La voce del romanticismo vista da Salvatore Margarone e Mara Paci

Di Federico Scatamburlo

Un recital elegante quello di domenica 7 gennaio 2018,  presso l’Oratorio di S. Cecilia per il S. Giacomo Festival di Bologna.

Il duo Mara Paci (soprano) e Salvatore Margarone (pianoforte), ha eseguito un programma complesso, esaltando il Romanticismo musicale iniziando con dei Lieder di F. Liszt, R. Wagner, P. I. Čajkovskij e R. Strauss, per proseguire, nella seconda parte del recital, con un repertorio tutto italiano che partiva con due liriche da camera di  G. Verdi e tre di F.P. Tosti, proseguendo con altrettanti compositori dell’opera lirica per eccellenza: A. Ponchielli e F.  Cilea, concludendo con l’ Aida di G. Verdi.

Salvatore Margarone, che ricordiamo è anche scrittore, musicologo e giornalista, ha introdotto con una breve ma efficace presentazione, molto gradita dal pubblico, i brani della prima parte del recital, dove gli artisti si sono impegnati in un repertorio liederistico, oggi ormai raro, specie in Italia, che ha riportato alla luce delle pagine musicali di straordinaria bellezza.

Un viaggio che ha portato gli uditori dalla Germania all’Ungheria, dalla Russia all’Italia, attraversando così l’Ottocento europeo, legato da quel sentimentalismo di cui sono imperniate le musiche che abbiamo ascoltato.

Il soprano ferrarese Mara Paci era a suo agio nella vocalità dei brani: bello il colore vocale e potente la voce, ricca di armonici che hanno inondato l’intera sala. Molto interessante l’interpretazione di Pace mio dio, dalla “Forza del Destino” di G. Verdi, in cui ha sfoggiato l’estensione notevole della sua voce e regalato al pubblico emozioni sfociate in un lungo e fragoroso applauso finale.

Molto elegante il pianista, Salvatore Margarone, con un tocco squillante e profondo, sicuro in tutte le sfumature necessarie, che si è distinto per la passione che metteva in ogni singolo suono che produceva al pianoforte. Non è stato il solito pianista accompagnatore, che si limita a suonare una riduzione per pianoforte dall’orchestra, ma ha ricreato invece le sonorità insite della partitura con variegate sfumature timbriche, rievocando così gli strumenti orchestrali, seguendo perfettamente il canto e  i fiati necessari, senza lasciare nulla al caso e respirando con la cantante.

Ulteriore sorpresa la sua esecuzione da solista della Polacca op. 26 n.1, dove ha sfoggiato padronanza tecnica e passione in uno Chopin personale ma non scontato.

Per ascoltare il brano, cliccate sull’immagine.

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Abbiamo incontrato gli artisti dopo il recital ed abbiamo fatto loro alcune domande a cui hanno volentieri risposto. Le proponiamo di seguito:

Mara, le sue impressioni a concerto appena terminato?
Serata magica! Si, ero molto rilassata e mi sentivo a mio agio. Questo è molto importante quando si canta in pubblico; il canto non è cosa semplice, è un’alchimia che nasce dentro di noi, uno strumento che non possiamo vedere né toccare, quindi è complesso spiegare in poche parole quello che proviamo. Poi con un pianista come Salvatore Margarone, non si può non stare tranquilli! (ride).
Studio con lui da un paio di anni, e devo dire che la mia voce sta cambiando: è più pulita, faccio meno fatica in alcune cose ed affronto meglio i vari repertori che mi propone. Mi fa studiare molta liederistica, cosa che prima di conoscerlo guardavo solo a distanza, invece con lui mi è tutto semplice, ed oggi in ogni recital che proponiamo mettiamo sempre qualche Lied.

Salvatore, stasera ci hai sorpreso con una esecuzione fuori programma; ci racconti un pò?
Beh, in genere non suono da solista, ma questa volta ho voluto suonare un brano per il pubblico, e a questa Polacca di Chopin sono molto affezionato, mi ricorda gli anni di studio, i concorsi, ecc…Certo, inserita in un programma come quello di questa sera ha trovato la sua giusta collocazione, un excursus dell’ottocento, il Romanticismo, quindi ho pensato, quale miglior compositore romantico, se non Chopin, si poteva proporre?

I tuoi prossimi impegni?
Sono diversi, adesso un periodo pausa, poi riprendo lo studio per un incisione dei Lieder di R. Strauss per la Da Vinci Classic di Osaka (Giappone); nei prossimi mesi dei concerti, e poi non voglio svelare altro… (ride) sarà una sorpresa!

Grazie per il tempo che ci avete regalato ed ancora complimenti per la splendida serata.

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MASTERCLASS DEL M° RENATO BRUSON

Dal 28 Gennaio 2018 al 06 Febbraio 2018

Scadenza iscrizioni:24 Gennaio 2018 

docente:M° RENATO BRUSON

Nella terra di Verdi, Busseto,i cantanti lirici ora hanno una grande opportunità: quella di studiare e perfezionarsi in interpretazione e canto lirico con il grande Maestro Renato BRUSON, docente dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano. Gli allievi potranno beneficiare dei suoi preziosi insegnamenti ed entrare in contatto con il M° Bruson in modo costante durante i dieci giorni della masterclass. Maestro accompagnatore e ripasso spartito: il M° Roberto BARRALI. 

Le lezioni sono aperte a tutto il gruppo, dalle ore 10.30 alle ore 18.30 (con pausa pranzo) e si terranno all’Accademia Bruson, Villa Pallavicino (Busseto). Per gli allievi sarà previsto a fine masterclass un concerto al Teatro Verdi di Busseto.

E’ possibile chiedere informazioni e scheda di iscrizione a:segreteria@accademiabruson.com
Informazioni: 
Tel: 393 0935075
Email:segreteria@accademiabruson.com

Sito web: http://www.accademiabruson.com

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Tchaikowsky , Lo Schiaccianoci E …

Recensione di Isabella Rossiello

Gli stracci; si, i ballerini la cui preparazione e bravura è innegabile, erano vestiti in modo poco consono ad una meravigliosa favola di Natale, un classico in moltissimi teatri del mondo compreso il teatro Bonci di Cesena.

Ideazione e coreografia di Massimiliano Volpini, scene e costumi Erika Carretta,assistente alla coreografia Viola Vicini, Light Designer Emanuela De Maria la Produzione è del Balletto di Roma.

La nota Press riporta il concetto e l’interpretazione con cui Massimiliano Volpini ha voluto connotare il suo lavoro: “ una lucida ed insieme poetica riflessione … che stimola lo spettatore ad osservare la fiaba da più punti di vista”

Foto di Isabella Rossiello

Intento nobile ma non pervenuto, non capisco la rilettura e l’interpretazione in generale del pensiero di altri, posso capire l’interpretazione dell’Arte Moderna, spesso ostica ma un Caravaggio, rimane tale nei secoli.

La ricca casa borghese diventa una specie di ghetto per senzatetto, un’atmosfera alla Mad Max, un futuro post industriale, bidoni e carrelli della spesa, qualcuno nel mio palco definisce lo spettacolo giocoso, certo lo Schiaccianoci lo è, ma qui risulta ridicolo.

Spariscono i classici elementi, i giocattoli, e diventa il tutto un potpourri di impermeabili rossi e abiti che ricordano  lo steam punk.

La storia è tratta dal libro di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, ritenuto però troppo cruento e riscritto da Alexandre Dumas: durante la vigilia di Natale, il signor Stahlbaum, in Germania, indice una festa per i suoi amici e per i loro piccoli figli che in attesa dei regali  danzano gioiosi.

Arriva il signor Drosselmeyer, lo zio di Clara e Fritz, che porta regali a tutti i bambini, intrattenendoli con giochi di prestigio, nonostante all’inizio incuta paura ai bambini.

Alla sua nipote prediletta, Clara, regala uno schiaccianoci a forma di soldatino che Fritz, il fratello della bambina, rompe per dispetto, Drosselmeyer lo ripara.

Lo Schiaccianoci, 1892

Arrivano alla festa anche gli altri parenti e amici, Clara, stanca per le danze della serata, dopo che gli invitati sono andati via, si addormenta sul letto e inizia a sognare.

È mezzanotte, e tutto intorno a lei inizia a crescere: la sala, l’albero di Natale, i giocattoli, c’è  invece una miriade di topi che cerca di rubarle lo schiaccianoci.

Clara tenta di cacciarli,  il suo giocattolo prediletto, lo Schiaccianoci, si anima e partecipa alla battaglia con i soldatini di Fritz: alla fine, rimangono lui e il Re Topo, che lo mette in difficoltà. Clara, per salvare il suo Schiaccianoci, prende la sua scarpetta e la lancia addosso al Re Topo, distraendolo,  lo Schiaccianoci lo colpisce uccidendolo e si trasforma in un Principe ed entrano insieme in una foresta innevata.

L’Atto si chiude con uno splendido Valzer dei fiocchi di neve.

Il Valzer dei fiocchi di neve in una interpretazione classica del balletto “Lo Schiaccianoci”

 Atto secondo: I due giovani entrano nel Regno dei Dolci, dove al Palazzo Reale li riceve la Fata Confetto, che si fa raccontare dallo Schiaccianoci tutte le sue avventure e di come ha vinto la battaglia col Re Topo. Subito dopo, tutto il Palazzo si esibisce in una serie di danze che rendono famoso il balletto, culminando nel conosciutissimo Valzer dei fiori.

Danza della Fata Confetto in una interpretazione classica del balletto

Il balletto si conclude con un ultimo Valzer, una volta risvegliata, mentre si fa giorno, Clara ripensa al proprio magico sogno abbracciando il suo Schiaccianoci.

Pëtr Il’ič Čajkovskij

Mi chiedo dov’era tanta poesia … io non l’ho riconosciuta, già nel 1954 George Balanchine, coreografo e ballerino georgiano, rivisitò il balletto dividendolo in due parti: realtà e sogno; in questo spettacolo confusionario e noioso tutto è frammisto e lo spettatore poco preparato si ritrova un balletto iper moderno senza un racconto preciso e riconoscibile solo dalle fantastiche, celeberrime  musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij, spesso traslitterato CiajkovskijCiaikovski] o Tchaikovsky.

Il messaggio di Volpini: il riciclo creativo, gli stracci, i bidoni, il carrello dei supermercati,  le scatole di cartone a ricordare quando i bambini, poveri, giocavano e si divertivano con nulla o poco, l’ecologia … per carità, temi di una attualità stringente ma resa nel posto e nei modi sicuramente fuori luogo e di difficile comprensione in questo contesto.

Il teatro, il cinema, il balletto e tutte le arti devono far sognare e anche pensare: qui non c’era nessuna di queste opzioni, solo un ottimo saggio di fine anno che ha lasciato perplesso gran parte del pubblico.

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Traviata “… Questa Donna Pagata Io L’ho”

Recensione e foto di Isabella Rossiello

La frase clou della celeberrima opera verdiana, su libretto di Francesco Maria Piave, tratto da l’opera teatrale La Signora delle Camelie, scritta da Alexandre Dumas (figlio) è una delle chiavi di lettura, l’altra è “… il vostro sacrificio, io stesso gli ho svelato”.
Per chi non conosce La Traviata il plot è “semplice” siamo a Parigi, una “escort” dell’epoca, si innamora ricambiata del giovane e aitante Alfredo Germont, di buona famiglia ma non ricchissimo,Violetta Valery (la Traviata) invece è l’amante di un ricco barone.
Per amore lei rinuncia alle “ pompose feste” vendendo i suoi beni, vive in campagna con il suo amore sino a che un giorno Giorgio Germont, padre di Alfredo la prega di lasciare suo figlio, lei, essendo una donna chiacchierata impedisce il matrimonio di sua figlia “… pura si come un angelo …”.
Violetta straziata e generosa, rinuncia al suo amore e torna con il Barone, Alfredo credendola una traditrice la maledice e la segue a Parigi.
Durante una festa Alfredo chiede all’amata se è innamorata davvero del Barone, lei pur di non tradire la promessa fatta al padre Germont mente e  afferma il falso.
In un impeto d’ira lui, davanti a tutti, le getta del denaro in faccia mostrando il suo feroce  disprezzo per una “prostituta”.
Il gesto è sconvolgente e anche suo padre presente lo rimprovera aspramente, il barone lo sfida a duello.
Il terzo e ultimo atto vede Violetta, in una misera stanza, ha perso amici e averi e soprattutto è malata di tisi, il medico non le “ … accorda che poche ore” sta morendo mentre fuori a Parigi, impazza il carnevale.
Arriva Giorgio Germont per chiedere il di lei perdono e arriva anche  Alfredo che ha saputo tutto da suo padre , Violetta e Alfredo sognano insieme il grande amore e un meraviglioso, sereno futuro  ma “ …  E’ tardi … “  E’  lo straziante grido di lei che poco dopo muore.
Le lacrime per la Traviata sono sempre impossibili da trattenere, è forse il melodramma ottocentesco perfetto e non ha fatto eccezione il pubblico entusiasta del Teatro Bonci dove il Soprano Raffaella Battistini è stata una commovente Violetta, credibile, brava, appassionata e fragile eroina.
Il Tenore  Roberto Iuliano è stato un  Alfredo Germont passionale e dalla voce limpida e potente, Giulio Boschetti, Baritono dalla voce calda e possente è stato uno straordinario Giorgio Germont.
Altri interpreti : Flora Bervoix amica di Violetta, alias Sara PiolaAnnina, cameriera personale di Violetta, interpretata da Chiara Mazzei, bravissimi Paolo Gabellini,alias GastoneLorenzo Barbieri Barone Douphol,Luca Gallo Marchese D’ObliguyDaniele Biccirè il Medico.
Un grande,immenso plauso va al coro A. Galli di Rimini diretto dal Maestro Matteo Salvemini e il coro Maria Callas di Cesena diretto dal Maestro Lorenzo Lucchi, se soprano, tenore, baritono sono l’ossatura dell’opera,  il coro è la sua magnifica pelle che avvolge e coinvolge il pubblico rendendo le opere più maestose di quanto già non siano, ai tanti volti e soprattutto voci sconosciute, un grazie di cuore.
I ringraziamenti e gli applausi si estendono anche all’Orchestra Città di Ferrara diretta dal Maestro Maurizio Colasanti e al pianista collaboratore Pia Zanca, ai ragazzi delle scuole A.Frank , S.GiorgioPlauto  di Cesena ai ragazzi del Teatro Auser di Cesena, al Corpo di Ballo Tersicore Arte Scenica di Ravenna.
Le coreografie eccellenti sono di Paola Saggin come le scene di DLS Service di Reggio Emilia, le luci curate da Giorgio Lorenzetto i costumi di Maria Teresa Nanni, l’aiuto regia Luciana Berretti.
A coordinare il tutto e immagino il lavoro massacrante , o forse anche no, perché chi ama il proprio impegno, anche se non è una passeggiata è comunque affascinante e stimolante e un grazie lo si deve al regista Alberto Umbrella.
Una serata eccellente e non mi stancherò mai di scrivere che la Cultura apre i cuori e le menti e ce n’è, di questi oscuri tempi, sempre troppo poca, le tv hanno abbassato e di molto il livello culturale, i giornali chiudono e internet si riempie di frustrati haters … alle Istituzioni il dovere civile e morale di una più adeguata risposta a questo sfacelo ma non c’è più sordo di chi non vuol sentire.
Amen

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UN BALLO IN MASCHERA Apre La Stagione Al Teatro La Fenice Di Venezia.

di Salvatore Margarone

È con Un Ballo in maschera di G.Verdi che il Teatro la Fenice di Venezia inaugura la stagione lirica 2018.
Il melodramma, in tre atti su libretto di A. Somma, venne rappresentato per la prima volta a Roma al Teatro Apollo nel 1859. Nella prima stesura il libretto, ispirandosi al grand-opéra Gustave III ou Le bal masqué (libretto di Scribe e musica di Auber), metteva in scena  l’assassinio del  re di Svezia, ma la censura, prima a Napoli e dopo a Roma, intervenne a imporre delle modifiche.
Con la censura borbonica, più pesante nelle sue pretese, Verdi fu intransigente e si rifiutò di toccare il libretto, ma accondiscendendo alle richieste di quella romana, si rassegnò a spostare il luogo d’azione e l’identità dei personaggi e re Gustavo divenne così il conte Warwick, portando la storia oltreoceano. La vicenda verdiana fu infatti ambientata a Boston alla fine del XVII secolo.
Nel nuovo allestimento scenico del teatro, affidato alle sapienti mani di Massimo Cecchetto, i costumi di Carlos Tieppo e la regia di Gianmaria Aliverta, la narrazione si sposta di due secoli avanti, negli anni ottanta dell’ottocento, quindi in epoca in cui Verdi ancora era attivo e prolifico compositore; periodo in cui vi erano ancora molti focolai di razzismo. Quest’ultimo viene enfatizzato in questa produzione portando in scena alcuni elementi con chiari riferimenti che non passano inosservati.
Il palcoscenico si trasforma quindi in una Boston di fine Ottocento, dove pochi elementi scenici muovendosi e ruotando fanno da contorno ai personaggi, come la rupe nel secondo atto o l’enorme svettante testa della statua della libertà dell’ultimo atto. L’effetto scenografico risulta tuttavia alquanto scarno e a poco servono le luci create appositamente da Fabio Barettin, statiche e insufficienti a colmare desolanti vuoti scenici.
Ma vince e salva la messa in scena il cast, anche se non al cento per cento: non brilla infatti l’ Amelia di Kristin Lewis che, pur sfoggiando qualche pregevole mezza voce, manca di efficacia vocale per questo ruolo.
Un po’ rigida la Ulrica di Silvia Beltrami, a cui è ascrivibile un personaggio piuttosto anonimo, non nelle sue corde.
Brilla invece per vocalità e presenza scenica Oscar, affidato alla bellissima voce di Serena Gamberoni: sempre precisissima nell’intonazione, dimostra notevole carattere vocale, sicurezza tecnica e intelligenza artistica, interpretando un Oscar di tutto rispetto e meritandosi calorosi applausi dal pubblico.
Protagonista assoluto e  punta di diamante dello spettacolo è Francesco Meli, nei panni di Riccardo.
Ottimo in questo ruolo che gli calza a pennello, non mostra mai momenti di cedimento, sia vocale che scenico; una scintilla vocale dopo l’altra lo conferma uno dei migliori tenori del momento. Squillo, colori, agilità e molto pathos nel suo fraseggiare, disegnano un Riccardo sicuro e maturo.
Bene il resto del cast formato da Vladimir Stoyanov nei panni di RenatoSimon Lim (Samuel), William Corro’ (Silvano), Mattia Denti (Tom), Emanuele Giannino (un giudice), Dionigi D’Ostuni (un servo di Amelia).
Nulla da eccepire sulla splendida performance dell’Orchestra del Teatro La Fenice che, sotto la direzione di un magnifico Myung-Whun Chung, è  stata smagliante sin dalle prime note dell’opera.
Ottimo anche il Coro, guidato da Claudio Marino Moretti, ed i Piccoli Cantori Veneziani istruiti da Diana D’Alessio. Teatro gremitissimo (non si vedevano posti liberi neanche al loggione), che ha dispensato lunghi e calorosi applausi decretando il pieno successo dell’opera inaugurale.

Photo © Michele Crosera – Teatro La Fenice
La recensione si riferisce alla recita del 1 dicembre 2017.

 GALLERIA

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Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, La Scuola Russa Tra Romanticismo E Innovazione.

Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione.

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

sergej-vasilevic-rachmaninovUna monografia che diventerà sicuramente un prezioso libro di riferimento e consultazione per gli studenti di musica, e di piacevole lettura per gli appassionati, Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione è in realtà molto di più, offrendo al  lettore che ama scoprire i lati nascosti dei grandi personaggi storici o culturali ‘chicche’  piacevolmente sorprendenti su questo pianista-compositore che molto spesso è conosciuto, erroneamente, per la sua ombrosità. Salvatore Margarone riesce difatti a presentare un ritratto poliedrico di questo genio musicale che non può non affascinare il lettore. Lo fa senza perdere il riferimento storico musicale, necessario strumento d’informazione per i lettori del settore, e riesce a presentare interi capitoli che parlano delle creazioni musicali di Rachmninov con un linguaggio di compromesso, cioè mirato ad istruire senza però mai diventare troppo didattico o tecnico da emarginare il lettore comune, che di preparazione musicale e di conoscenza delle varie tecniche compositive ne sa poco o niente. È questo un pregio che ben pochi dimostrano in questo settore di pubblicazione, dove molto spesso il linguaggio accademico riesce a confondere anche i lettori esperti  e diventa un mattone difficile da digerire.

Rachmaninov con la figlia.

L’opera di Margarone comprende vari capitoli sulla vita e le disavventure di Rachmaninov, dalla nascita agli esordi a soli sedici anni nel 1888 fino ai grandi successi e alla morte nel 1943. In questi, l’autore intercala un ottimo capitolo sul sinfonismo in Russia tra il 1850 e il 1914 che permette di capire l’inserimento di questo compositore nella società musicale russa di quei tempi. È proprio in questi capitoli sulla sua vita che Margarone eccelle nel presentarci il “vero” Rachmaninov, genio a volte incompreso, disciplinato, romantico, preoccupato delle critiche alle sue opere al punto di non voler più comporre, assorbito alla fine dalle sue attività di pianista che faranno ridurre, per necessità, quelle di compositore; un uomo, quindi, molto più complesso e simpatico di quello che la stampa ha dipinto nel passato.

Rachmaninov

I capitoli sulle sue composizioni sono vari, ben distribuiti, istruttivi, e chiaramente esaustivi, anche se relativamente brevi. C’è anche un capitolo a titolo Rachmaninov e Skrjabin: due talenti a confronto, un’interessante storia delle loro somiglianze e differenze sia di personalità sia delle loro composizioni musicali, che di diritto apparterrebbe nella sezione sulla vita, con un piacevole aneddoto finale che mostra il perchè molto spesso Rachmaninov era considerato ombroso, e un capitolo sul nazionalismo in musica che parla delle varie scuole nazionali musicali in Russia, Norvegia, Finlandia, Cecoslovacchia, Spagna, Ungheria, Inghilterra e Italia, complementare a quello sul sinfonismo, che permette di comprendere in quale substrato musicale il genio di Rachmaninov germogliò. L’elenco delle sue opere completa l’opera.

Una monografia, quindi, ben strutturata e ricercata che otterrà indubbiamente il successo che si merita.

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Le Toccate di Bach nel nuovo cd di Pietro Soraci

Recensione di Salvatore Margarone
Il catalogo bachiano annovera sette toccate per strumento a tastiera senza pedaliera, uniche superstiti del genere, tutte del periodo giovanile di Johann Sebastian Bach. Gli studiosi sono abbastanza concordi nel considerare perduta gran parte della produzione di questi anni, parliamo dunque di una decade o poco più che va dalla fine degli studi di Bach, avvenuti a Lüneburg tra il 1699 ed il 1702, cui seguiranno i quasi cinque anni da organista ad Arnstadt, poi la breve parentesi passata a Mühlhausen nel 1707-08 ed infine il primissimo periodo di impiego come maestro di concerto ed organista a Weimar.
La datazione delle sette toccate è, come sempre avviene in questi frangenti, alquanto complessa, ma comunque è possibile inquadrarle tutte nel periodo suddetto, dal 1700 al 1710, analizzandone la struttura e stile compositivo, che in questo specifico periodo risulta ancora “arcaico” nell’uso del contrappunto e del fugato.

Pietro Soraci

Fondamentalmente, ciò che contraddistingue lo stile di questo primo Bach e che rende ben riconoscibili le sue toccate cembalistiche, ma anche alcune composizioni organistiche (come la famosa Toccata d-Moll BWV 565) ed alcune cantate da chiesa, è la totale assenza dell’influsso italiano più recente, in special modo quello vivaldiano che Bach assimilerà in misura copiosa solo a Weimar, dopo il 1711. Volendo semplificare, negli anni pre-Weimar, sembra che l’interesse maggiore di Bach sia da ricercarsi nel desiderio di trovare la migliore sintesi unificatrice tra la scuola del nord  del grande Buxtehude e quella del sud di Pachelbel. Se invece andiamo a considerare le Toccate organistiche – eccetto la già citata BWV 565 – e la maggior parte delle fantasie e preludi-fuga per organo, sono tutte pagine databili dal 1712 in poi; qui è, infatti, evidentissima la presenza di nuovi schemi di modulazione, la ricerca del Pathos, le chiare linee melodiche, le caratteristiche motorie e ritmiche, tutte cose che Bach apprende dallo studio dei concerti di Vivaldi. La tendenza si osserva in misura crescente per tutto il periodo restante di Weimar, culminando infine a Cöthen (1717-1723) e Lipsia, dove si giunge alla perfetta sintesi bachiana.

In base a considerazioni stilistiche, alcune delle sette toccate possono essere collocate verso la fase finale di questa decade che potremmo definire come gli anni della “consapevolezza” giovanile. Ad esempio, la BWV 911 e la BWV 916 presentano elementi probabilmente successivi – ossia dopo il 1705 – all’incontro di Bach con la musica del grande organista di Lubecca, Dietrich Buxtehude. Il famoso viaggio improvvisato da Arnstadt a Lübeck, avvenne negli ultimi mesi del 1705, dopo tale viaggio la musica di Bach subisce evidenti arricchimenti che in queste toccate sembrano ben visibili. Lo stesso dicasi per la Toccata in Re Maggiore BWV 912 e la Toccata in Re Minore BWV 913, dove però possiamo scorgere anche un chiaro riferimento a Kuhnau e le sue sonate bibliche. Sembrerebbe invece che la Toccata in Sol Minore BWV 915 presenti elementi più arcaici che possono addirittura farla risalire a Lüneburg o ai primi anni di Arnstadt, quindi ben prima del 1706. Un altro elemento che può aiutare a collocare temporalmente queste composizioni è la modalità di trattamento che Bach fa del contrappunto: la gigantesca fuga nella Toccata in Do minore BWV 911, suddivisa in due sezioni ciascuna conclusa da passaggi a carattere improvvisativo, dimostra quanto Bach fosse già ad uno stadio molto avanzato nella elaborazione della forma, enormemente più avanti dei suoi modelli tedeschi.

Bachhaus Eisenach – Museum der Neuen Bachgesellschaft e.V.

La seconda parte può essere considerata una seconda esposizione della stessa fuga appena svolta, cesellata su uno sviluppo più complicato. Naturalmente, manca ancora in queste fughe la scrittura concisa ed al contempo monumentale, ma variegata ed imprevedibile e soprattutto manca il perfetto equilibrio strutturale che troveremo in analoghe composizioni bachiane di Cöthen e Lipsia; tuttavia già riconosciamo nel compositore delle Toccate, futuro kapellmeister e kantor, un artista alle prese con l’incessante esplorazione armonico-tonale e la continua sperimentazione nella fusione degli stili appresi fino a quel momento.

Nel CD di Pietro Soraci, pianista di origini catanesi e docente  di pianoforte al Conservatorio di Musica G. Verdi di Milano, edito per i tipi DaVinci Classic di Osaka, emerge subito  la cura e la ricerca di ogni particolare timbrico, che in queste Toccate sono le fondamenta musicali oltre allo stile contrappuntistico non ancora delineato del maturo Bach. Ricchezza di sonorità ben calibrate ne fanno di queste esecuzioni un raro cimelio da conservare ed ascoltare con molta accuratezza.

I fraseggi eseguiti con rigore ma allo stesso tempo un ottimo gusto musicale segnano un traguardo raggiunto per questo esecutore, che non si limita a suonare delle note ma, come di rado accade, fa musica allo stato puro, regalando impagabili emozioni all’ascoltatore.

Per certi autori l’approccio avviene da piccoli, quando si inizia con i primi rudimenti e poi spesso vengono abbandonati. Soraci invece affronta questo repertorio già con maturità, che si evince chiaramente per il grande stile e l’autorevolezza delle esecuzioni. Prepotente emerge la passione che nutre per questo compositore e conseguente esito è il rivelarsi delle le sue doti musicali oltre che una solida base di tecnica pianistica molto aguzza: non cerca adeguamenti con la scrittura clavicembalistica originale, ma ne propone un’interpretazione a tratti illuminante, tra accelerazioni pungenti e dissolvenze timbriche che ne esaltano i percorsi armonici  e i cantabili di queste Toccate.

Un pezzo immancabile dunque nelle migliori discoteche.

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