Il Teatro La Fenice di Venezia mette in scena Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti

Recensione di Salvatore Margarone e Federico Scatamburlo

Opera immortale, Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti è uno fra i titoli più amati dal pubblico d’opera di ogni tempo e ha rappresentato un passaggio cruciale, quasi un’ ‘iniziazione’, per interpreti leggendarie quali Maria Callas, Renata Scotto, Joan Sutherland. Dopo il trionfale debutto napoletano del 1835, la sfortunata storia d’amore di Lucia ed Edgardo non cesserà più di essere rappresentata nei palcoscenici di tutto il mondo. Lo stesso autore ne propone una versione francese che incanterà il Théâtre de la Renaissance quattro anni dopo, per essere poi riproposta nel tempio della musica d’Oltralpe, l’Opéra, nel 1846. (dalla presentazione della Fondazione Teatro La Fenice)

La nuova messa in scena di quest’anno del Teatro La Fenice, che porta la firma di Francesco Micheli per la regia con le scene curate da Nicolas Bovey e le luci di Fabio Barettin, è molto particolare: anche se non ben identificato il periodo storico in cui il regista dipana la storia, forse i primi del novecento, risulta comunque ben congegnata e strutturata nel racconto, si segue con facilità ed è particolarmente affascinante in alcuni momenti. Sul palcoscenico solo un mucchio di vecchi mobili accatastati all’apertura del sipario e che man mano vengono mossi in scena manualmente a segnalare la decadenza della famiglia Ashton; i costumi molto semplici di Alessio Rosati sottolineano l’appartenenza alle famiglie in questione ovvero i personaggi facente parte delle stesse, identificando con soprabiti in velluto rosso la famiglia di Edgardo di Ravenswood e verde per la famiglia di Lucia Asthon.

Semplicità anche negli abiti indossati da Miss Lucia (Nadine Sierra): nel primo atto una semplice sottoveste bianca ed un abito da sposa con qualche pizzo; nel terzo atto ritorna la sottoveste bianca per la scena della pazzia.

Da notare come in questa produzione sia stato inserito il “sangue” sulla scena: solo qualche riferimento al rosso con l’unico bicchiere “rosso” sul tavolo dove si svolge la scena della pazzia, che  rievocava anche il rosso di Edgardo, e il vino (finto) dentro i bicchieri che Lucia si versa addosso, macchiandosi la sottoveste e ricordando così l’assassinio del marito compiutosi poco prima, nelle sue stanze, per sua stessa mano.

Tutti sappiamo che quando si parla di Lucia di Lammermoor si pensa subito al finale del secondo atto, cioè la Scena della Pazzia di Lucia: sul finire di una storia d’amore travagliata, piena di intrighi famigliari e sotterfugi strategici, la protagonista Lucia perde il senno per amore e muore per la disperazione. Oppure la fine del primo atto con il famosissimo sestetto “Chi mi frena in tal momento” dove i personaggi interagisco tra loro in una apoteosi musicale  che è pietra miliare della storia operistica. Qui si è al culmine di quel teatro operistico in cui musica, voce e doti attoriali dei cantanti emergono maggiormente e dove la resa non è sempre soddisfacente.

Non è il caso di questa serata in cui la splendida Nadine Sierra veste i panni di Miss Lucia e ne sfoggia carattere e drammaturgia, un connubio che, grazie alla sua voce cristallina, regala una vasta gamma di colori e gioca con la sua vocalità centrando in pieno il personaggio. Ottime sia “Regnava nel silenzio” (primo atto) che la grande scena della pazzia finale.

Fondazione Teatro La Fenice GAETANO DONIZETTI, LUCIA DI LAMMERMOOR
Direttore Riccardo Frizza
Regia Francesco Micheli
Photo ©Michele Crosera

Non è da meno Francesco Demuro che interpreta Edgardo di Ravenswood: voce brillante e squillante, bel legato di fiato, interpreta l’amato tradito con passione e grande stile, senza scadere in manierismi inopportuni. Ottima l’esecuzione della sua ultima aria “Tombe degli avi miei” nel secondo atto e la struggente cabaletta finale “Tu che a Dio spiegasti l’ali” che è considerata uno dei brani d’opera più belli per voce tenorile.

Lord Enrico Asthon è interpretato da Markus Werba: è in scena il carattere, ma anche la debolezza umana e la fragilità. Ottima la sua interpretazione vocale e drammaturgica, oltre ad un’ottima interazione con i suoi comprimari. Il bel timbro vocale, caldo ma non eccessivamente scuro e la morbidezza del suo canto hanno colpito il pubblico che lo ha applaudito più volte a scena aperta.

Ottimo anche il resto del cast scelto: Raimondo Bidebent, Simon Lim; Lord Arturo Bucklaw, Francesco Marsiglia; Alisa, Angela Nicoli; NormannoMarcello Nardi.

Splendida l’Orchestra del Teatro La Fenice diretta dal M° Riccardo Frizza, che in questa occasione ha messo in campo la “Glassarmonica” per accompagnare la scena della pazzia, riproponendo così la prima versione donizettiana dell’opera che in seguito fu riscritta dallo stesso Donizetti per Flauto.

Impeccabile come sempre il Coro diretto da Claudio Marino Moretti .

Pubblico soddisfatto e standing ovation alla fine per gli artisti con lunghi applausi per Nadine Sierra, Francesco Demuro e Markus Werba.

(La recensione si riferisce alla recita del 27 Aprile 2017)

 Galleria (Fondazione Teatro La Fenice  ©Michele Crosera)

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