LA TRAVIATA a Palermo

RECENSIONE di Natalia Di Bartolo © dibartolocritic
Il rischio più grave che oggi un’opera come La Traviata di Giuseppe Verdi possa correre è quello di diventare routinaria, trita e ritrita, messa in scena stancamente: nulla di più triste. Allora, mantenendo il capolavoro verdiano giustamente in cartellone, probabilmente i teatri cercano di conferire alle messe in scena quel quid in più che, quanto meno, le diversifichi dalle solite crinoline polverose.
Non che si debba fare come al Metropolitan di New York, dove la messa in scena di Decker e Gaussman, con Violetta Valery col vestitino rosso, la splendida Sonya Yoncheva che ha appena trionfato nel ruolo, ha del tutto trasformato i canoni tradizionali: in vista di una nuova produzione, a Palermo si è ritenuto che anche una ridotta trasposizione temporale potesse, evidentemente, conferire all’opera verdiana quella marcia in più che la facesse apparire “come nuova” e sempre appetibile, soprattutto se ideata per essere “esportata” in Giappone nella tournée del giugno prossimo, che vedrà come protagonista il soprano palermitano Desirée Rancatore.
È quello che è accaduto, dunque, il 19 marzo 2017 nel capoluogo siciliano con la prima di una nuova produzione del Teatro Massimo del capolavoro verdiano, lanciata come un’innovazione di grande raffinatezza formale, poiché trasposta ai tempi della belle époque palermitana dei Florio, del Ducrot e del Basile, architetto autore proprio del teatro in questione.
Ciò recepito, ci si è seduti a teatro con un’aspettativa adeguata a quanto promesso in fase di lancio della produzione. Pubblico delle grandi occasioni, teatro sold out, palchi gremiti, pure il cosiddetto “giro” di sedie imbottite straripante in platea, tutto come di prammatica in un’occasione così attesa.
Ed alle prime note chi si è messo all’ascolto con attenzione, nonostante un insistente chiacchiericcio e qualche immancabile squillo di cellulare, ha subito notato un bellissimo colore orchestrale. Lode alla direzione del M° Giacomo Sagripanti, che ha tratto da subito dall’ottima orchestra del teatro palermitano le dinamiche opportune. Il giovane Mestro si è dimostrato all’altezza della situazione: una discreta dose di brillantezza, orchestra un po’ di sordina all’occasione per non coprire le voci meno dotate, un gradevole piglio.
Dunque, all’apertura del sipario, ci si sarebbe atteso un impatto altrettanto positivo.
Per un attimo si è faticato, invece, ad individuare tra la folla del coro la protagonista, il soprano palermitano Jessica Nuccio, poiché il costumista Francesco Zito l’aveva vestita senza dare il giusto risalto all’abito di Violetta, uniformandolo perfino nel colore a quelli delle coriste. Poco male, se la voce avesse oscurato l’abito. Ma la voce della Nuccio si è dimostrata opaca, priva di squillo, non particolarmente ben proiettata né incisiva. Qualche carenza nel legato, spinti gli acuti del primo atto, fino all’uso indebito del cosiddetto “scalino” per lanciarli . Priva anche di una qualsiasi tensione drammatica, lungo tutto l’arco dell’opera, la Nuccio ha dato solo l’impressione di risparmiarsi in vista del finale. Quanto all’espressività attoriale, la presenza scenica di questo soprano è tutta da rivedere: era statica, forse registicamente non sufficientemente guidata. Insomma, una Violetta che scenicamente era spenta tanto quanto lo era vocalmente.
Data la qualità vocale della partner, l’ottimo René Barbera, Alfredo, ha dovuto al primo atto contenere i bollori di una proiezione di rilievo. Anche la qualità della voce, con un vibrato molto stretto palesava la dimestichezza con le agilità di un repertorio rossiniano nel quale il    tenore si districa piuttosto bene e, partendo da ciò, può permettersi anche sortite in opere di altri autori, come in questo caso. Quale Alfredo, infatti, al secondo atto, soprattutto nella parte solistica, il Barbera ha dato il meglio, sfoderando quel volume che nel primo atto aveva dovuto contenere per non coprire la partner nei duetti; cosa che è avvenuta anche in altri momenti dell’opera. Come Alfredo è stato apprezzabile, la migliore voce in scena, la più fresca e ambiziosa.
Il pubblico palermitano non è parso accorgersi di tutto ciò, tributando soprattutto alla Nuccio, alla fine del primo atto, scroscianti applausi, che si sono ripetuti nel secondo atto al duetto con l’immarcescibile Leo Nucci, che, reduce da un trionfale Nabucco a Vienna, si cimentava adesso nella sua milionesima Traviata come papà Germont. Ovviamente, nulla da dire sul celebre baritono ormai prossimo ad entrare nella leggenda, se non che questa parte gli si addice, oggi, per vocalità e durata, molto più che quel Nabucco che pure lo ha visto al centro di un apprezzamento che si ritiene da chi scrive, che lo ha ascoltato, essergli stato tributato più alla carriera che alla singola performance. A Palermo, il Nucci, imponendo alla direzione i propri tempi, docilmente assecondato dal M° Sagripanti, ha sfoderato la sua caratteristica vocalità e il personaggio è saltato fuori positivamente più dall’esperienza che dalla voce, in attesa d’imbarcarsi anch’egli in tournée per il Paese del Sol Levante.
La Flora della volenterosa Piera Bivona avrebbe necessitato di una classe scenica di maggiore eleganza, tutti gli altri protagonisti hanno dato il meglio che fosse nelle loro possibilità, il coro diretto da Piero Monti, un po’ esuberante nel primo atto e nella compagine maschile dei toreri, ha comunque prodotto un’esibizione decorosa.
Ma…c’è un ma, in tutto ciò…In questa sede si tratta, come sempre, prima della parte musicale e poi di quella registica e della messa in scena in generale. In realtà una recensione di questa serata avrebbe dovuto privilegiare prima la regia e poi gli interpreti, perché la prima di questa nuova produzione si basava soprattutto sulla messa in scena tanto decantata e l’aspettativa non è stata pari al risultato visto sul palcoscenico.
Tutta l’eleganza che avrebbe dovuto evocare dal punto di vista visivo addirittura i fasti dei Florio, si è ridotta non più che al primo atto ed alla prima parte del secondo, fino alla scena VIII. Qualche richiamo Liberty nel padiglione cartonato della festa al primo atto, qualche gradevole mobile déco, dunque perfino un po’ troppo moderno per l’epoca, che arredava il salottino di Violetta…Alla scena della festa a casa di Flora, senza che si capisse il nesso con ciò che l’aveva preceduta, una immensa cortina di funereo velluto nero si è dispiegata a guisa di sipario sullo sfondo, con un arco sempre più cartonato che vi spiccava sopra, oro su nero. Nulla a che vedere con le scene precedenti. Lo stesso al terzo atto, in cui un letto decisamente vistoso ed ingombrante occupava al centro, da solo, la scena, per giunta soprelevato da un gradino rotondo, su uno sfondo in cui il velluto da nero era divenuto verde.
Scene poco gradevoli, nel complesso, a dire il vero, di Francesco Zito e Antonella Costa, non coerenti con se stesse lungo tutto l’arco dell’opera, illuminate dalle luci piuttosto fredde di Bruno Ciulli, condite dai costumi del suddetto Zito, che dell’eleganza dei Florio avevano soltanto le aigrettes sulle acconciature delle signore.
Aigrettes a tutto spiano anche nella scena della festa, questa volta soprattutto sulla testa di Violetta…E a questo punto ci si chiede se tale ciuffetto di piume fosse proprio un accessorio da sera. Forse un’aigrette di strass sarebbe stato più adatto all’occasione…
Così come c’è da sottolineare qualche dato che faccia parte del Galateo salottiero di allora e di cui il regista Mario Pontiggia, affannato a rendere sontuoso l’insieme dell’apparenza scenica, al primo atto, non ha tenuto conto: il baciamano non si fa mai se la signora calza i guanti. Invece è stato tutto un susseguirsi di baciamano alla padrona di casa guantata fino ai gomiti. I Florio, probabilmente, si saranno rivoltati, quanto meno per questo… Particolari di poco conto? In un clima di revival d’epoca decisamente non lo sono. Per non parlare, poi, dei fiori ricchi di pollini ed allergeni omaggiati alla moritura già stesa sul letto giusto dal dottore, il valido Romano Dal Zovo, all’ultimo atto: un presente poco opportuno, anche da aspirare, sia pure presumibilmente composto di camelie…
Ma, a proposito di “aspirare”, c’è da sottolineare come si fosse pensato di arricchire la produzione creando un “profumo di scena”, commissionato allo stilista Emmanuel Ungaro e realizzato da parfumeur Alberto Morillas: esperimento mai osato prima in un teatro.
Transeat, se tale profumo “Violetta Valery” fosse stato messo in vendita in serie limitata nel foyer per le signore più trendy…Invece era destinato ad essere spruzzato in sala, trasformandosi lungo lo svolgersi dell’opera, accompagnando il corso degli eventi, soprattutto quelli di massima tensione emotiva, quelli in cui giusto l’orchestra e il canto si attestavano ai piano e pianissimo…Dunque il rumore del soffio dell’apparecchiatura che nebulizzava tale profumo, dal sentore di fiori caduchi vari, si dimostrava fastidioso ed invadente, sia per le voci che per l’orchestra. Numerosi brontolii e qualche eco di tosse da parte del pubblico hanno evidenziato anche come probabilmente il profumo in questione non fosse gradito né al gusto, né ai bronchi di alcuni spettatori.
Nonostante tutto, il pubblico che gremiva il teatro ha tributato applausi scroscianti, conditi di certo da una punta di campanilismo, a tutti gli interpreti ed artefici della serata, probabilmente anche perché, volenti o nolenti, La Traviata è sempre La Traviata.

Natalia Di Bartolo © dibartolocritic

PHOTOS © Rosellina Garbo

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