Un ballo in maschera al Teatro Bonci

Recensione di Isabella Rossiello

Opera in tre atti di Giuseppe Verdi, intrighi, un “mancato” tradimento, un capriccio, la vendetta, il perdono.
Questa in estrema sintesi la trama di Un ballo in maschera.

Un’opera tratta dall’originario Le Bal Masqué di Eugene Scribe e scritto per Verdi da Antonio Somma, fu rappresentato a Roma al Teatro Apollo il 17 febbraio 1859, negli anni subì la censura borbonica e in seguito quella pontificia.
Un marito che uccide il presunto rivale è il clou dell’Opera, all’inizio era il Re di Svezia ma fu considerato oltraggioso e la storia si sposta da Stoccolma a Boston e il Re diventa Governatore.
Tra l’altro la trama è dettata da un “fatto di cronaca” come diremmo oggi, realmente accaduto: Gustavo III re di Svezia fu ferito da un uomo di corte durante un ballo in maschera e morì pochi giorni dopo.
La trama è abbastanza complicata, nel primo atto, la scena si svolge a Boston alla fine del XVII secolo, il Conte Riccardo è l’ illuminato Governatore della colonia inglese di Boston, ha un segretario creolo Renato, che gli è fedele amico ma il conte è umanamente e segretamente innamorato, corrisposto dalla di lui moglie Amelia.
C’è un gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom che vuole la morte del governatore, una maga, Ulrica invisa a molti e un giudice che chiede a Riccardo di firmarne l’ esilio, Riccardo invece travestitosi da pescatore si reca di persona dalla maga accompagnato dal paggio Oscar e altri amici , le chiede di predirgli il futuro che purtroppo si rivela infausto: tra breve il conte sarà ucciso da un amico e aggiunge che morirà dal primo che gli stringerà la mano, in quel mentre arriva Renato che ovviamente ignaro, gli stringe la mano.
Nel frattempo Amelia divisa tra l’amore e il dovere coniugale va dalla maga non sapendo che il Governatore la sta ascoltando, le chiede una pozione che le renda un po’ di pace, per questo dovrà andare a mezzanotte in un cimitero per raccogliere un’erba magica.
Nel secondo atto, nel cimitero Riccardo raggiunge Amelia e dopo un confronto serrato lui le strappa la confessione del suo amore, si amano dunque, è acclarato e fra i due è passione, interrotta dall’arrivo di Renato, sulle tracce dei congiurati, Amelia si copre il volto per non farsi riconoscere, Renato esorta l’amico a fuggire e Riccardo lo prega di scortare la donna al sicuro ma senza rivolgerle la parola!
I congiurati trovano il segretario al posto del governatore e vogliono scoprire chi è la donna velata, Renato pone mano alla spada, deciso a duellare ma Amelia per evitare uno spargimento di sangue si toglie il velo svelando la sua identità, Renato è basito e i congiurati ridono e lo scherniscono, i due tornano a casa senza dirsi una parola.
Nel terzo atto Renato affronta Amelia e le dice che l’onta va lavata nel sangue, la donna lo implora solo di vedere suo figlio, lui acconsente ma si unisce ai congiurati per uccidere il Governatore e si fa un sorteggio su chi dovrà assassinare Riccardo, la mano che deciderà la sorte sarà proprio quella di Amelia.
In quel mentre giunge Oscar con un invito al Ballo in maschera, Riccardo medita di rinunciare ad Amelia perché Renato è un amico sincero e decide di inviarli in Inghilterra, nel frattempo Oscar dà una lettera al conte che lo avvisa che al ballo la sua vita è in pericolo.
Il ballo è in atto, Renato non sa come è mascherato Riccardo ma riesce a scoprirlo mentre Amelia lo implora di fuggire, il governatore rifiuta e le rivela che presto lei e suo marito partiranno per l’Inghilterra, in quel mentre Renato pugnala a morte il conte , Oscar accusa il segretario di omicidio ma prima di morire Riccardo perdona il suo amico, lo rassicura che ha amato sua moglie ma lei gli è stata fedele e gli mostra il dispaccio con cui i due andranno in Inghilterra.
Renato è disperato e Riccardo muore.

Amelia e Riccardo nel cimitero

Questa opera è poco rappresentata per la complessità delle scene, in tre atti le scenografia cambia spesso e comunque non ha delle arie conosciute dal pubblico come invece succede in altre opere, Traviata o Aida eppure al teatro Bonci dove l’opera fu rappresentata ben 153 anni fa è stato un successo.
Un pubblico plaudente, grazie soprattutto alla fedele messa in scena con ricchi costumi di Maria Teresa Nanni, la voce sublime del soprano Raffaella Battistini ( Amelia) donna contesa da due uomini che interpreta un personaggio sì passionale ma anche insicuro e dibattuto e ne ricrea con gesti e voce ogni nuance.
Notevole anche la performance del tenore Gianni Leccese, nel ruolo di un uomo di potere, ( il Conte Governatore) estremamente umano, innamorato e che perdona il proprio omicida, con la sua gestualità e il canto a volte difficile ed articolato dal punto di vista tecnico, è riuscito ad attrarre gli applausi del pubblico ed essere estremamente convincente.
Imponente e maestoso il baritono Giulio Boschetti alias Renato (segretario ed amico del Conte) , voce chiara, potente, se fosse stato al cinema si direbbe di lui che “buca lo schermo”, grande protagonista pure il paggio Oscar in realtà una donna, Scilla Cristiano vivace, brava, voce intensa, altri interpreti sono Silvano,
( Lorenzo Barbieri), Samuel (Dante Roberto Muro) Tom (Munkiu Park).
L’Orchestra della città di Ferrara e il Direttore Lorenzo Bizzarri, i due Cori che arricchiscono sempre un’opera : il Coro San Rocco di Bologna diretto da Marialuce Monari e il Coro Maria Callas diretto da Lorenzo Lucchi, bravi e preparati i componenti de il Corpo di Ballo” Accademia 49” le scuole Anna Frank, San Giorgio e Plauto, i mimi e gli acrobati le ” Foche Rock” , l’allestimento è di Dis Service e Officina Playground, costumi di Maria Teresa Nanni, le luci di Giorgio Lorenzetto, aiuto regista Luciana Berretti e regia di Giammaria Romagnoli.
È d’obbligo nominare quelli che sono l’anima “nascosta” della messa in scena perché è un lavoro di ricerca, di abilità, di amore nei confronti di un’ arte tra le più coinvolgenti nel mondo, nell’Opera oltre a cantare si recita, le scenografie e le luci sono suggestive e suggeriscono posti, interni, albe e tramonti.
Tutto questo avvolge lo spettatore lo ingloba e ne diventa parte integrante i sentimenti di chi è sul palcoscenico diventano automaticamente dello spettatore ed è importante che chi è sulla scena trasmetta tutta la sua arte.
Essere professionisti significa essere convincenti e il pubblico ha “sentito” con il cuore il dramma intimo di Amelia, il suo struggente dilemma, l’amore proibito di Riccardo e la gelosia di Renato … tutti sentimenti umani, nostri, quotidiani, internazionali.
L’opera è tutt’altro che all’angolo, certo le problematiche ci sono ma citando un vecchio slogan e per sdrammatizzare : l’Opera è viva e lotta insieme a noi! E noi con lei, per lei.

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LEONORA GENNUSA: DALLA VITA MILITARE ALL’OPERA LIRICA

di Emanuela Campanella                 

Chi conosce per la prima volta Leonora, ha subito l’impressione che sia nata per essere un soprano lirico, un po’ per la sua bellezza raffinata ed elegante, un po’ per il suo portamento che la rende sempre in perfetta sintonia con il pubblico e tutto ciò ovviamente viene confermato dalle sue grandi doti canore. 
Nessuno penserebbe che nel suo passato ci sia un trascorso nell’Esercito, ma come è riuscita a passare dalla mimetica ai vestiti in pizzo e lustrini?

L’Idea: Chi era Leonora prima di diventare soprano? 

LEONORA GENNUSA: Leonora è sempre stata una ragazza semplice che nella sua vita ha vissuto svariate esperienze, ho fatto danza classica per 12 anni, poi crescendo ho scoperto il mondo della moda ed ho fatto la fotomodella per svariate agenzie che mi hanno portato a lavorare in tre città italiane a me molto care come Roma, Firenze e Milano. A un certo punto dopo la mia maturità  mi è  stata posta la fatidica domanda: “Cosa vuoi fare da grande? “.
Avevo solo 18 anni e quindi seguendo l’esempio di mio padre, ex primo clarinetto della banda nazionale dell’esercito italiano, pensai di arruolarmi nell’esercito, ma al contempo non abbandonai mai la musica che rappresentava la mia passione più sfrenata. Decisi di fare allo stesso tempo l’addestramento nell’esercito e la preparazione per l’ammissione in Conservatorio.
Qualche giorno dopo aver fatto l’esame di ammissione mi trovai con una risposta positiva da parte del Conservatorio e di lì a poco avrei dovuto firmare per arruolarmi in modo definitivo. Bene, a quel punto ho scelto con il cuore che mi ha portato a volare sulle ali della musica!

L’Idea: Da dove è nata la passione per la lirica?
LEONORA GENNUSA: La mia passione per la lirica diviene da una quantità enorme di emozioni che l’opera mi ha sempre dato. Mamma fin da quando ero in pancia mi faceva ascoltare musica classica ed anche il mio nome “Leonora” diviene da un amore viscerale di papà verso due grandi compositori: Giuseppe Verdi e Beethoven. Nella mia famiglia ci siamo sempre circondati di artisti e musicisti, per esempio mio padre in questo momento sta lavorando per aprire svariati collegamenti tra le scuole siciliane e i Teatri più importanti che si trovano nella nostra amata Sicilia. Numerosi ad oggi sono gli incontri che vengono fatti, grazie a progetti accuratamente pensati per i ragazzi, con il Teatro Massimo di Palermo.

L’Idea: La disciplina che hai avuto durante il tuo periodo militare, ti serve nel mondo della lirica?
LEONORA GENNUSA: La disciplina e la costanza fanno parte del mio carattere, ovviamente le esperienze come frequentare un collegio nel periodo delle superiori e poi l’esercito hanno accentuato tutto questo. Credo che sia un aspetto necessario per chi voglia fare il nostro lavoro. Per cantare ci vuole passione, umiltà, costanza nello studio e soprattutto molta testardaggine e caparbietà. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto in tutte le mie esperienze e per me sono fonte di forza e di esempio di vita.

L’Idea: Tre pregi e tre difetti di Leonora…
LEONORA GENNUSA: Tre pregi: Umile, Altruista e Forte. Tre difetti: Orgogliosa, Testarda, Altruista

L’Idea: C’è un ruolo che ancora non hai affrontato, ma che vorresti debuttare?
LEONORA GENNUSA: Una delle ultime cose che sto studiando per i miei prossimi impegni è Liù dalla Turandot di Giacomo Puccini, questo ruolo mi commuove, la forza di questa donna e l’amore che nutre dentro di sé per il suo uomo fino a compiere il gesto estremo di darsi la morte da sola; scuote l’intera scena e mi affascina immensamente.

 L’Idea: Hai un gesto scaramantico prima di entrare in scena?
LEONORA GENNUSA: Prima di entrare in scena faccio box, mi aiuta ad isolarmi dal mondo ad aumentare la concentrazione e soprattutto mi scarica, dandomi la tranquillità di cui ho bisogno. In questo modo posso entrare in modo più sereno nel mondo dei miei personaggi accogliendo dentro di me il mood di ognuno di loro.

L’Idea: Come ti vedi tra dieci anni?
LEONORA GENNUSA: Non amo guardare troppo al futuro, solo quanto basta per organizzare la mia vita, preferisco vivere nel presente con la consapevolezza di ciò che è stato il mio passato, seppur breve visto la mia giovane età. La vita mi ha messo molte volte davanti a fatti compiuti, dai quali mi sono dovuta rialzare ed ho ricominciato a lottare perché la vita è il dono più bello che abbiamo e un giorno senza sorriso è un giorno perso. La musica mi ha sempre dato la forza di superare tutto.

L’Idea: Finisci la frase: per te la musica è…
LEONORA GENNUSA: La musica trasmette a ciascuno significati diversi e a volte può comunicare cose diverse in momenti diversi ad una stessa persona. La musica non è fatta solo da note corrette, ma di passione, dedizione, intenzione travolgente.

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I Giovani Prodigi Musicali Italiani Suonano al Carnegie Hall e New York S’innamora di Loro…

Articolo di Tiziano Thomas Dossena

La sala del Carnegie Hall, rispettata in tutto il mondo per la qualità della musica che ospita, ha offerto al pubblico Nuovayorchese una  vera e propria “chicca” italiana, un gruppo di giovani talenti vincitori (primi e secondi premi) del Concorso “Crescendo International Competitions. Assieme a loro, altri vincitori di varie categorie e sezioni di questo concorso, ma i nostri prodigi musicali italiani hanno certamente lasciato un’impronta considerevole nel corso della serata.

Il concorso internazionale “Crescendo” per giovani musicisti ha lo scopo di contribuire alla conservazione dello spazio culturale comune tra gli Stati Uniti, l’Italia e la Federazione Russa e allo sviluppo della creatività giovanile sia in Italia che in Russia. Lo scopo principale del Concorso è la ricerca di musicisti di talento, l’ampliamento dei contatti e la possibilità di scambio dei successi creativi tra la Russia, l’Italia e gli altri paesi. Il Concorso serve per contribuire allo sviluppo delle formazioni cameristiche infantili e giovanili e anche a dare ai bambini la possibilità di avere una comunicazione creativa e di conoscere gli esempi della cultura e dell’arte nazionale dei vari Paesi.
La commissione internazionale del Concorso è composta dai rappresentanti di festival e di concorsi infantili e giovanili russi, da professori, da insegnanti del Conservatorio di San Pietroburgo e da professori del Conservatorio di Padova.

Il Concorso è stato fondato dall’associazione senza scopo di lucro “Association of Crescendo Competition” nell’anno 1996. Fino all’anno 2005 il concorso si svolgeva nel territorio degli Stati Uniti. Oggi partecipano i rappresentanti di più di 20 Paesi. Il concorso è aperto alle formazioni cameristiche e ai solisti, dai 5 ai 22 anni.

1. Prima categoria infantile: 5- 8 anni
2. Seconda categoria infantile: 9-12 anni
3. Categoria junior:13-16 anni
4. Categoria giovanile:17-21 anni

Le sezioni di questo concorso sono state:
1.1. Pianoforte (solisti e duo, fino a 4 persone);
1.2. Strumenti ad arco e a pizzico, come chitarra, arpa, violino ed ecc.; (solisti e le formazioni cameristiche fino a 6 persone)
1.3. Canto da solista e in duo;
1.4. Strumenti a fiato e strumenti popolari (solisti e le formazioni cameristiche fino a 6 persone).

Direttore del Concorso in Italia è la professoressa Eugenia Nalivkina, Docente del Conservatorio di Padova.  La professoressa Nalivkina, pianista russa diplomatasi al Conservatorio di San Pietroburgo,  ha accompagnato i ragazzi fisicamente a New York, organizzando anche il viaggio, ma li ha accompagnati anche sul palco, al pianoforte (per le violiniste e per le esibizioni  dell’ottavino, del trombone, della tromba e del flauto).

Solo i vincitori del primo e del secondo premio sono stati invitati ad esibirsi nella sala di Carnegie Hall, quindi essere qui a New York è stato un onore ed un privilegio ben guadagnato per questi giovani musicisti.  Un grosso applauso, quindi, da parte della comunità italiana in America ed un invito a ritornare ancora, magari con una serie di concerti…

 

I vincitori del concorso con i loro genitori e l’organizzatrice davanti al Metropolitan Opera.

In primo piano a sinistra, Arianna Castellani, pianista, 8 anni.
A destra, Sara Castellano, che ha suonato con il fratello Eduardo.
Dietro- i due fratelli NeseCristian, ottavino, I° premio, a sinistra, e Massimiliano, trombone, a destra.

Le violiniste dopo l’esecuzione sul palco.
Partendo dalla destra: Giulia ScudellerGibboni DonatellaIlaria MarvillyAnnelie Ingrosso, Chiara Volpato Redi, Elisa Scudeller

Breve intervista ai partecipanti al concorso.

Abbiamo posto delle domande a questi giovani musicisti riguardo la loro esperienza americana: Che sensazione ti ha dato qualificarti in un concorso di questo livello e poi addirittura fare una performance a Carnegie Hall? Come vi ha accolto il pubblico americano a Carnegie Hall? Qual è stata, a parte Carnegie Hall, l’esperienza piu` eccitante di questo viaggio a New York?

Ecco le risposte dateci da loro:

Arianna Castellani

 

Arianna Castellani, pianista, 8 anni:
Per me questa esperienza è stata bellissima, soprattutto la possibilità che mi è stata data, quella di suonare nella sala più prestigiosa al mondo.   Posso dire che l’accoglienza a New York è stata molto piacevole.  A parte il concerto a Carnegie Hall, fenomenale, la cosa che m ha fatto divertire è stato il Museo di Storia Naturale!

Duo Castellano

Duo Castellano (Sara ed Eduardo Castellano), duo pianistico a quattro mani:
Per noi è stato un giorno indimenticabile, è da 10 anni che suoniamo in duo a quattro mani e dopo tantissimi concorsi vinti e concerti, andare a New York suonando alla Carnegie Hall è stato fantastico, un giorno che non dimenticheremo più. Un grazie a chi a reso possibile questa esperienza e alla nostra Maestra Lorella Ruffin.
Il pubblico ci ha accolti benissimo, abbiamo suonato per ultimi in chiusura del concerto, ed è difficile chiudere il concerto perché il pubblico si aspetta qualcosa di più. È stato un caso, ma a metà pezzo in una pausa lunga sentire l’applauso che poi si fermava perché stavamo continuando il pezzo di Debussy, ci ha dato una carica incredibile. Volevamo trasmettere la nostra gioia ed emozionare, pensiamo di esserci riusciti.
Visitare la Juilliard, bellissimo, ha rinvigorito la nostra fiamma e ci ha dato una carica pazzesca per continuare sulla strada che abbiamo intrapreso, ricca di gioie ma anche di grandi sacrifici. Chissà, un giorno… America, aspettaci!!

Donatella Gibboni

Donatella Gibboni, violino:

Per me qualificarmi al Concorso è stata un’emozione, soprattutto c’era in palio la possibilità si esibirsi alla.Carnegie Hall di New York.  È una delle sale più importanti e prestigiose, quindi la soddisfazione è stata enorme.
Il pubblico è stato caloroso. Tra l’altro c’erano presenti dei miei cugini che vivono a Baltimora e due miei amici musicisti che si sono trasferiti lì a N.Y. avvertivo sia la responsabilità sia la felicità per la loro presenza.
Tutto il viaggio è stato eccitante, soprattutto la visita e la lezione alla Julliard School, tempio della musica…

Ilaria Marvilly

Ilaria Marvilly

Ilaria Marvilly, violino:
Quando ho saputo che ero stata selezionata per il concorso ricordo ancora di aver telefonato quasi in lacrime a tutti i miei amici che mi hanno sempre supportato nella mia carriera. Il duro lavoro era stato ripagato e solo l’idea di poter suonare in una delle sale più belle del mondo mi ha dato una emozione indicibile.
Il pubblico americano è stato incredibile e calorosissimo. Nonostante la competizione si respirava in tutta la sala concerto e tra il pubblico la gioia e la positività che solo la musica può dare.
New York è un sogno e alla Juilliard School of music ho lasciato davvero un pezzo di cuore. Poter camminare tra i corridoi e respirare la stessa aria dei più talentuosi musicisti al mondo mi ha riempito di speranze e nuovi obiettivi. New York è la città dove i sogni davvero si realizzano e credo veramente che chi riesce a farcela li può solo avere il mondo ai suoi piedi.

Carolina Peserico

Carolina Peserico

Carolina Peserico, flauto:
Non mi sarei mai aspettata di poter avere l’opportunità e l’onore di suonare in un teatro così rinomato e ambito come Carnegie Hall. Esibirsi in un ambiente tanto internazionale, multiculturale e al “centro del mondo” è stata un’emozione unica e indimenticabile.
Il pubblico americano è stato senza dubbio molto amichevole e affettuoso. Abbiamo dato il meglio di noi stessi e siamo riusciti a distinguerci tanto che alla fine del concerto abbiamo ricevuto da diverse persone americane molti complimenti. Questo ci ha resi ancora più felici.
Un’altra esperienza molto emozionante è stata la visita alla scuola di musica “Juilliard”. Abbiamo avuto l’opportunità di vedere da vicino le attenzioni che l’America riserva a questo tema, visitando una delle scuole più famose, prestigiose e ambite al mondo.

Davide Scarabottolo

Davide Scarabattolo

Davide Scarabottolo, pianista:
Per me aver avuto l’opportunità di qualificarmi tra i vincitori e di suonare in una sala così prestigiosa è stato magnifico.  Non ero mai stato a New York prima e sicuramente andare fino a lì per fare musica è un’esperienza che mi ha cambiato e che rimarrà per sempre nella mia vita.
Il pubblico che era presente in sala è stato molto accogliente, molto più di quello che mi aspettavo! Potevo sentire anche durante la mia esecuzione che gli uditori erano attenti e partecipi sulla musica che ascoltavano. Questo è fondamentale poiché durante una performance deve crearsi una sorta di empatia tra artista e pubblico, che permette alla musica di raggiungere nel profondo l’ascoltatore.
A conferma di questo legame che si è stabilito ci sono stati i fragorosi applausi al termine dell’esecuzione.
Un’esperienza molto gradita che ho avuto modo di vivere nella Grande Mela è stata la visita alla Juilliard School e alla Manhattan School of Music. Poter visitare scuole di questo calibro mi ha permesso di conoscere più a fondo come sono organizzate e come studiano i musicisti lì.

Duo Scudeller

Elisa Scudeller

Elisa Scudeller, violino:
[Elisa, dopo il Master Class, è stata invitata, unica tra tutti, a sostenere gli esami per entrare alla Jiulliard.  Elisa, che si è esibita da sola ed ha vinto il primo premio, ha suonato anche con la sorella (Duo Scudeller), vincendo con lei un altro primo premio.]
È stata un’esperienza toccante e molto significativa, che mi ha dato un’immensa gioia appena ho messo piede sul palco. È stato un onore suonare in un posto così prestigioso e ricco di storia musicale!Ho sentito il pubblico molto coinvolto e concentrato nell’ascolto e ciò mi ha dato molta fiducia e coraggio.
Ho visitato parecchie attrazioni della metropoli, tutte quante mi hanno trasmesso sensazioni differenti: dalla potenza dell’Empire State Building alla magnificenza della Statua della Libertà, ma ciò che mi ha emozionata più di tutto è stato il quartiere di Greenwich Village, la magia di quel posto mi ha trasportata in un altro mondo!

Giulia Scudeller

Giulia Scudeller (sorella maggiore di Elisa), violino:
È stata un’esperienza indimenticabile che porterò sempre con me ed una soddisfazione unica poter suonare nello stesso palco dove si sono esibiti i più grandi musicisti al mondo.
Il pubblico ci ha accolto molto positivamente; abbiamo ricevuto molti complimenti per il nostro affiatamento e la nostra sincronia, e la giuria è stata concorde, riconfermandoci il primo premio come duo.
Sicuramente l’esperienza più emozionante avuta a New York è stato vedere dal vivo una messa Gospel: l’energia, la forza che i fedeli trasmettevano era reale, tangibile e mi ha toccato nel profondo.

 

Chiara Volpato Redi

Chiara Volpato Redi, violino:
È sempre emozionante partecipare a concorsi prestigiosi, ma questa volta lo scenario americano ha reso tutto più magico ed incredibile.
Credo che il pubblico americano sia stato entusiasta di poter apprezzare la musicalità ed espressività di noi italiani.
La parte più emozionante del viaggio è stato il tragitto in pullman dall’aeroporto all’hotel: ero scioccata dai milioni di luci e colori di New York.

 

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PATRIZIA PATELMO: L’URAGANO BLU

Intervista di Emanuela Campanella

In questa intervista abbiamo l’opportunità di conoscere Patrizia Patelmo non solo come artista ma come mamma e come donna. Una persona completa e creativa, sempre in movimento proprio come un uragano blu.
Blu per il suo attuale colore della chioma che la distingue dalle solite acconciature e dona con essa, tutta la sua vivacità.

OperaAmorMio: Patrizia Patelmo: mezzosoprano, mamma, moglie, insegnante e…?
Patrizia Patelmo: E chi più ne ha più ne metta… Pittrice, restauratrice, progettatrice d’interni, poetessa, scrittrice, stilista e pianista. Per farla breve una donna creativa, un vulcano…o forse come mi definì tempo fa un mio allievo: L’Uragano Patelmo!

OperaAmorMio: Chi la conosce sa che sfoggia abitualmente una fantastica chioma blu, un look abbastanza insolito per una cantante lirica…
Patrizia Patelmo: È vero, la chioma blu ingannatrice! Ogni volta che dico che sono una cantante tutti subito pensano ad una rocker. In realtà il mio stile è unico: un po’ perché credo che ciascuno lo sia e un po’ perché disegno e spesso realizzo i miei abiti utilizzando sempre tanti colori, tessuti e filati differenti, con un pizzico di stravaganza.
Dico chi sono attraverso gli abiti e soprattutto attraverso i colori, proprio come nel canto: tanti “colori”, tante sfumature, tante intenzioni, altrimenti tutto sarebbe piatto…e grigio!

OperaAmorMio: Nel corso della sua carriera ha avuto modo di visitare parecchie parti del mondo, ma qual è il luogo che le è rimasto di più nel cuore?
Patrizia Patelmo: Il cuore va subito a Bregenz, all’emozione che si prova cantando dentro al lago mentre il sole tramonta e davanti a te ci sono 7000 persone e ti senti piccolo e grande nello stesso momento,  ti senti parte di un tutto perché sei dentro alla natura, ma mi lasci citare anche Miami con le sue spiagge, il calore penetrante del sole, il vento, le palme, i pub raffinatissimi, l’atmosfera da sogno, ed una città così poco americana senza grandi Mall, sempre in fermento…

OperaAmorMio: Che cosa non può mancare nella sua valigia?
Patrizia Patelmo: Spartiti e candele! Spartiti perché provenendo dallo strumento non riesco a non guardare la musica tra un atto e l’altro, candele perché non vado a dormire senza prima aver acceso una candela esprimendo un desiderio.

OperaAmorMio: A chi si ispira quando canta?
Patrizia Patelmo: Non voglio essere presuntuosa ma m’ispiro a me stessa, nel senso che non ho un artista di riferimento! C’è chi mi piace per una caratteristica chi per un’altra, ma in ogni caso cerco di comunicare l’anima di Patrizia, di “pescare” nel vissuto, nelle pieghe più recondite del cuore per farne dono al pubblico che mi ascolta.
Cantare, per me, è comunicare da cuore a cuore! Quando mi dicono che canto col cuore mi fanno felice. Certamente senza tecnica è impossibile avere una tavolozza piena di “colori” e sfumature, ma senza anima lo è ugualmente…diciamo che è un gioco di squadra!

OperaAmorMio: Ci può svelare un suo sogno chiuso nel cassetto?
Patrizia Patelmo: Uno è sempre troppo poco per una come me che non si accontenta mai.
Rientrare nel grande circuito disegnando anche i costumi delle opere che canto e aprire una Accademia ispirata a “Saranno Famosi” con teatro annesso dove si vive e si respira l’Arte.

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Concorso Lirico Internazionale Santa Gianna Beretta Molla

Tutti i finalisti ammessi al Concerto del 13 Maggio 2018 riceveranno un diploma d’onore.

Saranno assegnati i seguenti premi:

– Primo Premio: Euro 1500,00;

– Secondo Premio: Euro 750,00;

– Terzo Premio: Euro 350,00;

– Premio per la migliore esecuzione di un brano sacro o religioso: Euro 350,00;

Saranno messi a Concorso i seguenti RUOLI OPERISTICI (retribuiti) per la realizzazione dell’Opera Rigoletto di G.Verdi:

Rigoletto (baritono)

Gilda (soprano)

Duca di Mantova (tenore)

Sparafucile (basso)

Il Conte di Monterone (basso/baritono).

Per scaricare il Bando in italiano o in inglese: https://www.associazionegiuseppeverdi.com/concorso/concorso-2018/

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Dai Grammy A Sanremo; Conversazione A New York Con Il Maestro Gabriele Ciampi

Un periodo d’oro per il compositore romano Gabriele Ciampi, apprezzato dai grandi della Terra: ha suonato per gli Obama alla Casa Bianca, su invito della ex First Lady, ha incontrato Papa Francesco ed è stato l’unico a rappresentare l’Italia nella giuria dei prestigiosi Grammy Awards 2018. Uno dei premi piú importanti degli USA, riconoscimento che ogni anno incorona i protagonisti del setttore musicale, è generalmente considerato come gli “Oscar della Musica”. La cerimonia si è svolta il 28 gennaio 2018 al Madison Square Garden di New York. Il Maestro Gabriele Ciampi ci ha incontrato a New York nella sala del suo Hotel il giorno dopo della manifestazione dei Grammy Award. Riportiamo (in ritardo, per ragioni tecniche) parte della lunga conversazione avvenuta tra il nostro direttore editoriale ed il simpatico compositore romano.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

L’Idea: Buona sera, Maestro. (Sorrido) Mi scusi ma non ero preparato ad incontrare un compositore. Credevo Lei fosse un conduttore d’orchestra, ma  ricercando il suo nome ho scoperto ben altro. Quindi, Lei dirige orchestre ma è un  compositore?
Ciampi: (Sorridendo a sua volta) Sono un compositore contemporaneo; ho un’orchestra di 40 elementi più chitarre e percussioni che danno un tocco un poco più moderno; per intenderci, qualcosa di cinematografico, ovviamente con base classica, perché io vengo dal conservatorio, quindi la base classica c’è. Ho anche collaborato con orchestre sinfoniche…  E ultimamente sono stato anche invitato dalla Recording Academy a fare parte della giuria; oltre a ciò sono anche un membro della Recording Academy, quindi come membro posso sottoporre la mia musica in futuro quando ho qualche altro album e posso votare.

L’Idea: Dunque Lei ha fatto parte della giuria dei Grammy Award. Potrebbe dirci come funziona l’assegnamento dei premi?
Ciampi: Allora, il Grammy lo considero intanto un concorso per emergenti perché non è legato alle vendite, alla discografia o alla popolarità  dell’artista, ma è legato proprio alla qualità della musica, per cui si può avere un artista sconosciuto che è in competizione con Bruno Mars, che ha vinto quasi tutto. Questo perché la Recording Academy riceve ogni anno ventimila titoli. Ci sono 350  esperti della Recording Academy che fanno una prima scrematura. Individuano dieci brani per ogni categoria, poi mandano ai voting members della RC, che sono musicisti, compositori, autori, che scelgono tra questi brani le nomination. Si fa la prima votazione, quella che è chiamata il first round  ballot. Fatto questo, la Recording Academy sceglie un sorta di commissione artistica di un centinaio di persone da varie parti del mondo, tutti appartenenti alla musica, non ci sono giornalisti o discografici, ma pianisti, autori, compositori, eccetera, e ci viene chiesto di fare una selezione e votare per i brani che hanno ricevuto le nomination. Dopo di che, il risultato di queste votazioni si sa la sera degli Award. Un processo a tre steps, quindi. Quando vedete i risultati in televisione, non dovete pensare che la giuria abbia deciso solo poche ore prima, perché i voti erano già stati consegnati una settimana prima.

Tiziano Thomas Dossena e Gabriele Ciampi (Foto di Nicoletta Mita Dossena)

L’Idea: È difficile per un classicista, cioè chi opera, compone e vive nel mondo della musica classica, giudicare la musica pop o RAP?
Ciampi: Dunque, partiamo dal fatto che la musica classica è la musica popolare di cento anni fa, quindi questo concetto di musicalità lo abbiamo dato noi, non era come lo pensiamo noi oggi; non vedo grandi differenze tra la musica pop e la musica classica. Detto questo  il nostro è un parere tecnico sulla partitura, per cui a me arriva il foglio con lo spartito, guardo quello che c’è scritto… nel caso di Bruno Mars, per esempio, io ho esaminato la canzone 24K, è una canzone che è stata scritta al pianoforte, quindi ha delle armonie interessanti; io quello che giudico in realtà è la parte armonica del brano, non mi interessa l’arrangiamento. Ecco che ritorniamo al concetto pop in contrasto al classico: ci può essere innovazione in un pezzo pop mentre ci può essere noia in uno classico, dipende sempre in quello che uno scrive. Per cui la musica è tutta quanta sullo stesso piano…

L’Idea: Come mai non ci sono nomi italiani nell’elenco dei nominati al Grammy?
Ciampi: Il discorso dell’Italia è una vecchia questione. Per primo, la lingua. La lingua italiana non è considerata una lingua musicale, per cui, purtroppo, a parte l’opera, l’italiano essendo considerata una lingua adatta al classico… È un errore… pero, sicuramente l’inglese è una lingua molto più musicale. Se deve scrivere una canzone, l’inglese scorre più facilmente ed agevola il lavoro di composizione. Certo, quando ho dovuto scrivere un’opera per gli esami di composizione, il testo italiano era perfetto, ma se dovessi scrivere un’opera, usare un testo inglese mi renderebbe il lavoro più semplice, perché l’inglese ha parole che sono brevi e seguono molto il suono; l’italiano, un po’ per gli accenti, per la lunghezza delle parole, le sillabe, è molto tecnico, quindi sono d’accordo con loro che la musica italiana è difficile da capire.
Mentre una bella melodia inglese arriva  a tutti, una melodia in italiano, anche se scritta con passione, è difficile, non avrà mai lo stesso impatto. Questo è il primo problema. Il secondo è che, finché la musica italiana non ritorna ad essere originale, non è in grado di competere ai Grammy, perché si è persa l’identità, perché c’è una tendenza un po’ a ricalcare il successo americano, allora, se per esempio esce un brano pop, basato sulla esperienza americana, gli italiani cantano e pensano che sia musica italiana,ma non lo è, in realtà. Sono tutti così gli ultimi album…
Allora, nel momento in cui tu segui una tendenza, ma non fai tendenza, perché la Recording Academy dovrebbe scegliere una canzone italiana? Paradossalmente, se ci fosse una canzone alla Modugno, sarebbe lì, perché la tradizione italiana viene da lì. Finito lui, finito il periodo anni 60-70, è finito tutto. Quindi oggi, sul mercato discografico italiano ci sono quasi solo artisti che ricalcano quello americano, quindi non è musica originale.

L’Idea: Lei pensa che tornare ad una giuria professionale e non popolare migliorerebbe la qualità delle scelte al Festival di Sanremo?
Ciampi: Penso che avremo una rivoluzione importante con Baglioni, perché ha tolto l’eliminazione, ha dato più importanza agli autori, quindi grandi novità… Se si riuscisse a cambiare leggermente il sistema della giuria, certamente ci sarebbe un aumento della qualità…il voto popolare è un po’ una caratteristica di Sanremo, è importante, però allo stesso tempo il voto popolare è influenzato dalla presenza di un artista in televisione, quindi ci vorrebbe un cambiamento della giuria di qualità, cioè la giuria di qualità dovrebbe pesare un po’ di più nel Festival di Sanremo. Quindi ben venga la giuria popolare, però quella di qualità valga un 40% invece del 20% per avere un bilanciamento tra il voto demoscopico e popolare e quello della giuria di qualità. Il momento che si ha questo tutto migliora. Quindi, nella giuria di qualità sarebbe bello vedere soltanto musicisti, perché il giornalista, il regista non ha la competenza tecnica per giudicare. Allora la giuria popolare e quella di qualità assieme darebbero altri frutti. Già siamo, ad ogni modo, in una fase di cambiamento

L’Idea: Ora dovrà continuare il suo tour internazionale con la Santa Monica Symphony Orchestra. Suoneranno solo brani composti da lei oppure è un repertoire più complesso?
Ciampi: Io sono un compositore che dirige la propria musica, quindi tutti i  miei concerti sono musiche mie originali. Per quanto ho fatto studi classici, direzione orchestra, però  non è il mio lavoro. Chi fa quello fa musica classica. La mia attività non è di conduttore, ma di compositore.

L’Idea: Quale fu la differenza di emozioni che provò negli incontri con Papa Francesco e gli Obama?
Ciampi: L’incontro con Obama è importante anche come è arrivato… Dunque io ho scritto alla First Lady, che mi ha riscritto dopo tre mesi, invitandomi alla Casa Bianca. Voleva un compositore italiano… a vederli di persona… quando sono potuto entrare… (emette un lungo sospiro)  La Casa Bianca non è poi grandissima, noi abbiamo il Quirinale che è un palazzo di quelli… La Casa Bianca da più l’idea, però, tutto è pulito, estremamente curato nei dettagli, insomma emozionante già da fuori.
Per il papa è diverso,  dal punto di vista umano; (si ferma un attimo, tira un sospiro lento e controllato, quasi rivivesse quegli attimi, e poi riprende a parlare) l’abbraccio con il papa, il fatto che mi ha detto di andare avanti, mi ha colpito, perché ce l’hai davanti, senti proprio la forza di quest’uomo,  e poi indipendentemente dalla fede cattolica o meno,la personalità dell’uomo la senti, non puoi non sentirla… Due emozioni diverse, insomma; pe quella del papa sono contento anche perché è venuta dall’Italia.

Rachmaninoff

L’Idea: Se potesse incontrare, ipoteticamente, uno dei grandi della musica del passato, chi sarebbe? Perché? 
Ciampi: Io ho la passione per Rachmaninoff perché analizzando le sue partiture, che si trovano ad oggi, nei passaggi armonici ,che possono andare bene per un’opera lirica, un balletto, piuttosto che per un brano… beh, insomma, L’armonia di Rachmaninoff è molto moderna, eppure è stata scritta quasi cento anni fa. Io lo considero il migliore autore contemporaneo. E poi era un grande pianista; non ne parla nessuno, ma ci sono le registrazioni che parlano per lui. Era un grande pianista ma voleva essere riconosciuto come compositore, perché era quello che voleva fare più di tutto e lo faceva magnificamente. Mi sarebbe proprio piaciuto incontrarlo.
Oggi, in Italia, e non parliamo di chi viene in America, ci sono quelli che fanno i pianisti, poi diventano compositori, dirigono l’orchestra, scrivono  libri. Una cosa si può fare e fare bene, allora uno sceglie, Io pure ho fatto varie cose, ho suonato pianoforte e diretto l’orchestra, ma poi  come messaggio io sono un compositore, rispetto chi fa il direttore d’orchestra … Oggi c’è un po’ la ricerca di fare tutto e poi non fai niente… Dei compositori del passato, lo stesso Chopin era un  pianista eccezionale però non ne parla nessuno, perché era prima di tutto un compositore. Non si deve perdere l’identità. Ed è una delle cause per cui la musica italiana non era presente al Madison Square Garden.

L’Idea: Quanto ha influenzato la sua scelta di carriera aver lavorato nell’azienda di famiglia che vende pianoforti?
Ciampi: Diciamo che il peso è stato notevole, perché  è un’azienda iniziata da mio nonno, nel 1945; oltre 70 anni di storia… Però quando vivi la musica dal punto di vista commerciale è diverso. È un business, non c’è spazio per la creatività. Ad ogni modo sono stati dieci anni eccezionali, bellissimi, mi sono avvicinato al pianoforte, alla composizione, però mi mancava l’aspetto creativo, perché quando lavori è un commercio, però devo dire che senza l’esperienza del lavoro di famiglia, forse non avrei mai fatto quello che sto facendo, perché respirando aria di pianoforte tutti i giorni, fin da quando avevo sei anni, poi la passione per la composizione è diventata quasi una crescita naturale perché ero affascinato proprio dallo strumento. Io ho lavorato anche nella fabbrica, conosco tutti gli aspetti di come nasce un pianoforte.

L’Idea: Quindi, voi li producete anche, i pianoforti? 
Ciampi: Noi li distribuiamo e  li produciamo anche, nella repubblica Ceca. Quindi, io seguivo anche dalla singola vite che veniva usata, e ho  capito che il pianoforte è un insieme di dettagli ed è come il mio stile, molto minimal; nelle mie composizioni io cerco di ridurre al minimo il tessuto armonico e melodico, perché è facile scrivere musica con tante note, la difficoltà sta nel toglierle il più possibile finché rimane l’ossatura essenziale. Per  Il pianoforte è lo stesso, tu inizi con tanti ornamenti, ma poi devi toglierli, devi aprirlo per pulirlo. Allora, c’è una bella analogia fra una composizione scritta bene, che può anche non piacere, ma che è scritta bene, e il pianoforte aperto. Così come puoi mettere una nota di troppo è come aver messo un ornamento di troppo nel pianoforte, che perde quell’eleganza. Per cui ero affascinato proprio dalla produzione; ecco, la mia musica la produco anche perché mi affascina il processo creativo, da quando scrivi una melodia, da quando la sviluppi, e possono passare settimane, perché io ancora adesso uso carta e matita.

L’Idea: Quando lei completa una composizione, poi è tentato di ritornarci sopra e correggerla varie volte, come fanno certi scrittori con i loro libri?
Ciampi: Diciamo che il momento in cui metti il punto, il brano, l’opera sono finiti. Poi se ci torni sopra… Certo, io alcune volte mi dico, “avrei  potuto”… però è sbagliato quel ragionamento, perché quando avviene la composizione si cerca di trasferire le emozioni del momento, il mio modo di parlare è attraverso la musica, quindi io ho uno stato d’animo in quel momento… Che ne so? Una rabbia, un’angoscia, un disagio, io lo esprimo. Se rivedo il brano con uno stato d’animo diverso, non sarà più un discorso di creatività, ma solo un discorso commerciale. Insomma, quando metti il punto, lì decidi.

L’Idea: Infatti, io stesso, come poeta, cerco di non riscrivere mai le mie poesie a distanza di tempo per evitare di perdere quella sensazione che ho provato ed  è stata unica, irripetibile, e che ho descritto nella poesia stessa. Cambiare le parole vorrebbe dire modificare la sensazione che si è provata…
Ciampi: Infatti, nell’opera, quando uno la sente, tecnicamente potrebbe dire: “sai, qui, non capisco perché il flauto non suona…” Ma se è stata scritta così, se vai ad analizzare Verdi, il perché è stata scritta così, allora capisci anche il contesto in cui viveva, perché è importante anche capire cosa c’è dietro l’opera, non solo l’opera stessa. Ecco perché alla fine, quando noi andiamo a sentire l’opera diciamo “bravo direttore”, però quella è una sua personale interpretazione. Sarebbe interessante poter chiedere al compositore: “Ma tu la volevi così? Perché alla fine ci dimentichiamo sempre di chi l’ha scritta. Chopin, Verdi, dicevano che nelle loro opere c’erano degli errori, e lo confermo anch’io, perché riascoltando i miei  brani mi dico: però, in quel passaggio avrei potuto fare così. Però lo lascio così perché quel componimento è parte di me, nel bello e nel brutto. Se tu lo continui a ritoccare non finirai mai.
E poi ogni strumento ha la sua voce e la sua emozione, quindi se io inserisco un clarinetto lo faccio perché ho bisogno di esprimere una sensazione di tristezza, di malinconia. Ritornare indietro dopo un anno e risentendo il pezzo mi chiedo se no avessi potuto usare il flauto per lo stesso brano. Certo, lo avrei potuto fare, ma non volevo così al momento, allora, cambiando lo strumento si perderebbe l’emozione vera che avevo cercato di trasferire.

L’Idea: E a proposito delle rappresentazioni operistiche fatte in periodi diversi da quelli prescritti dal libretto, che cosa ne pensa? Io, personalmente, le detesto.
Ciampi: Io sono profondamente contrario a certe cose che fanno in America. Questi ammodernamenti di scene che portano l’opera in altri periodi storici sono una mancanza di rispetto per il compositore, per la tradizione nostra italiana, e ci vuole qualcuno che lo scriva. Questo genere di estremismo interpretativo in Italia già non va molto, in Europa nemmeno, alla fine è rimasta solo l’America, perché fanno un po’ gli alternativi.

L’Idea: Quali suggerimenti ha per i giovani che cercano di sfondare nel mondo della musica? Questa domanda mi viene fatta molte volte da lettori della rivista OperaAmorMio ed io, come giornalista, non so che rispondere…
Ciampi: Mah! C’è solo una parola secondo me; io non credo alla fortuna, perché anche se mi dicono “Sei stato fortunato con la Casa Bianca” io rispondo: “Ci vuole anche il coraggio di stare dietro per sei mesi, non è proprio solo fortuna…” Detto questo, serve lo studio. Se c’è il talento viene fuori. Non è vero come dice la gente: “Sai, in Italia non ci sono possibilità…” È più difficile,ci ho messo anni anch’io a fare qualcosa in Italia, però se tu hai qualcosa da dire, lo spazio ti viene dato, eventualmente. Il problema è che molti vogliono  il successo così; vanno in televisione, c’è il talent, sono un artista… Ci vogliono anni.

L’Idea: Beh, c’è anche il problema che i “reality show” fanno diventare famose delle persone che non hanno alcun talento, ma solo la faccia tosta di apparire in pubblico…
Ciampi: Verissimo. Il talent show  dovrebbe esserci una conseguenza della fama. Uno dovrebbe  avere già una certa notorietà e quindi diventi più popolare. Creano la popolarità prima del personaggio. Creiamo prima l’artista. Se tu vuoi correre, prima devi camminare e non viceversa. Costruiscono i castelli di sabbia. Si viva il sacrificio, ma può essere facilitato dallo studio.

L’Idea: Per chi studia opera, in Italia, pare che non ci siano molte speranze…
Ciampi: Certamente l’opera italiana, la nostra scuola, è la migliore nel mondo, ma non è la sola. Uno dovrebbe confrontarsi… La fortuna che ho avuto io, se di fortuna vogliamo parlare, è che io riesco a studiare al conservatorio a Roma e confrontarmi con la scuola americana. Quando sono arrivato qui mi hanno detto: “Quello che hai fatto in Italia non ci interessa. Dimostraci quello che sai fare”. Uno che studia l’opera in Italia pensa già di essere arrivato. Allora, ci vuole un po’ più di umiltà. Cioè, tutto quello che fai in Italia, in America conta poco. Devi dimostrarlo. Allora, dimostra che sei un cantante bravo, un pianista bravo, e prima o poi parti.

L’Idea: Si, ma come fa un giovane soprano, per esempio, a farsi notare?
Ciampi: Oggi, grazie a Dio, c’è un mezzo molto importante che non c’era dieci anni fa’, o perlomeno non aveva la stessa influenza: l’Internet. Allora, io, anche se non ho soldi di venire a New York, di venire in America, metto un video su YouTube e lo vede tutto il mondo. Siamo sempre lì. È lo strumento più democratico che c’è oggi. Io, che sono in genere contrario alla tecnologia e la musica la scrivo ancor oggi con carta e matita, e non con il computer, però dico che è lo strumento più democratico. Se tu sei bravo,una canzone su Spotify va in vetta alla classifica da sola. Non hai bisogno della casa discografica che paga; non hai bisogno di soldi per sfondare. Se però non succede niente, però forse quella voce non è poi così accattivante. Ecco, io qualche dubbio lo metterei. Ecco, io mi spingo online per ottenere la visibilità, non ho followers,forse c’e qualcosa nella mia musica che non funziona; non sono gli altri che non capiscono, siamo noi il problema.
Allora, per rispondere alla domanda, il giovane italiano che vuole sfondare deve usare il social dove non ha possibilità economiche per finanziarsi l’esperienza all’estero; il social è il modo più veloce per raggiungere lo scopo. Insomma, se uno ha il talento si vede ed eventualmente ti chiamano.
Io consiglio questo: se sei un cantante, fai un bel pezzo pianoforte e voce; non c’`e bisogno che sia opera, tutt’altro. Al Grammy, Lady Gaga ha cantato un pezzo pianoforte e voce e ha fatto venire la pelle d’oca. Una che fa quindici milioni di ascolti al Grammy con pianoforte e voce ha una tenacia… quello è talento.
Allora, giovane caro, fai un video di tre minuti, pianoforte e voce. Non costa niente. Lo metti su You Tube e vedi cosa succede. Questa è la risposta che io darei.
Lasciamo perdere l’orchestra; io voglio sentire la voce. Se vanno a guardare e chiedono “Non ce l’hai il sito?” bisogna essere pronti…. Quanti artisti non hanno il sito e poi si meravigliano che non li si conosce. Queste sono cose che hanno costo zero, quindi sono da farsi.

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Otello A Verona: Il Bene E Il Male In Un Fuoco Di Gioia.

Di Salvatore Margarone

Otello è la penultima opera di Giuseppe Verdi, dove ritroviamo l’amore, l’odio, i sotterfugi, i tradimenti, i giochi di potere. Tratta dall’omonima tragedia di William Shakespeare, venne rappresentata per la prima volta a Milano al Teatro alla Scala, il 5 febbraio 1887, su libretto di Arrigo Boito. Viene proposta dal Teatro Filarmonico di Verona come primo titolo in cartellone di quest’anno.
Quest’opera verdiana rappresenta il momento storico di transizione con cui Verdi si approccia all’opera wagneriana; ne è un chiaro esempio il suo inizio, il modo di musicarne i versi e l’invenzione della linea melodica, che qui diviene continua (come in Wagner) abbandonando, come subito dopo farà anche per Falstaff, i “pezzi chiusi” nella costruzione dell’opera, per proiettarsi ad un flusso continuo di musica e voce in un intreccio indissolubile, segnando così il momento della maturità verdiana pronta all’innovazione.
Tanti i personaggi all’interno di quest’opera sono diversi tra loro per carattere e per significati; tra questi, prima ancora che Otello e Jago, sicuramente spicca Desdemona, destinata come molte donne verdiane (per esempio Leonora o Violetta) a morire per amore: è vittima della società umana, che non accetta che il suo sentimento vada contro le convenzioni sociali. Come tutte le eroine verdiane è disposta al sacrificio non per masochismo né per senso del dovere, bensì perché crede in un amore assoluto, anzi, crede nell’assoluto, per il quale, nella visione pessimistica di Verdi, non c’è spazio in questo mondo. Il suo sacrificio è dunque allo stesso tempo una ribellione e un grido di dolore.
La vicenda umana di Otello, invece, ruota intorno a due poli opposti: Desdemona che rappresenta il Bene,  e Jago, quello opposto, cioè il Male.
Tra Desdemona e Jago si viene così a creare un rapporto in netta contrapposizione, mancante sia nella novella italiana che nel dramma inglese, e che si esplica interamente nella musica. Verdi elimina a priori la possibilità che Bene e Male scendano a compromessi; sarà Otello a scegliere fra loro.

In questa produzione, purtroppo, la regia di Francesco Micheli, ripresa da Giorgia Guerra, e la scenografia di Edoardo Sanchi, non convincono pienamente, troppi gli squilibri che rileviamo. In primis le costellazioni: sono forse quelle che hanno guidato Otello durante le sue navigazioni?

Le stesse, impresse nella tela e nelle mura dei fondali, che fungevano contemporaneamente da porto e da sale del palazzo, tali restano per tutta l’opera. O forse sono solo simboli che rimandano ai quattro personaggi principali: Otello, Desdemona, Jago e Cassio?

Come incerti ci hanno lasciato i costumi, curati da Silvia Aymonino: essendo l’opera traslata temporalmente, com’è uso fare ormai al giorno d’oggi, ci è sembrato tutto proiettato in un periodo tardo ottocentesco (pur con diversi richiami orientali), in netto contrasto con la corazza dorata, chiaramente di epoca romana, indossata da Otello nel terzo atto. Per non parlare delle lucide barchette tenute in mano dai coristi.
Discutibile anche il finale dove, essendosi ormai consumata la tragedia dell’omicidio di Desdemona e il suicidio di Otello, i due si prendono per mano e insieme si dirigono verso la pace eterna.
Le luci, create da Fabio Barettin, che avrebbero dovuto avere maggiore rilevanza in una presenza di arredi così scarna, sono risultate piuttosto statiche e poco dinamiche, a differenza di come invece aiutarono l’immaginario del pubblico nella stessa scenografia allestita a Palazzo Ducale in Venezia, nel luglio 2013.

La partitura verdiana, nella direzione del Maestro Antonio Fogliani che ha guidato l’Orchestra del Filarmonico,è risultata intrisa del giusto sinfonismo che richiede quest’opera, ma decisamente eccessiva nelle sonorità, tanto da coprire interamente fin dall’inizio gli artisti del coro (diretti da Vito Lombardi) le cui voci non arrivavano in sala; forse il coro stesso doveva stare più avanti nel palcoscenico e non relegato in fondo al palco. Al contrario, troppa confusione nella parte corale più imponente dell’opera, “Fuoco di gioia”, che, immersa in una prevalenza di fredde luci bianche e blu, è risultata caotica e poco avvincente, specialmente nell’incongruente finale dove sono volati cuscini ovunque.

Per quanto riguarda le voci scelte per i ruoli, che in quest’opera necessitano di  potenza oltre ad una incisività espressiva notevole, nella maggior parte sono risultate  troppo esigue. Assenti infatti molti accenti verdiani che in Otello sono il cardine drammatico della vocalità.
In particolare, è mancata quella personalità subdola nel personaggio di Jago, affidato a Vladimir Stoyanov, il quale, con una dizione poco chiara ha portato in scena un carattere troppo delicato, rispetto a quel “male” di cui è impregnato tale personaggio. In molti momenti i suoi interventi non erano udibili in platea, e alcune parti che dovevano essere incisive e ricche di accenti sono risultate scialbe e con scarso nerbo.

La Desdemona di Monica Zanettin, pur dotata di una voce gradevole, ci è sembrata sforzata sugli acuti, spesso troppo vibranti; buono il centro, un po’ carente il grave. Lodevole, anche se non eccelsa, l’interpretazione dell’ Ave Maria.
Kristian Benedikt è stato Otello: avendo alle spalle numerose interpretazioni di questo ruolo (difficilissimo per un tenore) non ha deluso le aspettative, e, dimostrando una buona tecnica vocale e bel timbro, ha reso il carattere impetuoso del protagonista con sapiente utilizzo della voce, passando dal registro centrale a vertiginosi e improvvisi acuti senza apparente sforzo.

Il resto del cast si è difeso bene a partire da CassioMert SüngüRoderigoFrancesco Pittari, e ottima l’Emilia di Alessia Nadin, la quale, pur avendo una parte minore, ha dimostrato notevoli doti interpretative e sceniche che non sono passate inosservate; lo stesso dicasi per LodovicoRomano Del ZovioMontanoNicolò CerianiUn araldoGiovanni Bellavia.

Simpatica la prova sia vocale che scenica del bravo e disciplinatissimo Coro di Voci bianche A.LI.VE diretti da Paolo Facincani.
Nonostante tutto grandi applausi finali da parte del pubblico che ha ben gradito questo esordio di stagione, per un titolo che mancava in questo teatro da ben 30 anni.

Allestimento della Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con la Fondazione Arena di Verona.
Prossime recite il 6, 8 e 11 febbraio.
Foto ©Ennevi

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