonica. I primi spartiti, la prima avventura da autodidatta. Poi decide che la musica non solo fa parte della sua natura, ma che potrebbe essere il futuro: per la vita. Così inizia lo studio di piano, di composizione, organo e gregoriano e direzione di coro.  Canta nella Corale Guido Monaco di Prato e si trova sul grande palcoscenico, in qualità di corista, nella Tosca e in Rigoletto. Ma non sarà certo questo il suo futuro. Terminato così il classico percorso di studi musicali inizia a frequentare il triennio di alto perfezionamento in direzione di orchestra presso l’Accademia Musicale Pescarese, con il docente Donato Renzetti, di cui diventerà assistente personale.
Uomo di arte, ama la letteratura, in particolare la poetica italiana, ascolta la musica sinfonica e la lirica ma ha una grande passione per i suoni di matrice afroamericana e nella sua biblioteca musicale risuonano note di blues, soul e Jazz.
Appassionato di viaggi e della buona cucina, ha nel suo taccuino migliaia di appunti legati alle memorie dei più bei luoghi che ha visitato nel nostro pianeta azzurro. Cina, Korea, Russia, Stati Uniti d’America e buona parte dell’Europa. E’ l’Italia però la grande passione di Andrea che, assieme alla compagna, la compositrice Elvira Muratore, ha percorso per lunghezza e larghezza, prediligendo sempre le città d’arte ed ovviamente le mete enogastronomiche.
Se questa è in breve la figura privata, iniziando a parlare di quella professionale la penna abbisogna di molto più inchiostro.
Andrea Vitello è un entusiasta interprete del repertorio contemporaneo. Ha diretto in concerto prime esecuzioni di autori quali Peter Eötvös, Tristan Murail, Oliver Schneller, Andrea Portera, Alessio Elia, Albertas Navickas e Rita Ueda ed ama scoprire e promuovere giovani compositori. Entusiasta ambasciatore della musica italiana, ha riscoperto e diretto numerose opere di compositori italiani meno noti, come Guido Alberto Fano, Silvio Omizzolo, Mario Pilati e Gian Francesco Malipiero.
Si è esibito in alcune tra le più importanti sale del panorama internazionale come la Carnegie Hall di New York, il Seul Art Center, il Teatro Petruzzelli di Bari, e la Sala Verdi di Milano e ad oggi collabora con diverse orchestre ed ensembles, tra le quali ricordiamo I Solisti del Teatro alla Scala di Milano, l’Orchestra Sinfonica MÁV di Budapest, l’Orchestra Sinfonica di Salonicco, l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, la Korea Soloists Orchestra di Seul, l’ensemble Argento di New York, l’Orchestra Filarmonica di Koszalin, l’Orchestra Sinfonica di Khabarovsk e l’orchestra da camera de I Solisti Russi.
Il suo debutto discografico con il Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg, alla guida dell’Ensemble BIOS, con la voce di Anna Clementi, ha suscitato entusiastiche reazioni nella critica internazionale, recentemente di nuovo sollecitata dal CD “Octets”, edito da Warner Classics, in collaborazione con I Solisti della Scala, interpretando composizioni di Igor Stravinsky, Peter Eötvös (incidendo per l’occasione, in prima assoluta, l’Ottetto del compositore ungherese), Alessio Elia, Albertas Navickas e Rita Ueda.
Ed è nell’apice della sua carriera che proprio Donato Renzetti, che gli fu Maestro, dice di Vitello: “Le sue esecuzioni si sono distinte per le raffinate concertazioni e le originali proposte sia nei tempi che nei fraseggi. Lo considero uno dei giovani direttori più interessanti della sua generazione.”
Con le sue bacchette firmate da Andrea Boi, ha diretto l’Histoire du Soldat alla Carnegie Hall, ha debuttato lo scorso 11 Ottobre a Sanremo dirigendo la Seconda Sinfonia di Saint Seans e ha da poco terminato un viaggio musicale importante proponendo l’integrale delle sinfonie di Robert Schumann.
È da pochi giorni terminato il Secondo Concorso Internazionale per direttori d’Orchestra “Antal Doráti”, volto ad offrire una reale opportunità di carriera a direttori d’orchestra emergenti ed aperto a musicisti di ogni nazionalità senza limiti di età, nel quale Vitello è stato direttore artistico e preparatore dell’Orchestra Sinfonica Mav per la finale del concorso, e nell’occasione ha diretto La Mer, il Concerto per Orchestra di Bartok, il Mephysto Waltz di Liszt e tre brani contemporanei di Alessio Elia, Rita Ueda, Salvatore Frega.
Il futuro prossimo lo vede impegnato in Russia, il 6 dicembre a Ekaterinburg, la più importante città della Russia centrale, e il 7 dello stesso mese nella città di Perm, con un programma interamente italiano che partendo dal Barocco arriva sino alla musica di oggi. Verranno eseguiti due concerti di Vivaldi con i solisti dell’orchestra, due Sinfonie di Giovanni Battista Sammartini, il precursore del sinfonismo di Haydn, le “Due Invenzioni” di Bruno Bettinelli, la “Sonata per archi” di Silvio Omizzolo e “Original Mater” di Andrea Portera.

 

 

 

 

Di seguito riportiamo i dettagli del programma.
L’Orchestra “I solisti della Russia”, diretta dal M° Andrea Vitello.
Le 2 date uniche, in collaborazione con la Fondazione Omizzolo Peruzzi:

il 6 dicembre c.a, alle ore 19.00 presso il Museo di Storia di Ekaterinburg,
indirizzo: K. Liebknechta st., 26. Ekaterinburg, Russia;

il 7 dicembre c.a., ore 19.00 preso il Salone della Filarmonica Regionale di Perm
indirizzo: Sibirskaya st., 11. Perm, Russia.

Il programma dei due concerti :

Prima parte:
Antonio Vivaldi: Concerto per violino “Il Rosignolo”, RV 335;
Antonio Vivaldi: Concerto per 2 violoncelli, RV 531;
Giovanni Battista Sammartini: Sinfonia in Sol Maggiore, JC 44;
Giovanni Battista Sammartini: Sinfonia in La Maggiore, JC 60. 

Seconda parte:
Bruno Bettinelli: 2 invenzioni per archi;
Silvio Omizzolo: sonata per archi;
Andrea Portera: Original Mater.
I brani della seconda parte del concerto sono in prima esecuzione assoluta in Russia.

I Maestri Solisti:

Dmitriy Yakovlev (Дмитрий Яковлев) – cello;
Maria Malysheva (Мария Малышева) – сello;
Irina Panova (Ирина панова) – violin.

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A Bergamo “Il castello di Kenilworth” di Gaetano Donizetti

Di Federico Scatamburlo

Una perla rarissima l’opera Il castello di Kenilworth, di Gaetano Donizetti, tanto che dal 1989 non compariva nel cartellone di un teatro e che, grazie a una felice intuizione di Francesco Micheli, direttore artistico della Fondazione Teatro Donizetti, ha degnamente concluso il Festival Donizettiano svoltosi nel mese di Novembre 2018 a Bergamo.

Tratta dal romanzo di Walter Scott, quest’opera è antesignana, quasi l’antefatto delle vicende di Elisabetta I d’Inghilterra, prima di arrivare al culmine della passione di Donizetti per re, regine e intrighi di corte con le fortunate e molto più sontuose Maria Stuarda e Roberto Devereux.

La narrazione si ispira a fatti realmente accaduti. La storia ci narra, in sintesi, della Regina Elisabetta, innamorata di Robert Dudley, il quale però è sposato con Amy Robsart (Amelia nell’opera). Dudley fu sempre il favorito della Regina, al punto che, dopo la morte violenta della Robsart, forse causata dallo stesso marito, gli donò il titolo di Conte di Leicester, ma non arrivando mai a sposarlo.

Nella finzione Leicester è invece un uomo innamorato della moglie ma talmente assetato dal potere al punto di ripudiarla e rinchiuderla per apparire libero agli occhi della sovrana, e aiutato in questo intento dal suo scudiero Warney che pure brama le grazie di Amelia. Questa riesce tuttavia a liberarsi e a incontrare in maniera fortuita la Regina, alla quale deve confessare il tradimento di Leicester. La sovrana inizialmente è infuriata e medita vendetta totale, ma poi si ravvede e, per dimostrare la sua magnanimità, perdona Leicester e Warney, allontanando però tutti da corte: il suo amato, la moglie sua rivale e tutto il loro entourage.

Insomma ancora una volta troviamo tanti elementi di grande attualità: una donna di potere che insegue l’amore di un uomo pure assetato di potere, una donna tradita che cerca ingenuamente di salvare il matrimonio, un uomo senza scrupoli che cerca di impossessarsi di una donna altrui, e tanti altri elementi che si intrecciano in una storia apparentemente semplice ma in realtà molto complessa, dove i destini di tante anime si incontrano in grandi passioni tutte legate tra loro pur essendo contemporaneamente molto diverse, e ci si rende conto che in fondo tutti sono rinchiusi, tutti sono prigionieri di sé stessi e non ci saranno né vincitori né vinti.

Per raccontare tutto questo Donizetti crea una sorta di danza vocale a coppie tra i vari protagonisti che interagiscono infatti con duetti continui. Perfino l’unico, bellissimo concertato a quattro previsto in quest’opera nasce dal duetto tra Elisabetta ed Amelia nel giardino a cui si aggiungono poi Leicester e Warney.

Sul fronte canoro, l’opera risente delle influenze rossiniane ancora molto presenti nell’epoca in cui è stata scritta, infatti tutti gli artisti sono coinvolti in arie spinte e dense di agilità. Per questo motivo il cast deve essere di caratura, come infatti era in questa recita, per rendere appieno la maestosità dei difficili cantabili.

Carmela Remigio e Jessica Pratt

Jessica Pratt ha interpretato Elisabetta: potente, volubile, capricciosa, ma frivola e sentimentale allo stesso tempo. Con la sua ben nota abile tecnica vocale, nessuna difficoltà è apparentemente emersa nella sua esecuzione. Con acuti svettanti tenuti a lungo, mezze voci e note gravi alternate a filati improvvisi e agilità magistrali, insieme a una capacità interpretativa attoriale veramente encomiabile ha conferito un’aura degnamente regale al suo personaggio. Prevedibili e meritatissime le ovazioni per Jessica alla fine della recita.

Nella parte di Amelia una scintillante Carmela Remigio, che ha curato nei minimi dettagli questo personaggio. Con la sua musicalità che ormai ben conosciamo, nella rivale della sovrana ha ritratto in modo assolutamente persuasivo una donna dolente ma allo stesso tempo forte e ribelle. Apice della performance l’aria del secondo atto “Par che mi dica”, dove riesce a calarsi in una interpretazione talmente meditativa, così profonda e armonica da lasciare il pubblico al termine dell’aria per qualche secondo senza fiato, prima di esplodere in diversi minuti di applausi e ovazioni.

In contrasto ai due personaggi femminili due tenori, ma con caratteristiche completamente diverse tra di loro.

Leicester è delineato da Donizetti, nonostante la dominante sete di potere, come un uomo piuttosto mediocre, quasi scialbo, incapace di perseguire i propri scopi senza aiuti altrui. Il tutto ben calibrato da Francisco Brito, tenore di origine argentina, dotato di un particolare colore di voce, molto chiaro, che inizialmente ci aveva lasciati un po’ perplessi, ma poi ci ha pienamente convinto. E’ riuscito infatti a disimpegnarsi molto bene in una parte particolarmente difficile essendo previste molte agilità (nelle quali infatti abbiamo purtroppo percepito qualche sforzo).

Stefan Pop

Pur nella stessa tipologia di voce il ruolo di Warney è totalmente contrapposto. Ancora una volta Stefan Pop, che ormai conosciamo bene, è riuscito a stupirci con effetti speciali: abituati a vederlo e sentirlo più che altro in parti romantiche, perfettamente calato nella parte si è qui trasformato in un personaggio malvagio, duro, arcigno. Come sempre acuti luminosi e ben puntati, dizione perfetta, fraseggio e interpretazione senza alcuna sbavatura, ma quello che ci ha spiazzato è l’uso del proprio strumento fonatorio con duttilità in tante incursioni baritonali, sicuro e preciso come non mai. Complimenti.

All’altezza anche il resto del cast: Dario Russo è un notevole Lambourne (servitore di Warney), basso scuro, tenebroso e molto convincente, e Federica Vitali apprezzabile Fanny (damigella di Amelia).

Partecipazione incisiva e lodevole del Coro Donizetti Opera, diretto da Fabio Tartari.

Musicalmente Il Castello di Kenilworth risponde a delle necessità precise da parte dell’autore di scandire bene le varie fasi dell’opera. L’orchestrazione è ricchissima di armonici, e di melodie che identificano i singoli personaggi e i loro stati d’animo. Ci ha colpito la scelta di utilizzare la “glassarmonica” nell’aria di Amelia nel secondo atto, sottolineando gli stati d’animo del personaggio in contrapposizione alla linea di canto, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare (come per esempio nella Lucia di Lammermoor).

Riccardo Frizza asseconda fedelmente la partitura con ritmo serrato ma di ottimo gusto, dirigendo non solo un’orchestra sicura e precisa, dalle sonorità volteggianti in ampie gamme di colori, ma anche tutti gli artisti sul palco, dando loro i giusti spazi per i fiati e per le variazioni, senza mai alcuno scollamento tra buca e palco.

La regia di Maria Pilar Pérez Aspa e le scene di Angelo Sala inquadrano il Castello di Kenilworth, dove si dipana appunto la storia, in un semplicissimo piano a riquadri inclinato, che, con pochissimi elementi scenici, si trasforma ora nelle sale del palazzo ora nei giardini e nelle prigioni, il tutto aiutato naturalmente da efficaci effetti di luci, curati da Fiammetta Baldiserri. A prima vista forse troppo essenziale questa scenografia, ma proprio grazie a questo minimalismo si è potuto godere appieno delle prodezze canore e musicali di un’opera che letteralmente corre, dall’inizio alla fine. I costumi di Ursula Patzak, anche se non così tanto sontuosi come erano all’epoca, sono stati tuttavia ben realizzati e perfettamente collocati nell’epoca di riferimento.

Grande consenso di pubblico (teatro tutto esaurito), con ovazioni finali.

La recensione si riferisce alla recita di domenica 2 dicembre 2018.

Gaetano Donizetti

GAETANO DONIZETTI: Il castello di Kenilworth

Melodramma in 3 atti su libretto di Leone Andrea Tottola da Leicester, ou Le château de Kenilworth di Eugène Scribe

Personaggi:

Elisabetta, regina d’Inghilterra (soprano)

Alberto Dudley, conte di Leicester (tenore)

Amelia Rosbart, sua segreta consorte (soprano)

Warney, scudiero del conte (baritono – nella prima versione)

Lambourne (basso)

Fanny (mezzosoprano)

cavalieri, dame, domestici, guardie, soldati, popolo (coro)

Luogo: Inghilterra al Castello di Kenilworth

Epoca: Durante il regno di Elisabetta I

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 6 luglio 1829

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